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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2001-11-12

12/11/2001

Costi della guerra ed oltre

L’Italia si trova di fronte ad un nuovo problema economico. Quanto dovrà spendere sia per la partecipazione militare all’operazione “Libertà duratura” sia, più in generale, per l’aumento delle politiche di sicurezza, esterne ed interne? Non esistono ancora indicazioni di scenario così chiare da permettere un calcolo preciso. Ma le tendenze in atto suggeriscono che è ora di pensarci e di sollecitare la formazione di un’opinione pubblica in materia.

Non sono preoccupato per i costi diretti ed immediati del nostro contingente che si sta preparando alla missione di sostegno dello sforzo alleato in Afghanistan. La finalità della nostra partecipazione è primariamente simbolica, cioè solo un pegno concreto che segnala l’adesione italiana all’operazione. Ciò non toglie rilevanza al contributo tecnico dei nostri militari. I carabinieri paracadutisti sono specialisti di riconosciuto livello mondiale per missioni sia di protezione antiguerriglia (per esempio di convogli umanitari) sia di rastrellamento. Gli elicotteri Mangusta sono macchine di prima qualità e i loro piloti ben addestrati per il controllo di un teatro operativo. Così quelli dei cacciabombardieri Tornado, anche se le macchine sono un po’ vecchie, pur ancora efficaci. Ma, appunto, l’Italia li manderà in piccoli numeri. Se la marina impegnerà la portaerei e gli otto caccia Harrier imbarcati, oltre ad altre navi, ciò non costituirà un grande costo aggiuntivo in quanto normalmente la nostra flotta è sempre in movimento e pronta al combattimento. In sintesi, l’aumento di spesa oltre la norma sarà di qualche miliardo di euro, niente che possa metterci in difficoltà.

Ma sono molto più preoccupato in merito ad altre spese ed a quelle militari future. Con la partecipazione alla guerra l’Italia si impegna di fatto ad un ruolo maggiore di esportazione della sicurezza. Per esempio, nella prospettiva della costruzione di uno Stato palestinese, annunciata da Bush e ritenuta ormai da tutti una necessità per calmare le acque e le sabbie in tutta l’area mediorientale, chi pagherà i costi di sostegno a tale iniziativa? Evidentemente, sarebbe perfino controproducente se il nuovo Stato palestinese non avesse una capitalizzazione iniziale tale da costruire un welfare decente, infrastrutture, un sistema pensionistico, ecc.. Partirà da zero e qualcuno dovrà pagare, dove il “chi paga” ha un significato politico critico. Anche gli occidentali dovranno mettere mano al portafoglio. E non solo lì. E’ ovvio che per stabilizzare i regimi islamici moderati ci vorranno molte più carote affinché i giovani della costa Sud del Mediterraneo (ne nascono 12 per 1 italiano) trovino un lavoro e non abbiano la tentazione, per disperazione, di arruolarsi nelle file di Bin Laden o di un suo equivalente tra un decennio. Qui il conto economico comincia a salire di molto. Schizza verso l’alto se includiamo anche il finanziamento della ricostruzione e del primo sviluppo nei Balcani. I miliardi di euro (ciascuno equivalente a quasi duemila miliardi di lire) cominciano ad essere centinaia, nel prossimo decennio. Sarò gentile e non citerò il costo corrente e dei prossimi due o tre anni per aumentare la sicurezza interna contro atti terroristici, ma non dimenticatevi questa voce di bilancio. E la cortesia non può arrivare al punto da tacere la necessità di spendere di più per le forze armate nei prossimi venti anni. L’operazione in Afghanistan, infatti, è solo l’inizio di un nuovo processo geopolitico basato sull’idea che l’Occidente deve impegnarsi direttamente per fornire ordine all’area islamica. Dopo la guerra con l’Irak non apprendemmo questa lezione. L’idea era: si tira una bastonata quando serve e poi si va via. Ora non sarà più così: bisognerà essere pronti e capaci di somministrare sia bastoni sia carote, per decenni, a questa area geoculturale. Le seconde le ho dette, ma i primi implicano per l’Italia: costruire altre due portaerei, rinnovare l’aviazione militare, accelerare e potenziare la transizione verso l’esercito professionale, ecc. Inoltre i nostri armamenti dovranno essere futurizzati per poter essere più selettivi. Una bomba normale uccide il nemico, ma anche il bambino. Per salvare il secondo ci vuole un munizionamento intelligente. Che costa e che noi ora non abbiamo in quantità sufficienti. In sintesi, si prospetta un aumento della nostra spesa militare combinato con un incremento impressionante dei costi di sostegno allo sviluppo dei Paesi poveri.

Da un lato ciò va visto come un investimento. Il costo per esportare ordine procurerà un vantaggio di mercato. E ciò non preoccupa, anzi. Ma solo a condizione che tale investimento sia spalmato su tutti i Paesi che ne godranno i benefici, entro un sistema di calcolo che definisca per ciascuno il “giusto prezzo”. Noi italiani tot, i tedeschi tot, gli americani tot, i norvegesi tot, ecc. Se si instaura questo principio, allora l’Occidente potrà sostenere i costi necessari senza pesi eccessivi per un singolo Paese grazie ad una condivisione intelligente ed equilibrata tra tutti. Ma nella realtà non si vede emergere un concetto di questo tipo. Qui il punto su cui dobbiamo cominciare a riflettere con realismo, piuttosto in fretta.

(c) 2001 Carlo Pelanda
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