Molti commentatori ritengono che questa settimana sarà critica per per l’economia e per le Borse. L’incertezza politica negli Stati Uniti potrebbe amplificare eventuali notizie negative – o l’assenza di buone nuove – sul piano dell’economia tecnica. Il centro dell’eventuale tempesta sarebbe la prospettiva di un rallentamento più forte del previsto della crescita americana. Peggiorato dal fatto che la caduta delle Borse sta congelando il capitale di investimento e toglie capacità di spesa – cioè i guadagni finanziari – alle famiglie americane. Una crisi in America avrebbe conseguenze mondiali. Simmetricamente, alcuni si aspettano che l’ipotetico inceppamento della locomotiva americana possa invertire improvvisamente il rapporto di cambio tra dollaro ed euro, rilanciando il secondo in alto e facendolgi recuperare quel 30% di valore di cambio che ha perso negli ultimi due anni. Qualcuno ha anche annunciato che: "si apre l’età dell’euro". Nulla si può escludere. Tuttavia, un’analisi realistica e non sensazionalistica della realtà mostra una tendenza diversa, per niente drammatica o portatrice, per lo meno a breve, di grandi mutamenti. Vediamo.

Prima di tutto, pur spettacolare l’anomalia elettorale in atto in America, è prevedibile che nei prossimi giorni o settimane un presidente ci sarà. E che non verrà delegittimato in base al modo contrastato, forse pasticciato, con il quale è stato eletto. La cultura politica negli Stati Uniti non ammette vuoti di potere. E non ci saranno. Inoltre fornisce ad una carica istituzionale la piena potestà indipendentemente dai margini di consenso. Questo vuol dire che nessuno tenterà seriamente di delegittimare Bush o Gore, o eventualmente un altro eletto dal Parlamento nel caso che entro il 18 dicembre non si risolva la querelle elettorale tra i due. Poi, il fatto che nel Congresso ci sia una parità di fatto, con lieve prevalenza repubblicana, non implica l’ingovernabilità futura. In America è prassi l’uso del metodo bipartitico, cioè di approvare le leggi più importanti cercando un compromesso tra maggioranza ed opposizione. Da una parte, né Gore né Bush potranno far passare tutto il loro programma elettorale come formulato inizialmente. Dall’altra, le due piattaforme non sono troppo distanti e ci sarà ampio spazio per un compromesso. Paradossalmente, questa necessità di negoziare le futura politica economica statunitense tra democratici e repubblicani potrebbe risultare un vantaggio. Per esempio, le tasse scenderanno meno di quanto vorrebbero i primi, ma il surplus di bilancio statale resterà elevato. E questa minore probabilità che si verifichino scelte radicali, cioè eccessi di liberalizzazione o di statalismo, promette una maggiore stabilità futura. Utile, nel breve periodo, per non amplificare i già enormi squilibri dell’economia americana. E questa, contrariamente a molte analisi frettolose condotte nei giorni scorsi sul tema, è una buona notizia per il mercato.

Il fatto che le Borse siano cadute, Nasdaq in particolare, anche per l’incertezza elettorale americana non va preso come previsione di instabilità. E’ una delusione speculativa. Molti avevano puntato su un rally borsistico di fine anno, in caso di vittoria di Bush, che avrebbe sanato le perdite dei mesi scorsi e portato in attivo le gestioni finanziarie per l’anno in corso. In effetti, l’incertezza elettorale sta ritardando, forse compromettendo, tale buona opportunità. Ed il mercato è nervoso, appunto, perché non riesce a trovare buone notizie in misura maggiore di quelle negative che provengono dai dati di andamento tecnico. Questi ultimi indicano che non è sperabile ripetere le grandi crescite del recente passato. Ma anche che non c’è qualche crisi plateale in vista. Quindi, nel momento in cui l’incertezza elettorale americana sparirà, resterà la realtà di un’economia americana che rallenta, ma non al punto di dare troppe preoccupazioni (ancora).

Certo, c’è un problema borsistico settoriale che ha conseguenze generali: trovare un valore di pavimento al deprezzamento dei titoli tecnologici che nel 1999 e primi mesi del 2000 erano cresciuti attorno all’80%. Perché trovato un limite alla caduta poi da lì si può rimbalzare. Ma questo grosso problema riguarda comunque la capacità del mercato di riuscire a ritrovare il realismo nella valutazione dei titoli tecnologici, telefonici, Internet e dintorni. Quindi è specifico e la politica, francamente, non può influire tantissimo. E ho la sensazione che sarà risolto solo quando si sarà sgonfiata di più la bolla del comparto tecnologico che lo ha portato senza motivo razionale alle stelle. Ci vorrà ancora tempo, in ogni caso. Ma poi la cosa verrà risolta e il settore ripartirà, anche se più cautamente.

In sintesi, non c’è in vista alcun grande collasso, pur in un clima di nervosismo crescente. Ma il secondo è dovuto ad un difficile riadattamento ad una crescita minore, non alla previsione di qualche inversione catastrofica. Ed infatti il mercato, nei suoi andamenti tendenziali di medio periodo, sta scontando proprio questo scenario, indipendentemente dalle oscillazioni giornaliere. Ciò vuol dire che l’euro potrà certamente recuperare qualche punto a seguito dell’indebolimento della crescita americana, ma difficilmente potrà risalire sostanzialmente. Gli stessi motivi che lo hanno depresso nel recente passato sono ancora lì: ancora i flussi di capitale lasciano l’euro e vanno sul dollaro. Potranno ridursi, ma non ancora invertirsi.

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Prima di tutto, pur spettacolare l’anomalia elettorale in atto in America, è prevedibile che nei prossimi giorni o settimane un presidente ci sarà. E che non verrà delegittimato in base al modo contrastato, forse pasticciato, con il quale è stato eletto. La cultura politica negli Stati Uniti non ammette vuoti di potere. E non ci saranno. Inoltre fornisce ad una carica istituzionale la piena potestà indipendentemente dai margini di consenso. Questo vuol dire che nessuno tenterà seriamente di delegittimare Bush o Gore, o eventualmente un altro eletto dal Parlamento nel caso che entro il 18 dicembre non si risolva la querelle elettorale tra i due. Poi, il fatto che nel Congresso ci sia una parità di fatto, con lieve prevalenza repubblicana, non implica l’ingovernabilità futura. In America è prassi l’uso del metodo bipartitico, cioè di approvare le leggi più importanti cercando un compromesso tra maggioranza ed opposizione. Da una parte, né Gore né Bush potranno far passare tutto il loro programma elettorale come formulato inizialmente. Dall’altra, le due piattaforme non sono troppo distanti e ci sarà ampio spazio per un compromesso. Paradossalmente, questa necessità di negoziare le futura politica economica statunitense tra democratici e repubblicani potrebbe risultare un vantaggio. Per esempio, le tasse scenderanno meno di quanto vorrebbero i primi, ma il surplus di bilancio statale resterà elevato. E questa minore probabilità che si verifichino scelte radicali, cioè eccessi di liberalizzazione o di statalismo, promette una maggiore stabilità futura. Utile, nel breve periodo, per non amplificare i già enormi squilibri dell’economia americana. E questa, contrariamente a molte analisi frettolose condotte nei giorni scorsi sul tema, è una buona notizia per il mercato.

Il fatto che le Borse siano cadute, Nasdaq in particolare, anche per l’incertezza elettorale americana non va preso come previsione di instabilità. E’ una delusione speculativa. Molti avevano puntato su un rally borsistico di fine anno, in caso di vittoria di Bush, che avrebbe sanato le perdite dei mesi scorsi e portato in attivo le gestioni finanziarie per l’anno in corso. In effetti, l’incertezza elettorale sta ritardando, forse compromettendo, tale buona opportunità. Ed il mercato è nervoso, appunto, perché non riesce a trovare buone notizie in misura maggiore di quelle negative che provengono dai dati di andamento tecnico. Questi ultimi indicano che non è sperabile ripetere le grandi crescite del recente passato. Ma anche che non c’è qualche crisi plateale in vista. Quindi, nel momento in cui l’incertezza elettorale americana sparirà, resterà la realtà di un’economia americana che rallenta, ma non al punto di dare troppe preoccupazioni (ancora).

Certo, c’è un problema borsistico settoriale che ha conseguenze generali: trovare un valore di pavimento al deprezzamento dei titoli tecnologici che nel 1999 e primi mesi del 2000 erano cresciuti attorno all’80%. Perché trovato un limite alla caduta poi da lì si può rimbalzare. Ma questo grosso problema riguarda comunque la capacità del mercato di riuscire a ritrovare il realismo nella valutazione dei titoli tecnologici, telefonici, Internet e dintorni. Quindi è specifico e la politica, francamente, non può influire tantissimo. E ho la sensazione che sarà risolto solo quando si sarà sgonfiata di più la bolla del comparto tecnologico che lo ha portato senza motivo razionale alle stelle. Ci vorrà ancora tempo, in ogni caso. Ma poi la cosa verrà risolta e il settore ripartirà, anche se più cautamente.

In sintesi, non c’è in vista alcun grande collasso, pur in un clima di nervosismo crescente. Ma il secondo è dovuto ad un difficile riadattamento ad una crescita minore, non alla previsione di qualche inversione catastrofica. Ed infatti il mercato, nei suoi andamenti tendenziali di medio periodo, sta scontando proprio questo scenario, indipendentemente dalle oscillazioni giornaliere. Ciò vuol dire che l’euro potrà certamente recuperare qualche punto a seguito dell’indebolimento della crescita americana, ma difficilmente potrà risalire sostanzialmente. Gli stessi motivi che lo hanno depresso nel recente passato sono ancora lì: ancora i flussi di capitale lasciano l’euro e vanno sul dollaro. Potranno ridursi, ma non ancora invertirsi.

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Prima di tutto, pur spettacolare l’anomalia elettorale in atto in America, è prevedibile che nei prossimi giorni o settimane un presidente ci sarà. E che non verrà delegittimato in base al modo contrastato, forse pasticciato, con il quale è stato eletto. La cultura politica negli Stati Uniti non ammette vuoti di potere. E non ci saranno. Inoltre fornisce ad una carica istituzionale la piena potestà indipendentemente dai margini di consenso. Questo vuol dire che nessuno tenterà seriamente di delegittimare Bush o Gore, o eventualmente un altro eletto dal Parlamento nel caso che entro il 18 dicembre non si risolva la querelle elettorale tra i due. Poi, il fatto che nel Congresso ci sia una parità di fatto, con lieve prevalenza repubblicana, non implica l’ingovernabilità futura. In America è prassi l’uso del metodo bipartitico, cioè di approvare le leggi più importanti cercando un compromesso tra maggioranza ed opposizione. Da una parte, né Gore né Bush potranno far passare tutto il loro programma elettorale come formulato inizialmente. Dall’altra, le due piattaforme non sono troppo distanti e ci sarà ampio spazio per un compromesso. Paradossalmente, questa necessità di negoziare le futura politica economica statunitense tra democratici e repubblicani potrebbe risultare un vantaggio. Per esempio, le tasse scenderanno meno di quanto vorrebbero i primi, ma il surplus di bilancio statale resterà elevato. E questa minore probabilità che si verifichino scelte radicali, cioè eccessi di liberalizzazione o di statalismo, promette una maggiore stabilità futura. Utile, nel breve periodo, per non amplificare i già enormi squilibri dell’economia americana. E questa, contrariamente a molte analisi frettolose condotte nei giorni scorsi sul tema, è una buona notizia per il mercato.

Il fatto che le Borse siano cadute, Nasdaq in particolare, anche per l’incertezza elettorale americana non va preso come previsione di instabilità. E’ una delusione speculativa. Molti avevano puntato su un rally borsistico di fine anno, in caso di vittoria di Bush, che avrebbe sanato le perdite dei mesi scorsi e portato in attivo le gestioni finanziarie per l’anno in corso. In effetti, l’incertezza elettorale sta ritardando, forse compromettendo, tale buona opportunità. Ed il mercato è nervoso, appunto, perché non riesce a trovare buone notizie in misura maggiore di quelle negative che provengono dai dati di andamento tecnico. Questi ultimi indicano che non è sperabile ripetere le grandi crescite del recente passato. Ma anche che non c’è qualche crisi plateale in vista. Quindi, nel momento in cui l’incertezza elettorale americana sparirà, resterà la realtà di un’economia americana che rallenta, ma non al punto di dare troppe preoccupazioni (ancora).

Certo, c’è un problema borsistico settoriale che ha conseguenze generali: trovare un valore di pavimento al deprezzamento dei titoli tecnologici che nel 1999 e primi mesi del 2000 erano cresciuti attorno all’80%. Perché trovato un limite alla caduta poi da lì si può rimbalzare. Ma questo grosso problema riguarda comunque la capacità del mercato di riuscire a ritrovare il realismo nella valutazione dei titoli tecnologici, telefonici, Internet e dintorni. Quindi è specifico e la politica, francamente, non può influire tantissimo. E ho la sensazione che sarà risolto solo quando si sarà sgonfiata di più la bolla del comparto tecnologico che lo ha portato senza motivo razionale alle stelle. Ci vorrà ancora tempo, in ogni caso. Ma poi la cosa verrà risolta e il settore ripartirà, anche se più cautamente.

In sintesi, non c’è in vista alcun grande collasso, pur in un clima di nervosismo crescente. Ma il secondo è dovuto ad un difficile riadattamento ad una crescita minore, non alla previsione di qualche inversione catastrofica. Ed infatti il mercato, nei suoi andamenti tendenziali di medio periodo, sta scontando proprio questo scenario, indipendentemente dalle oscillazioni giornaliere. Ciò vuol dire che l’euro potrà certamente recuperare qualche punto a seguito dell’indebolimento della crescita americana, ma difficilmente potrà risalire sostanzialmente. Gli stessi motivi che lo hanno depresso nel recente passato sono ancora lì: ancora i flussi di capitale lasciano l’euro e vanno sul dollaro. Potranno ridursi, ma non ancora invertirsi.

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2000-11-13

13/11/2000

Ai tuoni non seguirà la tempesta

Molti commentatori ritengono che questa settimana sarà critica per per l’economia e per le Borse. L’incertezza politica negli Stati Uniti potrebbe amplificare eventuali notizie negative – o l’assenza di buone nuove – sul piano dell’economia tecnica. Il centro dell’eventuale tempesta sarebbe la prospettiva di un rallentamento più forte del previsto della crescita americana. Peggiorato dal fatto che la caduta delle Borse sta congelando il capitale di investimento e toglie capacità di spesa – cioè i guadagni finanziari – alle famiglie americane. Una crisi in America avrebbe conseguenze mondiali. Simmetricamente, alcuni si aspettano che l’ipotetico inceppamento della locomotiva americana possa invertire improvvisamente il rapporto di cambio tra dollaro ed euro, rilanciando il secondo in alto e facendolgi recuperare quel 30% di valore di cambio che ha perso negli ultimi due anni. Qualcuno ha anche annunciato che: "si apre l’età dell’euro". Nulla si può escludere. Tuttavia, un’analisi realistica e non sensazionalistica della realtà mostra una tendenza diversa, per niente drammatica o portatrice, per lo meno a breve, di grandi mutamenti. Vediamo.

Prima di tutto, pur spettacolare l’anomalia elettorale in atto in America, è prevedibile che nei prossimi giorni o settimane un presidente ci sarà. E che non verrà delegittimato in base al modo contrastato, forse pasticciato, con il quale è stato eletto. La cultura politica negli Stati Uniti non ammette vuoti di potere. E non ci saranno. Inoltre fornisce ad una carica istituzionale la piena potestà indipendentemente dai margini di consenso. Questo vuol dire che nessuno tenterà seriamente di delegittimare Bush o Gore, o eventualmente un altro eletto dal Parlamento nel caso che entro il 18 dicembre non si risolva la querelle elettorale tra i due. Poi, il fatto che nel Congresso ci sia una parità di fatto, con lieve prevalenza repubblicana, non implica l’ingovernabilità futura. In America è prassi l’uso del metodo bipartitico, cioè di approvare le leggi più importanti cercando un compromesso tra maggioranza ed opposizione. Da una parte, né Gore né Bush potranno far passare tutto il loro programma elettorale come formulato inizialmente. Dall’altra, le due piattaforme non sono troppo distanti e ci sarà ampio spazio per un compromesso. Paradossalmente, questa necessità di negoziare le futura politica economica statunitense tra democratici e repubblicani potrebbe risultare un vantaggio. Per esempio, le tasse scenderanno meno di quanto vorrebbero i primi, ma il surplus di bilancio statale resterà elevato. E questa minore probabilità che si verifichino scelte radicali, cioè eccessi di liberalizzazione o di statalismo, promette una maggiore stabilità futura. Utile, nel breve periodo, per non amplificare i già enormi squilibri dell’economia americana. E questa, contrariamente a molte analisi frettolose condotte nei giorni scorsi sul tema, è una buona notizia per il mercato.

Il fatto che le Borse siano cadute, Nasdaq in particolare, anche per l’incertezza elettorale americana non va preso come previsione di instabilità. E’ una delusione speculativa. Molti avevano puntato su un rally borsistico di fine anno, in caso di vittoria di Bush, che avrebbe sanato le perdite dei mesi scorsi e portato in attivo le gestioni finanziarie per l’anno in corso. In effetti, l’incertezza elettorale sta ritardando, forse compromettendo, tale buona opportunità. Ed il mercato è nervoso, appunto, perché non riesce a trovare buone notizie in misura maggiore di quelle negative che provengono dai dati di andamento tecnico. Questi ultimi indicano che non è sperabile ripetere le grandi crescite del recente passato. Ma anche che non c’è qualche crisi plateale in vista. Quindi, nel momento in cui l’incertezza elettorale americana sparirà, resterà la realtà di un’economia americana che rallenta, ma non al punto di dare troppe preoccupazioni (ancora).

Certo, c’è un problema borsistico settoriale che ha conseguenze generali: trovare un valore di pavimento al deprezzamento dei titoli tecnologici che nel 1999 e primi mesi del 2000 erano cresciuti attorno all’80%. Perché trovato un limite alla caduta poi da lì si può rimbalzare. Ma questo grosso problema riguarda comunque la capacità del mercato di riuscire a ritrovare il realismo nella valutazione dei titoli tecnologici, telefonici, Internet e dintorni. Quindi è specifico e la politica, francamente, non può influire tantissimo. E ho la sensazione che sarà risolto solo quando si sarà sgonfiata di più la bolla del comparto tecnologico che lo ha portato senza motivo razionale alle stelle. Ci vorrà ancora tempo, in ogni caso. Ma poi la cosa verrà risolta e il settore ripartirà, anche se più cautamente.

In sintesi, non c’è in vista alcun grande collasso, pur in un clima di nervosismo crescente. Ma il secondo è dovuto ad un difficile riadattamento ad una crescita minore, non alla previsione di qualche inversione catastrofica. Ed infatti il mercato, nei suoi andamenti tendenziali di medio periodo, sta scontando proprio questo scenario, indipendentemente dalle oscillazioni giornaliere. Ciò vuol dire che l’euro potrà certamente recuperare qualche punto a seguito dell’indebolimento della crescita americana, ma difficilmente potrà risalire sostanzialmente. Gli stessi motivi che lo hanno depresso nel recente passato sono ancora lì: ancora i flussi di capitale lasciano l’euro e vanno sul dollaro. Potranno ridursi, ma non ancora invertirsi.

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