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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2002-2-4

4/2/2002

La globalizzazione richiede più qualità alle nazioni

Si conclude oggi il Forum sull’economia mondiale. E’ solo un convegno, anche se piuttosto importante per la qualità dei partecipanti, e non un luogo di decisioni rilevanti. Tuttavia è un occasione annuale per riflettere sulla globalizzazione. Facciamolo anche noi, tentando un pur schematica analisi storica. 

 La globalizzazione economica è un fenomeno che c’è sempre stato perché è costante la pressione all’espansione del mercato. La via dell’ambra, più di diecimila anni fa, fu un’infrastruttura “globalizzante” (di cui l’area di Verona, Vicenza e Brescia era uno snodo principale). Il mercato, fino al 1914, era – in proporzione – più internazionalizzato di quanto è adesso. La romana Aquileia, nel primo secolo dopo Cristo, esportava in Siria tessuti di lusso ed importava da Damasco quelli a minor costo per il consumo di massa. Ospitava una colonia di egizi che variarono culturalmente una dea romana, Fortuna, combinandola con Iside. E, forse, stimolarono l’arte del vetro in cui erano maestri, cosa che poi si trasferì a Venezia.   Perché, allora, ci sembra oggi così sorprendente e nuova la “globalizzazione”? Dopo la crisi finanziaria del 1929 le nazioni industriali di allora reagirono alla recessione chiudendo i loro mercati nazionali al commercio internazionale. Che dal 1930 al 1933 si ridusse del 60%, mondialmente. Tale protezionismo, per altro illusorio perché amplificò la crisi invece di contenerla, generò i modelli economici socialnazionalisti: il ciclo del capitale restava chiuso e frammentato nelle singole nazioni, gestito direttamente dallo Stato. Ciò durò per tutti gli anni ’40. Nel periodo della Guerra fredda il commercio internazionale riprese, ma il modello di protezionismo nazionale (e dirigismo statalista) rimase intatto sia in Europa sia in Giappone sotto forma di Stato socialprotezionista consociativo. Europei e nipponici si internazionalizzarono, ma in modo distorto. L’America aveva l’interesse strategico a rinforzare l’alleanza occidentale contro i sovietici, in particolare arricchendo la classe media dei paesi alleati affinché evitasse tentazioni comuniste. Il modo fu quello di capitalizzarli assistenzialmente attraverso uno scambio asimmetrico. Per esempio, la Germania poteva esportare  nel mercato aperto statunitense di tutto senza l’obbligo di dover importare con altrettanta apertura. E così tutti gli altri, anche noi. Ciò permise agli alleati di diventare ricchi, ma senza dover cambiare il modello protezionista chiuso, la sua inefficienza economica compensata dall’asimmetria assistenziale detta. Che costò agli americani quasi un punto di Pil all’anno per decenni, per esempio tante tute blu licenziate a Detroit o a Pittsburg perché quelle di Tokyo e Dusseldorf erano più concorrenziali grazie a maggiori protezioni e sussidi statali. Finita la guerra fredda, è terminato anche tale assistenzialismo internazionale. Non è irrilevante notarlo perché ciò spiega il ritardo storico delle riforme interne di efficienza in Europa e Giappone e, soprattutto, la crisi competitiva della prima. Che per godere di un mercato aperto deve, ora, analogamente aprirsi ed importare più concorrenza. E’ evidente che per molte persone tale mutamento comporta un disagio perché abituate alla vita piuttosto facile (tutele indipendenti dagli andamenti di mercato) dovuta al socialprotezionismo, ora sempre meno possibile a causa del ristabilirsi di un’economia internazionale aperta “storicamente normale”. Ciò sta alla base di molte perplessità sulla globalizzazione in Europa. In sintesi, il senso di apparente novità e, in alcuni, di disagio per la globalizzazione è dovuto al fatto che per più di 50 anni siamo vissuti in un’anomalia protezionista (finanziata dal debito e da un rapporto privilegiato con l’esterno) e ci si deve riabituare alla realtà: un mercato globale ed aperto che fornisce più ricchezza, ma che richiede anche più efficienza e competitività.

 Invece di averne paura – e demonizzarla - l’atteggiamento giusto è quello di svegliarsi e vedere il lato positivo della globalizzazione. Che c’è perché più un mercato si apre ed estende e più aumentano le occasioni di ricchezza per tutti, dappertutto. Non esiste un dato che smentisca questo fatto. Una ricerca della Banca mondiale mostra che i paesi poverissimi restano tali se rimangono chiusi alla globalizzazione. Quelli che si aprono diventano ricchi, in termini socialmente diffusi, piuttosto in fretta. Ciò rende ridicole le accuse dei no-global e altri antagonisti al capitalismo internazionale cattivo perché impoverente. La globalizzazione, intesa come formazione planetaria di un mercato tendenzialmente unico, funziona. Prova ne è che la maggioranza delle popolazioni ne ha ricavato benefici e solo una minoranza resta esclusa o danneggiata. Come includere queste minoranze nei benefici del mercato?  I problemi di esclusione nascono quando i governi delle singole nazioni non riescono a bilanciare l’apertura verso l’esterno con il rafforzamento competitivo della società locale. La povertà dei pescatori filippini o i bimbi che muoiono di fame non sono creati dal mercato globale, ma dai loro Stati che non riescono o non vogliono o non sanno tutelarli. La stabilità del mercato mondializzato, quindi, richiede migliori politiche nazionali e non meno internazionalizzazione: la “buona” globalizzazione dipende dalla qualità delle singole nazioni. Questo è il punto critico realistico e serio che dovrebbe essere analizzato e dibattuto molto più di quanto ora si faccia.

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