Un modo molto concreto di valutare l’esito del vertice di Nizza è quello di stimare se abbia migliorato o peggiorato la credibilità di prospettiva dell’euro. Vediamo.

Il mercato globale ha bisogno che la moneta europea risalga velocemente dall’abisso in cui è intrappolata. La caduta del valore di cambio (con un picco di oltre il 30% poche settimane fa) ha messo nei guai le aziende globali quotate in dollari: i loro profitti calcolati in euro si sono depressi e hanno affondato i valori della azioni contribuendo non poco alla crisi delle Borse americane e, di conseguenza, di tutte le altre. Soprattutto, l’ambiente economico europeo ha la disperata necessità di far tornare gli investimenti a casa. Nel 1999 e 2000 molte centinaia di migliaia di miliardi di lire equivalenti – forse addirittura più di un milione - sono fuggite dall’Europa e andate sul dollaro. Perché gli investitori europei hanno preferito mettere i loro denari o in aziende statunitensi più efficienti per tecnologia e poche tasse oppure in impieghi di risparmio ritenuti, appunto, più solidi che non quelli dell’area euro. E tale flusso sfavorevole dei capitali ha impoverito drammaticamente l’Europa – l’Italia più di altri - perché l’ha privata di una quota consistente di capitale utile a creare impresa, lavoro e valore finanziario residente. In sintesi, che l’euro rimbalzi fino alla parità o quasi con il dollaro è una priorità assoluta per noi e per il mondo.

La debolezza dell’euro, dalla sua nascita, ha avuto tre cause "strutturali" principali: (a) il disordine istituzionale europeo ne ha minato la credibilità, creando una crisi di fiducia di fondo; (b) i vincoli politici alla libertà del mercato europeo lo rendono meno dinamico e quindi poco attrattivo per gli investimenti; (c) fatto peggiorato, sul piano della concorrenza valutaria, dalla forza dell’economia statunitense e, quindi, del dollaro. Esistono altri motivi più di contingenza. Per esempio, alcuni strafalcioni della Banca centrale europea, l’aumento del prezzo del petrolio nel corso del 2000 che ha penalizzato le prospettive "percepite" della crescita europea. Pochi mesi fa, poi, ha suscitato scalpore la felicità del cancelliere tedesco Schroeder in merito all’euro basso: permetteva di esportare di più. Fatto che il mercato ha percepito come desiderio di continuare la svalutazione competitiva, quindi i ribassi, dell’euro. Ora questi problemi di contingenza si stanno risolvendo. E sta modificandosi il terzo fattore di debolezza strutturale: l’economia statunitense sta rallentando il proprio ritmo di crescita ed il dollaro, arrivato a valori di tetto, difficilmente potrà restarvi. Ma il secondo fattore – la rigidità economica europea – rimane costante e deprimente. Quindi, per cogliere l’opportunità di una minore competitività valutaria del dollaro che di fatto ridà slancio al potenziale di rimbalzo dell’euro, diventa interessante valutare se e come stia modificandosi il primo fattore, cioè la percezione di eurocaos al riguardo delle istituzioni europee. Il vertice di Nizza aveva come scopo dichiarato proprio quello di mettere più ordine nell’eurosistema.

Risultato di fondo, che potete vedere in dettaglio nelle cronache: l’Europa fa fatica a compiere passi in avanti, ma non va indietro. Viene confermata l’immagine che il mercato ha da tempo dell’Unione Europea: sufficiente colla per non rompersi, ma non abbastanza impulso per darsi una missione esterna chiara ed un ordine interno semplice ed efficiente. Già scontato da tempo. Infatti – ed è indicativo – venerdì scorso il mercato finanziario è rimasto indifferente all’eurovertice. L’euro è sceso un po’ in seguito a notizie che indicano una maggiore probabilità di riduzione dei tassi del dollaro e, quindi, di ripresa delle Borse americane, Nizza irrilevante. Oggi lunedì, alla riapertura dei mercati, ci sono fatti avvenuti a Nizza nel fine settimana che possono modificare questo atteggiamento? Il tema più importante osservato dal mercato riguarda l’allargamento ad est dell’Unione. La convinzione è che l’estensione dell’eurozona prima del consolidamento della moneta unica ne comporti un indebolimento endemico. Il mercato ha visto con favore la prudenza nel non definire scadenze precise, ma resta l’ambiguità su questo punto critico. Un altro punto - poco noto al grande pubblico, ma importante per il mercato - riguarda la creazione di un diritto societario paneuropeo che permetterà di avere il medesimo modello di azienda in tutto il continente. E’ stato approvato ed è una buona notizia perché facilita la formazione di imprese realmente europee e la fusione tra loro. Ma con un aspetto che delude: i dipendenti di un’azienda potranno influenzare le decisioni dell’impresa se il 25% dei lavoratori lo richiede. Come nel modello tedesco della "codeterminazione". E’ un fattore di rigidità socialisteggiante che il mercato non gradisce.

In sintesi, il mercato non ha motivi particolari per modificare in meglio o in peggio quello che pensa da mesi al riguardo della piattaforma istituzionale che sostiene l’euro: non va indietro, non va avanti e c’è ancora troppa rigidità pur nella tendenza liberalizzante. Quindi? Resta la percezione che nel futuro l’Europa in qualche modo sarà solida, ma che ci vorrà molto tempo per darle ordine e per riformarla sul piano delle regole economiche. Cosa vuol dire in termini di cambio? Che l’euro resta strutturalmente penalizzato dalla sensazione detta e che risentirà principalmente degli andamenti del dollaro senza una forza sua propria. Peccato.

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Il mercato globale ha bisogno che la moneta europea risalga velocemente dall’abisso in cui è intrappolata. La caduta del valore di cambio (con un picco di oltre il 30% poche settimane fa) ha messo nei guai le aziende globali quotate in dollari: i loro profitti calcolati in euro si sono depressi e hanno affondato i valori della azioni contribuendo non poco alla crisi delle Borse americane e, di conseguenza, di tutte le altre. Soprattutto, l’ambiente economico europeo ha la disperata necessità di far tornare gli investimenti a casa. Nel 1999 e 2000 molte centinaia di migliaia di miliardi di lire equivalenti – forse addirittura più di un milione - sono fuggite dall’Europa e andate sul dollaro. Perché gli investitori europei hanno preferito mettere i loro denari o in aziende statunitensi più efficienti per tecnologia e poche tasse oppure in impieghi di risparmio ritenuti, appunto, più solidi che non quelli dell’area euro. E tale flusso sfavorevole dei capitali ha impoverito drammaticamente l’Europa – l’Italia più di altri - perché l’ha privata di una quota consistente di capitale utile a creare impresa, lavoro e valore finanziario residente. In sintesi, che l’euro rimbalzi fino alla parità o quasi con il dollaro è una priorità assoluta per noi e per il mondo.

La debolezza dell’euro, dalla sua nascita, ha avuto tre cause "strutturali" principali: (a) il disordine istituzionale europeo ne ha minato la credibilità, creando una crisi di fiducia di fondo; (b) i vincoli politici alla libertà del mercato europeo lo rendono meno dinamico e quindi poco attrattivo per gli investimenti; (c) fatto peggiorato, sul piano della concorrenza valutaria, dalla forza dell’economia statunitense e, quindi, del dollaro. Esistono altri motivi più di contingenza. Per esempio, alcuni strafalcioni della Banca centrale europea, l’aumento del prezzo del petrolio nel corso del 2000 che ha penalizzato le prospettive "percepite" della crescita europea. Pochi mesi fa, poi, ha suscitato scalpore la felicità del cancelliere tedesco Schroeder in merito all’euro basso: permetteva di esportare di più. Fatto che il mercato ha percepito come desiderio di continuare la svalutazione competitiva, quindi i ribassi, dell’euro. Ora questi problemi di contingenza si stanno risolvendo. E sta modificandosi il terzo fattore di debolezza strutturale: l’economia statunitense sta rallentando il proprio ritmo di crescita ed il dollaro, arrivato a valori di tetto, difficilmente potrà restarvi. Ma il secondo fattore – la rigidità economica europea – rimane costante e deprimente. Quindi, per cogliere l’opportunità di una minore competitività valutaria del dollaro che di fatto ridà slancio al potenziale di rimbalzo dell’euro, diventa interessante valutare se e come stia modificandosi il primo fattore, cioè la percezione di eurocaos al riguardo delle istituzioni europee. Il vertice di Nizza aveva come scopo dichiarato proprio quello di mettere più ordine nell’eurosistema.

Risultato di fondo, che potete vedere in dettaglio nelle cronache: l’Europa fa fatica a compiere passi in avanti, ma non va indietro. Viene confermata l’immagine che il mercato ha da tempo dell’Unione Europea: sufficiente colla per non rompersi, ma non abbastanza impulso per darsi una missione esterna chiara ed un ordine interno semplice ed efficiente. Già scontato da tempo. Infatti – ed è indicativo – venerdì scorso il mercato finanziario è rimasto indifferente all’eurovertice. L’euro è sceso un po’ in seguito a notizie che indicano una maggiore probabilità di riduzione dei tassi del dollaro e, quindi, di ripresa delle Borse americane, Nizza irrilevante. Oggi lunedì, alla riapertura dei mercati, ci sono fatti avvenuti a Nizza nel fine settimana che possono modificare questo atteggiamento? Il tema più importante osservato dal mercato riguarda l’allargamento ad est dell’Unione. La convinzione è che l’estensione dell’eurozona prima del consolidamento della moneta unica ne comporti un indebolimento endemico. Il mercato ha visto con favore la prudenza nel non definire scadenze precise, ma resta l’ambiguità su questo punto critico. Un altro punto - poco noto al grande pubblico, ma importante per il mercato - riguarda la creazione di un diritto societario paneuropeo che permetterà di avere il medesimo modello di azienda in tutto il continente. E’ stato approvato ed è una buona notizia perché facilita la formazione di imprese realmente europee e la fusione tra loro. Ma con un aspetto che delude: i dipendenti di un’azienda potranno influenzare le decisioni dell’impresa se il 25% dei lavoratori lo richiede. Come nel modello tedesco della "codeterminazione". E’ un fattore di rigidità socialisteggiante che il mercato non gradisce.

In sintesi, il mercato non ha motivi particolari per modificare in meglio o in peggio quello che pensa da mesi al riguardo della piattaforma istituzionale che sostiene l’euro: non va indietro, non va avanti e c’è ancora troppa rigidità pur nella tendenza liberalizzante. Quindi? Resta la percezione che nel futuro l’Europa in qualche modo sarà solida, ma che ci vorrà molto tempo per darle ordine e per riformarla sul piano delle regole economiche. Cosa vuol dire in termini di cambio? Che l’euro resta strutturalmente penalizzato dalla sensazione detta e che risentirà principalmente degli andamenti del dollaro senza una forza sua propria. Peccato.

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Il mercato globale ha bisogno che la moneta europea risalga velocemente dall’abisso in cui è intrappolata. La caduta del valore di cambio (con un picco di oltre il 30% poche settimane fa) ha messo nei guai le aziende globali quotate in dollari: i loro profitti calcolati in euro si sono depressi e hanno affondato i valori della azioni contribuendo non poco alla crisi delle Borse americane e, di conseguenza, di tutte le altre. Soprattutto, l’ambiente economico europeo ha la disperata necessità di far tornare gli investimenti a casa. Nel 1999 e 2000 molte centinaia di migliaia di miliardi di lire equivalenti – forse addirittura più di un milione - sono fuggite dall’Europa e andate sul dollaro. Perché gli investitori europei hanno preferito mettere i loro denari o in aziende statunitensi più efficienti per tecnologia e poche tasse oppure in impieghi di risparmio ritenuti, appunto, più solidi che non quelli dell’area euro. E tale flusso sfavorevole dei capitali ha impoverito drammaticamente l’Europa – l’Italia più di altri - perché l’ha privata di una quota consistente di capitale utile a creare impresa, lavoro e valore finanziario residente. In sintesi, che l’euro rimbalzi fino alla parità o quasi con il dollaro è una priorità assoluta per noi e per il mondo.

La debolezza dell’euro, dalla sua nascita, ha avuto tre cause "strutturali" principali: (a) il disordine istituzionale europeo ne ha minato la credibilità, creando una crisi di fiducia di fondo; (b) i vincoli politici alla libertà del mercato europeo lo rendono meno dinamico e quindi poco attrattivo per gli investimenti; (c) fatto peggiorato, sul piano della concorrenza valutaria, dalla forza dell’economia statunitense e, quindi, del dollaro. Esistono altri motivi più di contingenza. Per esempio, alcuni strafalcioni della Banca centrale europea, l’aumento del prezzo del petrolio nel corso del 2000 che ha penalizzato le prospettive "percepite" della crescita europea. Pochi mesi fa, poi, ha suscitato scalpore la felicità del cancelliere tedesco Schroeder in merito all’euro basso: permetteva di esportare di più. Fatto che il mercato ha percepito come desiderio di continuare la svalutazione competitiva, quindi i ribassi, dell’euro. Ora questi problemi di contingenza si stanno risolvendo. E sta modificandosi il terzo fattore di debolezza strutturale: l’economia statunitense sta rallentando il proprio ritmo di crescita ed il dollaro, arrivato a valori di tetto, difficilmente potrà restarvi. Ma il secondo fattore – la rigidità economica europea – rimane costante e deprimente. Quindi, per cogliere l’opportunità di una minore competitività valutaria del dollaro che di fatto ridà slancio al potenziale di rimbalzo dell’euro, diventa interessante valutare se e come stia modificandosi il primo fattore, cioè la percezione di eurocaos al riguardo delle istituzioni europee. Il vertice di Nizza aveva come scopo dichiarato proprio quello di mettere più ordine nell’eurosistema.

Risultato di fondo, che potete vedere in dettaglio nelle cronache: l’Europa fa fatica a compiere passi in avanti, ma non va indietro. Viene confermata l’immagine che il mercato ha da tempo dell’Unione Europea: sufficiente colla per non rompersi, ma non abbastanza impulso per darsi una missione esterna chiara ed un ordine interno semplice ed efficiente. Già scontato da tempo. Infatti – ed è indicativo – venerdì scorso il mercato finanziario è rimasto indifferente all’eurovertice. L’euro è sceso un po’ in seguito a notizie che indicano una maggiore probabilità di riduzione dei tassi del dollaro e, quindi, di ripresa delle Borse americane, Nizza irrilevante. Oggi lunedì, alla riapertura dei mercati, ci sono fatti avvenuti a Nizza nel fine settimana che possono modificare questo atteggiamento? Il tema più importante osservato dal mercato riguarda l’allargamento ad est dell’Unione. La convinzione è che l’estensione dell’eurozona prima del consolidamento della moneta unica ne comporti un indebolimento endemico. Il mercato ha visto con favore la prudenza nel non definire scadenze precise, ma resta l’ambiguità su questo punto critico. Un altro punto - poco noto al grande pubblico, ma importante per il mercato - riguarda la creazione di un diritto societario paneuropeo che permetterà di avere il medesimo modello di azienda in tutto il continente. E’ stato approvato ed è una buona notizia perché facilita la formazione di imprese realmente europee e la fusione tra loro. Ma con un aspetto che delude: i dipendenti di un’azienda potranno influenzare le decisioni dell’impresa se il 25% dei lavoratori lo richiede. Come nel modello tedesco della "codeterminazione". E’ un fattore di rigidità socialisteggiante che il mercato non gradisce.

In sintesi, il mercato non ha motivi particolari per modificare in meglio o in peggio quello che pensa da mesi al riguardo della piattaforma istituzionale che sostiene l’euro: non va indietro, non va avanti e c’è ancora troppa rigidità pur nella tendenza liberalizzante. Quindi? Resta la percezione che nel futuro l’Europa in qualche modo sarà solida, ma che ci vorrà molto tempo per darle ordine e per riformarla sul piano delle regole economiche. Cosa vuol dire in termini di cambio? Che l’euro resta strutturalmente penalizzato dalla sensazione detta e che risentirà principalmente degli andamenti del dollaro senza una forza sua propria. Peccato.

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2000-12-11

11/12/2000

A Nizza si è persa l’occasione per rinforzare l’euro

Un modo molto concreto di valutare l’esito del vertice di Nizza è quello di stimare se abbia migliorato o peggiorato la credibilità di prospettiva dell’euro. Vediamo.

Il mercato globale ha bisogno che la moneta europea risalga velocemente dall’abisso in cui è intrappolata. La caduta del valore di cambio (con un picco di oltre il 30% poche settimane fa) ha messo nei guai le aziende globali quotate in dollari: i loro profitti calcolati in euro si sono depressi e hanno affondato i valori della azioni contribuendo non poco alla crisi delle Borse americane e, di conseguenza, di tutte le altre. Soprattutto, l’ambiente economico europeo ha la disperata necessità di far tornare gli investimenti a casa. Nel 1999 e 2000 molte centinaia di migliaia di miliardi di lire equivalenti – forse addirittura più di un milione - sono fuggite dall’Europa e andate sul dollaro. Perché gli investitori europei hanno preferito mettere i loro denari o in aziende statunitensi più efficienti per tecnologia e poche tasse oppure in impieghi di risparmio ritenuti, appunto, più solidi che non quelli dell’area euro. E tale flusso sfavorevole dei capitali ha impoverito drammaticamente l’Europa – l’Italia più di altri - perché l’ha privata di una quota consistente di capitale utile a creare impresa, lavoro e valore finanziario residente. In sintesi, che l’euro rimbalzi fino alla parità o quasi con il dollaro è una priorità assoluta per noi e per il mondo.

La debolezza dell’euro, dalla sua nascita, ha avuto tre cause "strutturali" principali: (a) il disordine istituzionale europeo ne ha minato la credibilità, creando una crisi di fiducia di fondo; (b) i vincoli politici alla libertà del mercato europeo lo rendono meno dinamico e quindi poco attrattivo per gli investimenti; (c) fatto peggiorato, sul piano della concorrenza valutaria, dalla forza dell’economia statunitense e, quindi, del dollaro. Esistono altri motivi più di contingenza. Per esempio, alcuni strafalcioni della Banca centrale europea, l’aumento del prezzo del petrolio nel corso del 2000 che ha penalizzato le prospettive "percepite" della crescita europea. Pochi mesi fa, poi, ha suscitato scalpore la felicità del cancelliere tedesco Schroeder in merito all’euro basso: permetteva di esportare di più. Fatto che il mercato ha percepito come desiderio di continuare la svalutazione competitiva, quindi i ribassi, dell’euro. Ora questi problemi di contingenza si stanno risolvendo. E sta modificandosi il terzo fattore di debolezza strutturale: l’economia statunitense sta rallentando il proprio ritmo di crescita ed il dollaro, arrivato a valori di tetto, difficilmente potrà restarvi. Ma il secondo fattore – la rigidità economica europea – rimane costante e deprimente. Quindi, per cogliere l’opportunità di una minore competitività valutaria del dollaro che di fatto ridà slancio al potenziale di rimbalzo dell’euro, diventa interessante valutare se e come stia modificandosi il primo fattore, cioè la percezione di eurocaos al riguardo delle istituzioni europee. Il vertice di Nizza aveva come scopo dichiarato proprio quello di mettere più ordine nell’eurosistema.

Risultato di fondo, che potete vedere in dettaglio nelle cronache: l’Europa fa fatica a compiere passi in avanti, ma non va indietro. Viene confermata l’immagine che il mercato ha da tempo dell’Unione Europea: sufficiente colla per non rompersi, ma non abbastanza impulso per darsi una missione esterna chiara ed un ordine interno semplice ed efficiente. Già scontato da tempo. Infatti – ed è indicativo – venerdì scorso il mercato finanziario è rimasto indifferente all’eurovertice. L’euro è sceso un po’ in seguito a notizie che indicano una maggiore probabilità di riduzione dei tassi del dollaro e, quindi, di ripresa delle Borse americane, Nizza irrilevante. Oggi lunedì, alla riapertura dei mercati, ci sono fatti avvenuti a Nizza nel fine settimana che possono modificare questo atteggiamento? Il tema più importante osservato dal mercato riguarda l’allargamento ad est dell’Unione. La convinzione è che l’estensione dell’eurozona prima del consolidamento della moneta unica ne comporti un indebolimento endemico. Il mercato ha visto con favore la prudenza nel non definire scadenze precise, ma resta l’ambiguità su questo punto critico. Un altro punto - poco noto al grande pubblico, ma importante per il mercato - riguarda la creazione di un diritto societario paneuropeo che permetterà di avere il medesimo modello di azienda in tutto il continente. E’ stato approvato ed è una buona notizia perché facilita la formazione di imprese realmente europee e la fusione tra loro. Ma con un aspetto che delude: i dipendenti di un’azienda potranno influenzare le decisioni dell’impresa se il 25% dei lavoratori lo richiede. Come nel modello tedesco della "codeterminazione". E’ un fattore di rigidità socialisteggiante che il mercato non gradisce.

In sintesi, il mercato non ha motivi particolari per modificare in meglio o in peggio quello che pensa da mesi al riguardo della piattaforma istituzionale che sostiene l’euro: non va indietro, non va avanti e c’è ancora troppa rigidità pur nella tendenza liberalizzante. Quindi? Resta la percezione che nel futuro l’Europa in qualche modo sarà solida, ma che ci vorrà molto tempo per darle ordine e per riformarla sul piano delle regole economiche. Cosa vuol dire in termini di cambio? Che l’euro resta strutturalmente penalizzato dalla sensazione detta e che risentirà principalmente degli andamenti del dollaro senza una forza sua propria. Peccato.

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