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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2002-3-25

25/3/2002

Non facciamoci male

 Le cronache sono intasate dai riti di massa interni alla sinistra. Tale attenzione, intendiamoci, è corretta data la spettacolarità degli eventi. Ma, alla fine, si tratta di  “cose della politica” e non di “politica delle cose”. Chi si interessa alla seconda ha di fronte il seguente problema concreto ed urgente. L’Italia ha bisogno di un’enorme quantità di capitali di investimento per finanziare la riforma competitiva. Il governo appare impegnatissimo a mobilizzarli in tanti modi diretti ed indiretti. Ma un rapido calcolo mostra che  il sistema interno non riuscirà a fornire, soprattutto in tempi brevi, tutto il capitale che servirebbe. Quindi è priorità nazionale attrarlo da fuori. Ciò fa portare l’attenzione su quanto l’Italia sia capace di chiamare capitali dall’estero (stranieri e italiani espatriati). Da un lato, negli ultimi due-tre mesi lo scenario in materia è sorprendentemente migliorato. Dall’altro, la mobilitazione di chi si oppone alla riforma competitiva sta sabotando la buona opportunità.

 Dopo almeno dieci anni di assenza, che è stata totale dal 1996 in poi, si nota un ritorno dell’interesse degli investitori sul nostro paese. Ciò è dovuto a tre fattori principali. Primo, viene sempre di più percepita come credibile la volontà e capacità del governo Berlusconi di togliere, in prospettiva, gli ostacoli ai flussi di investimenti: fisco moloch, regole sovietiche nel mercato del lavoro, complessità burocratica, in generale costi sistemici troppo elevati a scapito del profitto. Che, ricordiamocelo senza falsi moralismi, è il criterio più importante, combinato con la valutazione del rischio, per orientare geograficamente una decisione di investimento. Le previsioni di parecchie istituzioni investitrici ipotizzano una svolta liberalizzante in Italia nell’arco dei prossimi tre anni. Che qualcuno già valuta, eventualmente, di scontare con anticipo. Secondo, tali previsioni non assegnano più all’Italia un rischio valutario specifico perché fa parte dell’eurozona. Per inciso, chi ragiona a partire dal dollaro attribuisce all’euro poca solidità corrente, che durerà un po’, ma che tenderà a risolversi nel lungo termine. Quindi appare razionale investire in euro, ora che è basso, dal superdollaro. E anche, per chi è già in euro, restarvi. Quindi vi potrebbe essere una certa inversione del flusso di capitali che finora ha penalizzato l’Europa delle rigidità a favore dell’America più flessibile. Intendiamoci, non potrà tradursi in un grande o veloce sommovimento perché la seconda è e resterà per parecchio tempo molto più economicamente attrattiva della prima. Ma possiamo aspettarci qualcosa, soprattutto noi italiani. Il terzo fattore, infatti, riguarda la sensazione che l’Italia sia potenzialmente capace di fare la riforma di efficienza prima di Francia e Germania. Questi due “concorrenti territoriali” sono ancora governati da sinistre irriformate e, anche qualora i centrodestra vincessero nelle elezioni di quest’anno in ambedue, si pensa che riusciranno a mettere in moto le riforme liberalizzanti più tardi dell’Italia. Anche perché ostacolati da un modello industriale fatto di grandi imprese per lo più tecnologicamente invecchiate e pochissime piccole. Più difficile da rilanciare  per vincoli sindacali e tecnici che non il modello italiano fatto di unità più  flessibili. La Spagna è anche in via di liberalizzazione, ma la sua troppo recente consistenza industriale non la rende un concorrente temibile sul piano dei flussi di investimento. Il Regno Unito, già ben liberalizzato, lo è. Ma il ritardo prevedibile con cui entrerà nell’euro ne attutisce la forza attrattiva per molti settori di investimento. Ci sarebbero altri fattori di vantaggio contingente. Per esempio, il mercato è rimasto scottato dal disordine nei paesi emergenti – Cina a parte -  e guarda con maggiore attenzione a quelli più stabili, ma con aree interne sottosviluppate che, per questo, promettono elevati potenziali di crescita futura non ancora sfruttati. E il nostro Sud rientra in pieno nella categoria. In sintesi, per l’Italia c’è una buona finestra di opportunità per risultare particolarmente attraente al capitale globalizzato in cerca di investimenti sia diretti (nuove imprese) sia indiretti (finanziari, ma con beneficio dell’economia reale residente).

 Nonostante queste buone premesse il capitale di investimento, pur essendoci qualche flusso iniziale da gennaio, non arriva ancora in massa. Gli investitori aspettano una più decisa conferma delle riforma fiscale, annunciata per il 2003, e di quella di semplificazione burocratica (in atto). Ma il segnale più atteso riguarda la rimozione degli ostacoli di rigidità nel mercato del lavoro. E’ il punto principale, come sopra argomentato, che dovrebbe definire la nostra maggiore concorrenzialità sistemica nei confronti di Francia e Germania. Purtroppo il recente acuirsi della mobilitazione irragionevole ed antagonista contro l’Articolo 18 fa sospettare che i tempi della riforma competitiva potrebbero dilatarsi di molto, troppo per i portafogli ora in fase di attenzione. Il gestore di uno di questi mi ha già detto: spiacenti, meglio in Cina. Posso solo augurarmi ed augurarvi che il governo riesca a confermare che l’Italia resti un’opportunità.

(c) 2002 Carlo Pelanda
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