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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2001-2-5

5/2/2001

L’indecisa Bce soffia sul fuoco dell’incertezza

Cosa farà la Banca centrale europea: ridurrà il costo del denaro oppure o no? Questa domanda si sta facendo sempre più insistente perché molti soggetti del mercato – che lo negavano fino a poche settimane fa - stanno cominciando a pensare che il rallentamento, forse recessione, della locomotiva americana comporterà una stagnazione o una tendenza recessiva anche nell’eurozona (punto che ho sostenuto qui più volte). Per minimizzare questo rischio, la Bce dovrebbe ridurre i tassi di riferimento (ora al 4,75%) per aumentare la liquidità del sistema economico, favorire gli investimenti, per esempio i mutui, e sostenere i corsi dei titoli azionari nelle euroborse. Vediamo.

 Gli andamenti dell’inflazione sono il parametro principale che determina le mosse di una autorità monetaria. L’inflazione media europea è salita al 3%. La Bce valuta che la soglia di sicurezza sia al 2%. Tale sfondamento non è catastrofico se è ragionevole prevedere che possa rientrare in breve tempo. Cosa l’ha causato? Certamente l’aumento del prezzo del petrolio, nel 2000, aggravato dal deprezzamento dell’euro sul dollaro, moneta in cui è stabilito il prezzo del petrolio. E’ prevedibile che tale fonte di inflazione esterna tenda a diminuire nel futuro. L’euro, pur non ancora solido e credibile, non dovrebbe cadere ai livelli paurosi di qualche mese fa per il semplice fatto che la forza del dollaro non potrà essere alimentata da una crescita reale americana prorompente. Inoltre l’oro nero, pur volendo l’Opec tenerne sostenuto il prezzo, non dovrebbe andare troppo, o troppo a lungo, oltre i 28 dollari al barile, soglia oltre la quale si profila lo shock inflazionistico. Quindi, prevedendo un certo rallentamento dell’economia europea e dell’inflazione interna, nonché una riduzione dell’inflazione importata, si potrebbe sostenere che la Bce ha uno spazio di  sicurezza per ridurre i tassi. In teoria.

 I tassi monetari sono uno dei fattori rilevanti per la determinazione dei valori di cambio in quanto orientano una parte dei flussi di capitale da una moneta all’altra (obbligazioni e dintorni). Tassi del dollaro troppo elevati in relazione a quelli dell’euro, penalizzerebbero la nostra moneta. Ma la tendenza in America è quella di ridurli sostanzialmente, fino probabilmente ad arrivare tra il 5% ed il 4,5 tra qualche mese, appunto per attutire la recessione e favorire un rimbalzo economico. Qualcuno, convinto che la recessione americana sia più brutta di quello che ora ci si immagina, oppure che il rimbalzo non sarà tanto veloce e robusto e che quindi ci sarà semistagnazione (crescita sul 2%) fino al 2002,  scommette su un ribasso che arrivi fino al 3 o 3,5% (non credo). Comunque sia, in questa contingenza non c’è certamente la preoccupazione di una divaricazione eccessiva dei tassi a sfavore dell’euro e del suo cambio. Quindi la Bce potrebbe  mollare un po’. In teoria.

 Perché non appare disposta a farlo, in pratica? Ha dichiarato, infatti, che per qualche mese non si muoverà e che vuole capire meglio la situazione. Posizione ambigua. A Francoforte dovrebbero ormai sapere se per il 2001 siamo proiettati verso una stagnazione, recessione o crescita. Nei primi due casi si abbassano i tassi o si avverte il mercato che questa è l’opzione più probabile che si sta valutando (ottenendo subito l’effetto di aspettativa verso uno scenario espansivo). Nel terzo caso si lasciano inalterati e si dovrebbe dire con chiarezza: l’euroeconomia va bene e quindi non molliamo per evitare inflazione da crescita. Da una parte, Wim Duisenberg ci ha rassicurati che nel 2001 cresceremo sul 3% (dubito, se l’America non rimbalza a giugno). Dall’altra, ha invitato i governi europei ad accelerare le riforme fiscali. E, appunto, ha preso una posizione di “stiamo a vedere cosa succede”. C’è qualcosa che non va. Che senso ha tirare le orecchie ai governi se lo scenario fosse così roseo? Perché tenere una posizione pilatesca se si è tanto sicuri che cresceremo di un eccezionale (quest’anno) 3%? Ammetterete che c’è qualcosa di poco chiaro.

Cosa? Secondo me la Bce ci tranquillizza sulla crescita futura e sposta l’attenzione sui doveri stimolativi dei governi (detassazione) per evitare l’accusa futura di aver innescato una stagnazione o recessione europea a causa del ritardo nella riduzione dei tassi. E’ solo un sospetto. Ma, se è così, ci imbrogliano?

 No, direi che è gente forse non del tutto competente, ma non sono certo dei criminali. Forse il problema è ostico per motivi tecnici insuperabili (si conosce la situazione, ma non si sa come gestirla). L’economia europea tende a produrre molta inflazione interna a causa della sua inefficienza: molti settori sono protetti e non sottoposti alla concorrenza (che, tipicamente, riduce i prezzi al consumo); i governi - quello italiano è un campione - hanno il brutto vizio di aumentare le tariffe e di produrre bolle inflative per questa via. Inoltre le manovre sui tassi, in un’economia rigida, tendono a sortire effetti stimolativi di poca entità e lenti. E a generare una distorsione: un costo troppo basso del denaro favorisce l’indebitamento in euro e la sua conversione in altra valuta, creando un flusso di capitali in uscita che deprezzerebbe la moneta unica oltre misura (cosa capitata in Giappone dal 1992 in poi). In sintesi, pur in economia calante, la Bce ha paura di  ridurre i tassi perché teme che ci sia comunque inflazione o si possano verificare effetti distorcenti che non saprebbe come evitare. Se questo è vero e se la situazione diventasse tale nel prossimo futuro da costringere la Bce a mollare, allora il ribasso verrebbe con mesi di ritardo, inefficace. Come successo in tutti i casi precedenti. Se non è così, resta comunque l’evidenza di troppa indecisione ed opacità nelle (non) azioni della nostra autorità monetaria. E non è una bella cosa, nell’incertezza generale dello scenario, dover aggiungere che la Bce non è ancora un’istituzione trasparente che ci dica le cose come esattamente sono. 

(c) 2001 Carlo Pelanda
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