ENGLISH VERSION


 VITA
  Biografia    Gallery     Interviste    Premi     CPTV

 PUBBLICAZIONI

  Libri    Saggi    Ricerche
  Articoli dal 1998

 LETTERE

  Scrivi a CP
  Leggi le lettere    Archivio

 CERCA


Carlo A. Pelanda
menu
fb Tw g+ print

L' Arena

2000-10-2

2/10/2000

La globalizzazione e’ un vuoto politico che va riempito

La globalizzazione e’ ancora un vuoto politico. Le nazioni hanno ceduto la loro sovranita’ economica al capitale quando hanno deciso, per altro saggiamente, di lasciarlo circolare liberamente sul piano mondiale. Questo entra ed esce dai paesi seguendo il proprio criterio orientativo principale: la remunerazione. I paesi che non offrono buone prospettive di profitto – o per disordine interno o per lentezza dell’economia – perdono il loro capitale e non ne attraggono di nuovo. Questo e’ il nuovo standard globale invisibile che governa il pianeta. Che forza tutte le nazioni a convergere verso un modello politico ed economico di capitalismo liberalizzato perfettamente efficiente. Ma ben pochi paesi, sia ricchi sia emergenti,  riescono a cambiare in modi e tempi utili per rispettare il nuovo criterio. E la liberta’ globale del capitale li punisce definanziandoli, squilibrandoli sul piano sociale, gettando in crisi i loro settori meno competitivi.

  Per esempio, l’Europa ad economia rigida non riesce a remunerare il capitale e, poiche’ libero, questo vola altrove impoverendoci per mancanza di investimenti residenti. Molti paesi emergenti  hanno goduto di una vera e propria inondazione di denari dall’esterno in quanto la crescita che parte da zero e’ solitamente piu’ dinamica ed elevata di quanto puo’ avvenire in sistemi economici maturi, quindi piu’ attrattiva. Ma non hanno voluto o potuto rendere stabili i loro mercati interni dei capitali e le loro istituzioni politiche e regolamentari. Tale opacita’ e disordine irrisolto li rendono vulnerabili a crisi finanziarie improvvise che fanno fuggire gli investimenti tanto velocemente quanto sono arrivati (la crisi asiatica del 1997-98). E quando capita devono riordinarsi e risalire la china della crescita economica attraverso pesanti amputazioni sociali. Argentina e Brasile si stanno mettendo in ordine, ma al prezzo di dover rallentare la crescita e le speranze dei loro abitanti. Terranno? La Corea del Sud e’ riemersa dalla crisi, ma con pesanti costi umani e senza che sia avvenuto un reale risanamento delle cause istituzionali (opacita’ finanziaria, consociativismo ed eccesso di debiti) che l’hanno destabilizzata. Cosa che la espone a future crisi di sfiducia. E questo e’ il caso migliore di tanti altri peggiori.

 In sintesi, i primi dieci anni di globalizazione hanno certamente aumentato la ricchezza complessiva nel pianeta. Ma questa non si e’ distribuita omogeneamente ne’ tra i paesi ne’ all’interno di essi. Il capitale fluisce dappertutto, ma il suo ciclo e’ reso instabile dal disordine irrisolto di molti paesi emergenti. Da una parte, la liberta’ del capitale e’ una condizione fondamentale per la crescita economica e va preservata. Dall’altra, ormai i fatti ci dicono che il processo di globalizzazione avviene in modi troppo squilibrati, forieri di crisi economiche e di dissenso sempre piu’ gravi. Perche? E’ governato dallo standard invisibile, appunto, del capitale senza mediazioni politiche nazionali che riescano ad attutirne gli effetti selettivi e squilibranti. Due alternative: (a) si lasciano le cose cosi’ e le diverse nazioni dovranno imparare con le brutte a diventare solide ed efficienti; (b) si trovano nuove regole del gioco per cui ogni nazione riesce a trovare un suo modo equilibrato per partecipare all’economia globale. La seconda opzione non e’ solo migliore in termini morali, ma anche tecnici: lo squilibrio che si sta cumulando nel pianeta, pur ad economia crescente, e’ tale da mettere a rischio la globalizzazione intera. Quindi bisogna per forza  governarla e bilanciarla politicamente. Come?

 Le pur essenziali istituzioni internazionali ora esistenti – Fondo monetario, Banca mondiale, ecc. – non sono neanche lontanamente adeguate a svolgere tale missione. Il punto – caldo in questa settimana – e’ che, per esempio, e’ inutile pensare ad una riforma dettagliata del Fondo monetario senza prevedere una nuova istituzione internazionale dedicata al riordinamento del mercato globale. Che deve essere squisitamente politica, e non solo burocratica, in quanto bisogna far penetrare nei singoli paesi delle regole di ordinamento ed efficienza. Cosa possibile solo se i paesi interessati sono d’accordo. E per esserlo devono avere la possibilita’ (cosa oggi impossibile nel modo di operare del Fondo) di adattare i modi e tempi di riforma alle loro specificita’ nazionali. Solo un tavolo internazionale intergovernativo, con la missione di “compensazione globale”, puo’ fare una cosa del genere. Di fatto, riorganizzare il ciclo della sovranita’ in due fasi bilanciate: (1) una nazione rinuncia al protezionismo ed accetta al suo interno lo standard globalizzante: (2) in cambio, la comunita’ internazionale le ritorna la sovranita’, intesa come diritto concordato di scegliere una propria via localmente equilibrata per adattare lo standard stesso. Tale seconda parte del ciclo ora manca del tutto e, per questo, la prima – cessione di sovranita’ economica – produce l’instabilita’ detta. Qui e’ il vuoto politico da colmare. Con Paolo Savona sto scrivendo un libro che cerca di dettagliare proprio tale ipotesi di ribilanciamento cooperativo delle sovranita’ economiche. (“Sovranita’ e ricchezza”, febbraio 2001). Ambedue speriamo di stimolare un dibattito necessario ed urgente, che ora non c’e’ in questi termini. Perche’ i governi e molti tecnici  ritengono che  il Fondo monetario possa svolgere tale missione di ribilanciamento con i propri mezzi limitati e rigidamente burocratici. Basta riformarlo un pochino. In realta’ non sarebbe comunque sufficiente anche nel migliore dei casi. Bisogna capire che ci vuole qualcosa di nuovo ed immensamente piu’ grande: una vera e propria architettura politica del mercato globale senza la quale il secondo non potra’ fornire tutta la ricchezza che promette. E a tutti.

(c) 2000 Carlo Pelanda
FB TW G+

(c) 1999 Carlo Pelanda
Contacts: public@carlopelanda.com
website by: Filippo Brunelli