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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2001-8-27

27/8/2001

La nuova economia sta rigenerandosi sotto le ceneri

La crisi del settore tecnologico, sia sul piano borsistico sia su quello delle vendite, è di entità tale da far temere la morte nella culla della “nuova economia” e delle sue promesse. Fortunatamente non è così, alla luce di nuovi dati, pur divampando ancora l’incendio che ha ridotto in cenere buona parte del settore. Vediamo.

Ricordiamo la principale di queste promesse: l’applicazione delle nuove tecnologie dell’informazione (IT) ai sistemi di produzione e di commercializzazione ne può aumentare per mille, diecimila, centomila e oltre l’efficienza. Quindi i profitti delle aziende e, soprattutto, la loro produttività (il valore di un’ora di lavoro). Che a sua volta alza il tetto complessivo della crescita economica non inflazionistica. Tale promessa fu anticipata entusiasticamente dal mercato azionario, dal 1996 in America e dal 1998 in Europa,  quando moltiplicò, appunto, per diecimila e centomila i valori dei titoli delle aziende beneficiate direttamente (Internet, costruttori di computer, ecc.) ed indirettamente (imprese di telecomunicazioni e produttori di software) dalle nuove tecnologie. E nel marzo del 2000 si arrivò ad una situazione limite: i valori azionari del settore Tmt (tecnologia, media e telecomunicazioni) includevano nel prezzo corrente decine di anni futuri di profitti enormi che però non stavano ancora realizzandosi. Le aziende Internet tentavano di vendere in rete una grande varietà di cose come se gli utenti fossero già miliardi e culturalmente predisposti a comprare in quel modo e, in particolare, capaci di farlo. La realtà era diversa. In generale, le imprese facevano investimenti pensando che lo e-boom durasse per sempre. Ad un certo punto la bolla si è sgonfiata perché la promessa si stava realizzando molto più lentamente del previsto. Le azioni crollarono. E lo stanno ancora facendo perché lo sgonfiamento non ha  raggiunto il pavimento, ovvero un valore compatibile con la previsione di profitti plausibili. Circa il 90% delle aziende Internet che operavano in America fino a metà del 2000 è oggi chiuso: il loro modello di offerta assumeva una “internettazione”  veloce dell’economia e della società che, appunto, non si è verificata. Tutti i produttori degli aggeggi che servono per operare in rete (computer, server, router, software, ecc.) si sono ritrovati con i magazzini pieni di roba invenduta e stanno adattandosi ad un futuro prossimo di crescita molto minore. I fondi di investimento non osano più mettere neanche un soldino su Internet, dintorni e altre tecnologie futurizzanti, perché scottati da perdite o totali o comunque elevatissime. Le banche non rinnovano il credito alle aziende inguaiate o lo fanno in modi molto restrittivi. Molte imprese di alta tecnologia stanno tagliando gli investimenti futuri (il segnale più brutto). Ciò accade più in America che in Europa per il semplice fatto che la nuova economia lì era più avanzata. Ma il crollo colpisce anche noi perché è arrivato nel momento in cui gli europei stavano saltando nella nuova economia. Ma è veramente e-catastrofe, con il rischio che lo sparire della promessa di più produttività futura segni un decennio di stagnazioni e recessioni dell’economia complessiva?

No. I dati – li semplifico – mostrano che un numero crescente di famiglie ed imprese stanno usando di più e meglio le tecnologie dell’informazione, dappertutto. Tale fenomeno corrisponde al fatto che la produttività sia in America sia in Europa (di meno) sta aumentando nonostante il momento semirecessivo. Segno che in qualche modo le imprese stanno applicando le nuove tecnologie in modi più estesi. Altrimenti sarebbe inspiegabile.

 Cosa è successo? Una cosa quasi buffa. Alcune ricerche recentissime suggeriscono che si è verificato un gap temporale tra acquisizione del potenziale tecnologico, da parte di un’impresa o di una famiglia, e l’apprendimento di come sfruttarlo pienamente. Per esempio, alcune aziende, dopo aver comprato tonnellate di nuova tecnologia, ci hanno messo almeno tre anni prima di capire come usarla per aumentare veramente l’integrazione produttiva e l’efficienza commerciale. Ma adesso che lo hanno capito, stanno correndo. E finalmente sfruttano tutto il potenziale, nel 2001, di una tecnologia, per dire, del 1997. Tra poco saranno in grado loro stesse di chiedere ulteriori innovazioni, ai produttori di IT, che vadano oltre lo stato dell’arte corrente, cosa che non erano in grado di fare un anno fa. Lo stesso sta succedendo ad utenti privati. Per esempio, molti hanno usato per anni i potenziali del loro computer solo per inviare e-mail. Ma adesso, evidentemente più familiarizzati, hanno imparato a comprare biglietti o viaggi on-line o simili. E – qui il punto di svolta - trovano irrinunciabili questi ed altri nuovi vantaggi tecnologici. E ne chiedono di più.

 Scenario. La prima generazione della nuova economia (1996-2000) si è bruciata per questo fenomeno di ritardo degli utenti nell’apprendere come usare pienamente i potenziali tecnologici e per l’eccesso speculativo. Ora l’apprendimento c’è e per il secondo l’esperienza ha fatto da vaccino contro tentazioni future. Ciò vuol dire che sotto le braci ardenti sta rigenerandosi una seconda generazione della nuova economia trainata, finalmente, da una domanda che la vuole perché ha imparato ad usarla. Quindi nel 2003 - nel 2002 sarebbe troppo presto vista la botta ancora da assorbire – molto probabilmente ci sarà un nuovo e-boom, meno scoppiettante, ma molto più solido. 

(c) 2001 Carlo Pelanda
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