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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2001-8-20

20/8/2001

La ripresa delle Borse è rimandata al 2002

 La scorsa settimana borsistica è stata, in Italia, sorprendentemente negativa in quanto, di solito, nel periodo di Ferragosto i movimenti azionari sono piuttosto piatti. Questa anomalia è dipesa dallo smottamento delle Borse americane che ha trascinato al ribasso tutto il resto. Per due motivi. I dati correnti indicano che la tendenza recessiva negli Stati Uniti non sta esaurendosi, per lo meno non con la velocità necessaria a far prevedere un rimbalzo ravvicinato dell’economia reale e finanziaria. E molti investitori hanno tirato in remi in barca perché pessimisti sulla possibilità di un rally borsistico a breve. Ma altri – di solito questo non viene dichiarato apertamente – hanno volontariamente “tirato giù” sia il Nasdaq (per lo più titoli tecnologici) sia l’indice Dow Jones allo scopo di premere sull’autorità monetaria (Federal Riserve) affinché abbassi i tassi dello 0,50% e non del solo 0,25% come si prevede avverrà martedì prossimo, giorno della decisione. In sintesi, una parte del mercato finanziario sta rassegnandosi e prende posizioni di attesa. Un’altra vuole forzare la realtà e chiede “buone notizie” per tentare un rally autunnale o di fine anno che risollevi i portafogli ora, in maggioranza, carichi di perdite. Cosa che comincia ad erodere la fiducia dei clienti nei fondi di investimento. Sembra un buon momento per tentare di tracciare uno scenario realistico.

 Dubito, anche se non si può escludere, che Alan Greenspan tagli i tassi di riferimento del dollaro (ora allo 3,75%) dello 0,50%. Sarebbe un segnale che la recessione americana è veramente pesante in un momento in cui il mercato la percepisce, ma ancora non riesce a pesarne l’intensità e la durata. Appunto, sarebbe una conferma che le cose vanno tanto male da costringere la Fed ad azioni stimolative d’emergenza. Quindi, alla fine, sarebbe controproducente. Inoltre, proprio in questi giorni stanno uscendo dei dati che indicano un rallentamento della crisi in America (in Europa, invece, il deterioramento continua) e quindi la prospettiva di un rimbalzo non troppo lontano, pur non vicinissimo. Va anche detto che la Fed vedrebbe di buon occhio un relativo abbassamento del valore di cambio del dollaro, che sta avvenendo, per aiutare il settore manifatturiero statunitense in crisi di competitività per la valuta troppo alta (tutta la nuova disoccupazione, salita dal 4 al 4,5% in pochi mesi, viene da lì). Ma non vuole assolutamente una caduta troppo forte del dollaro perché ciò comporterebbe un terremoto finanziario con conseguenze catastrofiche. E un taglio troppo forte dei tassi, senza una prospettiva di veloce rimbalzo, potrebbe provocarlo per eccesso di differenziale con quelli di  altre monete, in particolare l’euro. Che se, per altro, salisse troppo, toglierebbe competitività alla perfino più inguaiata economia europea. In sintesi, è più probabile un taglio dello 0,25 e una certa delusione della parte più aggressiva degli investitori più aggressivi in Borsa.

 Per altro questi dovrebbero rassegnarsi ad aspettare lo sfogo della crisi in corso. E capire che in questo c’è anche da scontare il rientro dei valori azionari dalla bolla del 1998-2000. Per esempio, la gran parte dei titoli tecnologici americani ed europei, nonostante il dimezzamento, o peggio, del loro valore negli ultimi 16-18 mesi, è ancora sopravvalutata in relazione al profitto reale che le imprese del settore potranno realmente dare. Forzare un rialzo dell’area in queste condizioni significa generare una bollicina che poi si sgonfierà subito. Ovviamente una buona parte del mercato non si arrenderà e busserà continuamente, e inutilmente, al cancello del rialzo. Qual è lo scenario realistico?

 Prima di tutto non è così malvagio. Da una parte il settore tecnologico (in Europa concentrato sui nuovi mercati) deve scendere ancora. Ma quando lo farà, poi avrà tutto lo spazio per poter rimbalzare, sostanzialmente. Le aziende che sono sopravissute al massacro degli ultimi mesi hanno evidentemente “sostanza” e, portata a valori realistici, questa potrà svilupparsi in direzione di nuovo ascendente. Inoltre la crisi americana dovrebbe risolversi nella prima parte del 2002 e ciò, dopo qualche mese, tirerà su anche l’Europa. Ma i mercati borsistici potranno anticipare un po’ questi tempi. Con quale speranza di crescita finanziaria? Non elevatissima, per il 2002, in quanto le aziende ci metteranno un po’ a macinare nuovi profitti. Sarà buona nel 2003. Quindi un po’ di freddezza e pazienza sono la chiave per ripristinare in un anno e mezzo i portafogli ora piangenti. Questo in generale. Per l’Italia lo scenario borsistico e più interessante anche se molto complicato. Le manovre stimolative del governo potrebbero portare a rialzi azionari anticiclici, cioè prima che riparta la locomotiva globale americana. Inoltre c’è un certo fermento sul piano di nuove quotazioni, scalate e acquisizioni. Ma queste avvengono ancora in un modo che premia solo i pochi grandi e lascia fuori i tanti piccoli azionisti (tipo la piuttosto opaca operazione Pirelli-Telecom). E tale fattore, alla fine, deprime il potenziale rialzista, pur buono in teoria. Speriamo che l’organo di vigilanza delle Borse, la Consob, si decida a rendere più trasparente il nostro mercato.

(c) 2001 Carlo Pelanda
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