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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2002-1-28

28/1/2002

Il nuovo capitalismo assume la competenza

I dati mostrano che l’economia si riprenderà. Tra un po’ sarà possibile dettagliare questo scenario positivo, ma oggi è importante un’altra considerazione. Il modello neocapitalista appare molto solido. Ha resistito bene alle sue imperfezioni, cioè allo sgonfiamento di una bolla finanziaria che poteva essere veramente distruttiva. Ha resistito all’incertezza prodotta dal terrorismo. In sintesi, il modello è forte. Ma entro di esso sta emergendo una nuova incertezza: la percezione di una forma del lavoro molto instabile. Cerchiamo di chiarire se tale percezione di rischio sia vera o falsa.

Raramente ho sentito una profezia così infondata come quella che nel futuro ciascuno “dovrà” cambiare almeno sei sette volte lavoro nella sua vita. La nuova economia – dove sarà realizzata – “permetterà” certamente ad uno dotato di valore tecnico di poter cambiare spesso lavoro, per migliorare. Perché ci sarà una maggiore varietà di opportunità. Ma il fatto che “dovrà” perché la forma del capitalismo sarà tale da rendere endemicamente volatili le aziende non pare lo scenario più probabile. Per esempio, un’azienda tecnologica deve spendere enormi risorse per formare il personale tecnico. Non avrà alcun motivo razionale di mandarlo via e rispendere gli stessi soldi frequentemente per formare altri. Quindi la tendenza è che nel capitalismo tecnologico i posti di lavoro saranno più garantiti che nel passato, di fatto e non per diritto. Nella crisi delle imprese ad alta tecnologia in America molti lavoratori licenziati per necessità oggettiva (azienda in malora) sono stati pregati di restare in contatto, incentivati con denari o altre garanzie “ponte”, fino al momento in cui sarebbe stato possibile riassumerli in base all’andamento di mercato. Infatti ciò sta avvenendo, appunto, perché il riformare un ingegnere elettronico o un tecnico specializzato costa enormità. Di fatto è il valore di mercato individuale che sta tutelando questi lavoratori. Altro esempio: il governo inglese sta esplorando con le imprese, su stimolo delle seconde, la possibilità di non mandare in pensione i lavoratori esperti. Ed è razionale. Uno a 60 anni, oggi, è ancora un giovanotto con una monumentale esperienza pratica. E’ interesse dell’azienda usarla fino al massimo possibile, anche fino ai 70 o 75 anni, remunerandolo di conseguenza (tra l’altro con minori costi perché scatta la maturazione dei contributi pensionistici). Altra prova che la tendenza verso la maggiore efficienza è quella di tenersi il lavoratore competente più che di mollarlo.

Ovviamente, se un lavoratore non ha competenza tecnica o questa non ha più un valore di mercato, certamente sarà più a rischio. Quindi il capitalismo tecnologico ha il problema di essere sostenuto da funzioni intelligenti di formazione e continua riformazione delle competenze. Questa, pur nota da anni, è ancora una novità, specialmente in Italia. Perché si fa fatica ad eliminare la vecchia idea del posto fisso preso una volta e che non si cambia più. Se quel lavoro è superato e non vale più nulla è assurdo cercare di difenderlo. E’ più razionale veicolare il lavoratore entro un processo di riformazione e rimetterlo sul mercato con una nuova competenza più richiesta. Ma la resistenza a mollare i vecchi concetti ritarda l’evoluzione del nuovo sistema. Alcuni lavoratori saranno a rischio per questo, non per colpa del modello capitalistico.

Tale considerazione indica la strada da seguire. Un’economia effervescente ha sempre aziende che chiudono e nuove che aprono. I governi hanno il compito di mantenere elevata la vitalità economica del sistema affinché le seconde bilancino le prime. E ciò riguarda, in generale, le politiche favorevoli alla crescita e quelle, in particolare, che stimolano la nascita di aziende con sempre più tecnologia. Se queste sono fatte bene, poi c’è il problema di fornire ai lavoratori che hanno perso un valore di mercato la possibilità di ricostruirlo in fretta. E godere del fatto che in un’economia concorrenziale, dove la competenza tecnologica è il fattore essenziale, le aziende tenderanno ad aumentarlo, istruendo il lavoratore e facendo di tutto per tenerselo. E rubarselo una con l’altra. In sintesi, se una persona è inserita nel “ciclo della competenza” non dovrà temere nulla, anzi: potrà scegliere tra nuove opportunità come mai nel passato. Quelli che saranno fuori da tale ciclo di creazione del valore individuale di mercato, o perché non c’è il veicolo o per altri motivi, allora saranno effettivamente nei guai.  

Così mi sembra possiamo chiarire realisticamente il nuovo scenario. Certamente è finito il lavoro sicuro basato su una competenza generica. Ma aumenta la domanda di lavoratori competenti ed il loro valore di mercato.  Chi si trova intrappolato nell’economia della bassa competenza è giusto che sia preoccupato. Chi non lo è stia tranquillo, anzi ottimista. Tale distinzione porta a capire che il problema non è nel modello del neocapitalismo, ma nella presenza o meno di funzioni laterali che riducano ad un minimo la prima categoria di persone. E’ compito della politica stimolarle: più formazione professionale continua, sostegni finanziari nelle transizioni di lavoro. E se i sindacati si trasformassero da difensori del vecchio in strumenti integrativi per l’accelerazione del nuovo, la tutela dei lavoratori diventerebbe una cosa molto più seria.

(c) 2002 Carlo Pelanda
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