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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2001-5-7

7/5/2001

Per gli europei è razionale essere partner dello scudo globale antimissili

Nel corso della settimana cominceranno le consultazioni tra americani ed europei in relazione alla decisione dei primi di costruire un sistema di difesa antimissili globale. Un sì o  un no, o un “nì” dei secondi non riguarda solo il progetto specifico, ma l’intero ordine mondiale. Inoltre lo scudo antimissili va anche visto come una grande leva per la futurizzazione della tecnologia con sostanziali conseguenze industriali ed economiche. Sulla stampa italiana non si discute spesso di questa materia nonostante l’Italia sia uno dei G7 ed un Paese che influenza le decisioni europee. E’ venuto il momento di farlo. A mio avviso esistono tre motivi razionali che dovrebbero spingere gli europei a diventare  partner  - paritetici - del sistema di difesa mondiale  proposto da Bush. .

Primo, non può esistere un mercato globale se non viene assicurata una sicurezza altrettanto globale. Circa 25 paesi emergenti hanno la capacità di sviluppare sia armamenti di distruzione di massa nucleari diretti (bombe) e indiretti (diffusione di scorie radioattive come sperimentato, si è saputo poche settimane fa, nel 1987 dall’Iraq) nonché biologici sia vettori transcontinentali per lanciarli. Non sarebbe razionale mantenere l’assenza di difesa contro questi mezzi per rispettare un trattato del 1972 che non ne contemplava la proliferazione. Così come non è razionale permettere che alcune potenze emergenti, per esempio India e Pakistan, dotate di armamenti nucleari e missilistici piuttosto avanzati, possano fare la guerra atomica tra loro: l’intera ecologia planetaria sarebbe compromessa e, in particolare, l’economia finanziaria globale potrebbe avere uno shock fatale con impoverimento di tutti noi. Quindi la nuova frontiera della sicurezza sta avanzando verso il requisito di non lasciare agli altri fare guerre che possano avere conseguenze mondiali. Infatti il progetto di Bush, diversamente da quello impostato dal riluttante Clinton nel 1999, non è limitato alla sola difesa antimissile del territorio statunitense (National Missile Defense) e delle truppe americane ed alleate nei diversi scacchieri operativi (Theater Missile Defense). E’ proprio un sistema globale fatto di diverse componenti che permetteranno l’intervento istantaneo per annichilire qualsiasi fonte di minaccia dovunque nel mondo. Oltre ai missili antimissile, il sistema si avvarrà di armi ad energia diretta (laser) posizionate su piattaforme aeree (in sperimentazione dal 2007) e spaziali (test a partire dal 2010). Inoltre vi sarà una sorta di rivoluzione generale negli affari militari che metterà in campo (entro il 2025) centinaia di altre nuove tecnologie utili alla missione di controllo remoto, totale ed immediato delle minacce. Quindi il punto non è il decidere se partecipare o meno ad un sistema antimissili, ma quello di condividere con gli americani gli oneri e gli onori della costruzione progressiva di un sistema di sicurezza globale. Stabilito che qualsiasi dettaglio è sempre negoziabile, sarebbe una frattura nel pilastro occidentale dell’ordine mondiale se gli europei rifiutassero il concetto stesso della nuova sicurezza che implica proprio un sistema delle dimensioni proposte da Bush.

Secondo, comunque gli americani hanno la possibilità tecnica ed economica e la volontà politica di andare avanti da soli. Nell’alternanza di amministrazioni repubblicane e democratiche potrà variare l’intensità e la scala del progetto, ma non la sua strategia di fondo. Ciò significa che l’industria ad alta tecnologia statunitense riceverà una quantità di finanziamenti futurizzanti tale da portarla almeno 30anni tecnologia più avanti di quella europea. Ora la distanza media, nei settori di punta (circa 150 tecnologie), è di circa dieci anni. Poiché tutti i sistemi militari hanno tecnologie che possono essere adattate ai prodotti civili (telecomunicazioni, spazio, aeronautica, informatica, nuovi materiali, nanotecnologie, robotica, ecc.) se l’industria europea restasse fuori dal programma verrebbe cancellata in buona parte per crisi di competitività. Sarebbe una scelta suicida. La logica porta alla necessità di integrazione tra americani ed europei sia dei programmi militari sia del sistema industriale.

 Terzo, gli europei hanno un grande potenziale di valore politico che compensa il loro ritardo tecnologico. Il problema è la Russia. Nonostante la desovietizzazione, questa resta in una posizione geopolitica ambigua. Vuole comunque mantenere il ruolo di potenza mondiale. Tale sua – di Putin - speranza aumenterebbe se l’Europa divergesse dagli Usa. In un sistema a tre blocchi, giocando con l’uno e con l’altro (e nel prossimo futuro con il quarto, la Cina), la Russia potrebbe avere il massimo vantaggio geopolitico. Ma la sicurezza mondiale ne soffrirebbe sia perché i paesi emergenti potrebbero trovare degli spazi per esercitare le loro ambizioni di potenza sul piano regionale e creare focolai di tensione sia per la minor potenza del sistema internazionale di sicurezza centrato sugli Stati Uniti. Se l’Europa, invece, convergesse con gli americani, la Russia, alla fine, sarebbe costretta ad entrare come terzo partner nel sistema di sicurezza euroamericano, rafforzandolo e costringendo la Cina – in pieno riarmo dal 1996 in poi – a moderarsi, pena l’isolamento mondiale e l’accerchiamento. Questo scenario è il più razionale tra quelli possibili e la sua realizzazione iniziale passa attraverso la partecipazione degli europei  - come partner e non come ascari – al programma americano di superiorità globale.

(c) 2001 Carlo Pelanda
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