Si apre una settimana critica per le Borse. L’umore del mercato è reso grigio dalla sensazione che l’economia globale stia rallentando la propria crescita sia per la frenata della locomotiva americana sia per l’incapcità degli altri treni economici mondiali – eurozona e Giappone – di accelerare per moto proprio. Tale pessimismo è peggiorato da una serie di brutte notizie, per esempio: c’è un serio rischio di collasso economico e finanziario dell’Argentina con ripercussioni globali; il Nasdaq – la Borsa dei titoli tecnologici - stenta a trovare, nella sua caduta che dura dall’inizio dell’anno, un valore di pavimento da cui rimbalzare; si teme che nel 2001 l’economia americana, che traina tutta quella mondiale, possa andare in recessione; e questa percezione è peggiorata dal timore che il risultato delle recenti elezioni americane lasci un strascico di disordine politico nel cuore dell’Impero. Poi, appunto, le notizie relative all’economia europea non sono buone. Anche da noi la crescita rallenta e le Borse del continente non dimostrano – se non in minima parte - la capcità di prendere andamenti opposti a quelle americane qualora le seconde restassero depresse. Fa eccezione la Borsa italiana che, nel 2000, è stata tra le pochissime con un indice in buona crescita. Ma gli specialisti temono che tale dato positivo sia viziato da fattori anomali che non necessariamente indicano uno stato di salute che possa durare. L’euro guadagna qualcosa dalla minore fiducia sulla tenuta del dollaro, ma troppo poco per invertire – ancora – la sua immagine di moneta geneticamente poco solida (infatti chi si è liberato dai dollari, la settimana scorsa, ha preferito andare sul franco svizzero piuttosto che sull’euro). Tutto questo alimenta in una parte del mercato un atteggiamento o ribassista o comunque estremamente guardingo. Si comincia a parlare di "deflazione psicologica", cioè di un eccesso di pessimismo che frena gli impieghi di capitale e toglie forza espansiva al mercato finanziario. Ma tutto questo umore grigio che sta passando al nero è giustificato? Secondo me no, alla luce dei seguenti dati.

A) Il pessimismo degli operatori appare determinato più da un fattore emotivo che da uno razionale. Sono rimasti scottati dallo sgonfiamento della bolla tecnologica nelle Borse ed esagerano nei loro atteggiamenti restrittivi. Fino al punto da non rendersi conto che le aziende, per esempio, quotate al Nasdaq si sono già riallineate al criterio del profitto e risultano, molte, pesantemente sottovalutate. Quindi c’è un effetto delusione più che uno di profezia catastrofica per il futuro. Basta una buona notizia per far tornare l’ottimismo.

B) La frenata dell’economia americana sta arrivando alla fine e non è vero che sia appena all’inizio come trasmesso dalla maggior parte dei commentatori. Appunto, le Borse si sono sgonfiate (il NYSE, cioè l’indice Dow Jones, deve farlo ancora un po’) dal marzo scorso e ormai stanno arrivando a valori di "pavimento". Da agosto, dopo la stretta monetaria, tutta l’economia americana ha ridotto i propri volumi. I consumi lo stanno facendo ora. Infatti l’inflazione è rimasta piatta. Quindi, proprio in questi giorni, l’economia statunitense sta arrivando al punto in cui è troppo sotto al proprio potenziale e, pertanto, può rimbalzare. Con un dato positivo: la frenata è stata maggiore del previsto (anche se non ha portato ad una recessione) e ciò significa che c’è uno spazio più ampio di nuova crescita non inflazionistica per il 2001.

C) I guai di alcuni paesi nel mercato globale sono un fatto endemico e ben presidiato (anche se con metodi che andrebbero ridiscussi a causa della loro durezza) dal Fondo monetario internazionale. Quindi non è prevedibile che le eventuali crisi specifiche possano contagiare tutto il resto del sistema. Ovviamente il crederlo o meno dipende dalla quantità di ottimismo di fondo che circola nel mercato in un dato momento.

In conclusione, i dati reali dell’economia sono migliori – per il presente e per il prossimo futuro – di quanto lo siano le percezioni. E’ una situazione tipica dove ci vuole una serie di buone notizie per far ripartire le sensazioni, ed i flussi di capitale, in direzione espansiva. Arriveranno? Probabilmente, dopo l’incertezza, la questione delle elezioni presidenziali americane dovrebbe chiudersi bene: alla fine un presidente ci sarà ed il sistema politico statunitense metterà in priorità la ricostruzione della fiducia sulla propria solidità. Poi qualcuno comincerà ad accorgersi che molti titoli azionari sono sottovalutati. Resterà la delusione di non poter replicare le bolle fantasmagoriche degli anni scorsi, ma dovrebbe tornare un certo ottimismo su una ragionevole crescita. Quindi il 2001 si presenta non così male come molti lo stanno pensando. Anzi.

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A) Il pessimismo degli operatori appare determinato più da un fattore emotivo che da uno razionale. Sono rimasti scottati dallo sgonfiamento della bolla tecnologica nelle Borse ed esagerano nei loro atteggiamenti restrittivi. Fino al punto da non rendersi conto che le aziende, per esempio, quotate al Nasdaq si sono già riallineate al criterio del profitto e risultano, molte, pesantemente sottovalutate. Quindi c’è un effetto delusione più che uno di profezia catastrofica per il futuro. Basta una buona notizia per far tornare l’ottimismo.

B) La frenata dell’economia americana sta arrivando alla fine e non è vero che sia appena all’inizio come trasmesso dalla maggior parte dei commentatori. Appunto, le Borse si sono sgonfiate (il NYSE, cioè l’indice Dow Jones, deve farlo ancora un po’) dal marzo scorso e ormai stanno arrivando a valori di "pavimento". Da agosto, dopo la stretta monetaria, tutta l’economia americana ha ridotto i propri volumi. I consumi lo stanno facendo ora. Infatti l’inflazione è rimasta piatta. Quindi, proprio in questi giorni, l’economia statunitense sta arrivando al punto in cui è troppo sotto al proprio potenziale e, pertanto, può rimbalzare. Con un dato positivo: la frenata è stata maggiore del previsto (anche se non ha portato ad una recessione) e ciò significa che c’è uno spazio più ampio di nuova crescita non inflazionistica per il 2001.

C) I guai di alcuni paesi nel mercato globale sono un fatto endemico e ben presidiato (anche se con metodi che andrebbero ridiscussi a causa della loro durezza) dal Fondo monetario internazionale. Quindi non è prevedibile che le eventuali crisi specifiche possano contagiare tutto il resto del sistema. Ovviamente il crederlo o meno dipende dalla quantità di ottimismo di fondo che circola nel mercato in un dato momento.

In conclusione, i dati reali dell’economia sono migliori – per il presente e per il prossimo futuro – di quanto lo siano le percezioni. E’ una situazione tipica dove ci vuole una serie di buone notizie per far ripartire le sensazioni, ed i flussi di capitale, in direzione espansiva. Arriveranno? Probabilmente, dopo l’incertezza, la questione delle elezioni presidenziali americane dovrebbe chiudersi bene: alla fine un presidente ci sarà ed il sistema politico statunitense metterà in priorità la ricostruzione della fiducia sulla propria solidità. Poi qualcuno comincerà ad accorgersi che molti titoli azionari sono sottovalutati. Resterà la delusione di non poter replicare le bolle fantasmagoriche degli anni scorsi, ma dovrebbe tornare un certo ottimismo su una ragionevole crescita. Quindi il 2001 si presenta non così male come molti lo stanno pensando. Anzi.

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A) Il pessimismo degli operatori appare determinato più da un fattore emotivo che da uno razionale. Sono rimasti scottati dallo sgonfiamento della bolla tecnologica nelle Borse ed esagerano nei loro atteggiamenti restrittivi. Fino al punto da non rendersi conto che le aziende, per esempio, quotate al Nasdaq si sono già riallineate al criterio del profitto e risultano, molte, pesantemente sottovalutate. Quindi c’è un effetto delusione più che uno di profezia catastrofica per il futuro. Basta una buona notizia per far tornare l’ottimismo.

B) La frenata dell’economia americana sta arrivando alla fine e non è vero che sia appena all’inizio come trasmesso dalla maggior parte dei commentatori. Appunto, le Borse si sono sgonfiate (il NYSE, cioè l’indice Dow Jones, deve farlo ancora un po’) dal marzo scorso e ormai stanno arrivando a valori di "pavimento". Da agosto, dopo la stretta monetaria, tutta l’economia americana ha ridotto i propri volumi. I consumi lo stanno facendo ora. Infatti l’inflazione è rimasta piatta. Quindi, proprio in questi giorni, l’economia statunitense sta arrivando al punto in cui è troppo sotto al proprio potenziale e, pertanto, può rimbalzare. Con un dato positivo: la frenata è stata maggiore del previsto (anche se non ha portato ad una recessione) e ciò significa che c’è uno spazio più ampio di nuova crescita non inflazionistica per il 2001.

C) I guai di alcuni paesi nel mercato globale sono un fatto endemico e ben presidiato (anche se con metodi che andrebbero ridiscussi a causa della loro durezza) dal Fondo monetario internazionale. Quindi non è prevedibile che le eventuali crisi specifiche possano contagiare tutto il resto del sistema. Ovviamente il crederlo o meno dipende dalla quantità di ottimismo di fondo che circola nel mercato in un dato momento.

In conclusione, i dati reali dell’economia sono migliori – per il presente e per il prossimo futuro – di quanto lo siano le percezioni. E’ una situazione tipica dove ci vuole una serie di buone notizie per far ripartire le sensazioni, ed i flussi di capitale, in direzione espansiva. Arriveranno? Probabilmente, dopo l’incertezza, la questione delle elezioni presidenziali americane dovrebbe chiudersi bene: alla fine un presidente ci sarà ed il sistema politico statunitense metterà in priorità la ricostruzione della fiducia sulla propria solidità. Poi qualcuno comincerà ad accorgersi che molti titoli azionari sono sottovalutati. Resterà la delusione di non poter replicare le bolle fantasmagoriche degli anni scorsi, ma dovrebbe tornare un certo ottimismo su una ragionevole crescita. Quindi il 2001 si presenta non così male come molti lo stanno pensando. Anzi.

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2000-12-3

3/12/2000

Economia: ci sono più motivi per l’ottimismo che per il pessimismo

Si apre una settimana critica per le Borse. L’umore del mercato è reso grigio dalla sensazione che l’economia globale stia rallentando la propria crescita sia per la frenata della locomotiva americana sia per l’incapcità degli altri treni economici mondiali – eurozona e Giappone – di accelerare per moto proprio. Tale pessimismo è peggiorato da una serie di brutte notizie, per esempio: c’è un serio rischio di collasso economico e finanziario dell’Argentina con ripercussioni globali; il Nasdaq – la Borsa dei titoli tecnologici - stenta a trovare, nella sua caduta che dura dall’inizio dell’anno, un valore di pavimento da cui rimbalzare; si teme che nel 2001 l’economia americana, che traina tutta quella mondiale, possa andare in recessione; e questa percezione è peggiorata dal timore che il risultato delle recenti elezioni americane lasci un strascico di disordine politico nel cuore dell’Impero. Poi, appunto, le notizie relative all’economia europea non sono buone. Anche da noi la crescita rallenta e le Borse del continente non dimostrano – se non in minima parte - la capcità di prendere andamenti opposti a quelle americane qualora le seconde restassero depresse. Fa eccezione la Borsa italiana che, nel 2000, è stata tra le pochissime con un indice in buona crescita. Ma gli specialisti temono che tale dato positivo sia viziato da fattori anomali che non necessariamente indicano uno stato di salute che possa durare. L’euro guadagna qualcosa dalla minore fiducia sulla tenuta del dollaro, ma troppo poco per invertire – ancora – la sua immagine di moneta geneticamente poco solida (infatti chi si è liberato dai dollari, la settimana scorsa, ha preferito andare sul franco svizzero piuttosto che sull’euro). Tutto questo alimenta in una parte del mercato un atteggiamento o ribassista o comunque estremamente guardingo. Si comincia a parlare di "deflazione psicologica", cioè di un eccesso di pessimismo che frena gli impieghi di capitale e toglie forza espansiva al mercato finanziario. Ma tutto questo umore grigio che sta passando al nero è giustificato? Secondo me no, alla luce dei seguenti dati.

A) Il pessimismo degli operatori appare determinato più da un fattore emotivo che da uno razionale. Sono rimasti scottati dallo sgonfiamento della bolla tecnologica nelle Borse ed esagerano nei loro atteggiamenti restrittivi. Fino al punto da non rendersi conto che le aziende, per esempio, quotate al Nasdaq si sono già riallineate al criterio del profitto e risultano, molte, pesantemente sottovalutate. Quindi c’è un effetto delusione più che uno di profezia catastrofica per il futuro. Basta una buona notizia per far tornare l’ottimismo.

B) La frenata dell’economia americana sta arrivando alla fine e non è vero che sia appena all’inizio come trasmesso dalla maggior parte dei commentatori. Appunto, le Borse si sono sgonfiate (il NYSE, cioè l’indice Dow Jones, deve farlo ancora un po’) dal marzo scorso e ormai stanno arrivando a valori di "pavimento". Da agosto, dopo la stretta monetaria, tutta l’economia americana ha ridotto i propri volumi. I consumi lo stanno facendo ora. Infatti l’inflazione è rimasta piatta. Quindi, proprio in questi giorni, l’economia statunitense sta arrivando al punto in cui è troppo sotto al proprio potenziale e, pertanto, può rimbalzare. Con un dato positivo: la frenata è stata maggiore del previsto (anche se non ha portato ad una recessione) e ciò significa che c’è uno spazio più ampio di nuova crescita non inflazionistica per il 2001.

C) I guai di alcuni paesi nel mercato globale sono un fatto endemico e ben presidiato (anche se con metodi che andrebbero ridiscussi a causa della loro durezza) dal Fondo monetario internazionale. Quindi non è prevedibile che le eventuali crisi specifiche possano contagiare tutto il resto del sistema. Ovviamente il crederlo o meno dipende dalla quantità di ottimismo di fondo che circola nel mercato in un dato momento.

In conclusione, i dati reali dell’economia sono migliori – per il presente e per il prossimo futuro – di quanto lo siano le percezioni. E’ una situazione tipica dove ci vuole una serie di buone notizie per far ripartire le sensazioni, ed i flussi di capitale, in direzione espansiva. Arriveranno? Probabilmente, dopo l’incertezza, la questione delle elezioni presidenziali americane dovrebbe chiudersi bene: alla fine un presidente ci sarà ed il sistema politico statunitense metterà in priorità la ricostruzione della fiducia sulla propria solidità. Poi qualcuno comincerà ad accorgersi che molti titoli azionari sono sottovalutati. Resterà la delusione di non poter replicare le bolle fantasmagoriche degli anni scorsi, ma dovrebbe tornare un certo ottimismo su una ragionevole crescita. Quindi il 2001 si presenta non così male come molti lo stanno pensando. Anzi.

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