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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2002-4-8

8/4/2002

La ripresa di fronte al rischio bellico

Nel rispetto di tutte le emozioni – quelle positive e pacifiche – scatenate dalla questione mediorientale va, tuttavia, analizzato freddamente lo scenario relativo all’impatto dei conflitti in corso e potenziali sulle tendenze economiche del 2002. Senza venti di guerra queste sarebbero piuttosto buone. La locomotiva americana ha ricominciato a correre dopo il rallentamento del 2001 ed il suo effetto traino sull’economia globale si farà sentire presto. Non sarà così forte subito perché la ripresa avrà alti e bassi per alcuni mesi, andamento tipico di tutti i rimbalzi. In particolare, le Borse non godranno tanto presto di una direzione rialzista stabile sia per i motivi detti sia perché non si sono sgonfiate del tutto dai livelli della bolla precedente (1996-2000) sia perché ci sono timori che altre aziende quotate negli Usa nascondano buchi paurosi come quello che ha fatto saltare la Enron. In generale, l’eurozona godrà, appunto, della ripresa americana, ma nei limiti imposti dalla maggiore rigidità del suo sistema economico, aggravati dalla crisi tedesca e da un peggioramento del bilancio pubblico in Francia, che tendono a dimezzarne la crescita potenziale. Comunque, senza guerre, lo scenario complessivo prometterebbe un decente 2002 con un’entrata in “accelerazione” nel 2003, anno in cui è atteso un boom globale. Ma i rischi bellici potrebbero improvvisamente invertire questa buona tendenza. Vediamone probabilità e qualche dettaglio critico.

Il rischio principale è che un’estensione del conflitto in Medio Oriente causi un incremento dei prezzi petroliferi. Ciò porterebbe ad un aumento dell’inflazione energetica ed alla necessità di rialzare il costo del denaro sia in America sia in Europa. Cosa che ucciderebbe la ripresa innescando una brutta recessione. Vediamo più in dettaglio. L’Autorità monetaria americana (Fed) vuole accompagnare la convalescenza dell’economia reale e finanziaria mantenendo il più a lungo possibile bassi i tassi monetari. E può farlo perché l’inflazione interna in fase di rimbalzo tende restare contenuta – e lo sta facendo – anche perché la produttività delle aziende (fattore che elide tipicamente il rialzo dei prezzi) cresce notevolmente e costantemente. Ciò fa prevedere che per tutto il 2002 la Fed non dovrebbe aumentare, o farlo di poco, il costo del denaro. Questo sembra essere il piano. Ma implica un costo del petrolio che rimanga mediamente sotto i 25-24 dollari al barile. Se sale, tale piano espansivo e benefico difficilmente potrà essere attuato. Con conseguenze peggiori per l’Europa in quanto il suo sistema tende sia a produrre più inflazione di base per poca concorrenza – infatti la Bce è costretta a tenere i tassi costantemente più elevati di quelli americani -  sia ad essere più vulnerabile. Perché il prezzo del petrolio in dollari a fronte di un euro debole amplifica ogni rialzo ed aumenta l’impatto dell’inflazione importata. Ciò porta ovviamente a chiederci quale sia la probabilità di uno shock petrolifero.

Le cause geopolitiche che potrebbero innescarlo sono tre, fra loro riverberanti: (a) libanizzazione del conflitto tra israeliani e palestinesi; (b) innesco di un’ondata fondamentalista islamica che destabilizzi i regimi arabi moderati; (c) attacco americano all’Iraq e pressione militare su Iran e Siria perché Stati che sostengono il terrorismo, i primi due in fase di costruzione di armi nucleari e biochimiche, con potenziali missilistici già attivi. A questi casi possono essere aggiunte molte varianti terrificanti: attacco preventivo irakeno e iraniano contro Israele e sua risposta con armi di distruzione di massa; colpo nucleare o biologico terroristico contro gli Usa, una ripetizione in grande degli eventi dell’11 settembre dalle conseguenze incalcolabili sul piano della fiducia nella stabilità del mercato globale; e mettiamoci anche una brutta sorpresa tra India e Pakistan, potenze nucleari, la seconda, tra l’altro, esposta ad ondate fondamentaliste. Ma queste varianti estreme hanno al momento poca probabilità. E’ più significativa, invece, quella relativa ai primi tre casi. Quanto dobbiamo temerla?

Il mercato non sta scontando in questo momento il caso relativamente peggiore. La sensazione è che gli Usa si muoveranno con estrema cautela nel teatro in ebollizione. Difficilmente attaccheranno Saddam, pur mantenendo una forte pressione, prima che via sia un accordo con i paesi islamici della regione. Dopo aver lasciato mano libera ad Israele per bonificare il terrorismo della seconda Intifada che stava per destabilizzarla, probabilmente metteranno le due parti entro una griglia negoziale stretta che dovrebbe portare sia maggiore sicurezza a Gerusalemme sia ad un nucleo di Stato per i palestinesi. Cosa che dovrebbe raffreddare anche i movimenti fondamentalisti nell’area regionale. In sintesi, si pensa che gli Usa non faranno mosse avventate. Inoltre l’Opec è stato parzialmente depotenziato nel suo potere di ricatto dall’alleanza tra occidentali ed altri paesi produttori, di cui il più rilevante è la Russia. E’ credibile questo scenario rilassante dove gli eventuali eventi bellici sarebbero contenuti entro un quadro di fattori che ne limitano le conseguenze negative? In base ai fatti dobbiamo riconoscere, per il momento, di sì. Ma resta l’incertezza di situazioni che potrebbero sfuggire di mano. Amplificata dall’incomprensibile divergenza tra Usa ed Unione europea sul caso mediorientale che certamente indebolisce la forza regolatrice dell’Occidente.   

(c) 2002 Carlo Pelanda
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