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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2000-9-8

8/9/2000

Emergenza petrolio: le contromisure urgenti

Se il prezzo del petrolio si mantiene sopra i trenta dollari al barile, con un andamento che tende ai quaranta, aumenta drammaticamente la probabilita’ di una crisi recessiva per picco di inflazione nell’eurozona e – pur di meno - in America. Perche’, semplificando, bisognerebbe rialzare i tassi monetari allo scopo di contenere l’esplosione inflattiva e quindi ridurre il rifornimento di capitali all’espansione del mercato. E’ molto difficile che nella riunione dei paesi produttori di petrolio (Opec) a Vienna, il 10 settembre,  ci possano essere eventi tali da modifcare lo scenario peggiore, per lo meno nel breve-medio periodo, anche in caso di buone intenzioni calmieranti. Quindi dobbiamo prepararci a gestire una seria ipotesi di emergenza ravvicinata ed a reinquadrare la prospettiva futura dello scenario petrolifero, in generale. Vediamo.

La storia, in essenza, e’ la seguente. Alla fine del 1998 il prezzo del petrolio era ad un minimo storico, sui 10 dollari barile, perche’ la domanda mondiale era bassa. Soprattutto, i paesi produttori cercavano di aumentare i loro introiti vendendo piu’ barili, fuori quota concordata per sostenere il prezzo. Che, appunto, crollo’. Mettendo in crisi il bilancio pubblico dell’Arabia Saudita (debito al 100% del Pil) e peggiorando le condizioni economiche di paesi gia’ seriamente inguaiati dalla crisi finanziaria semiglobale del 1997-98 (Venezuela, Russia e Messico, in particolare). A quel punto sia l’Opec sia gli Stati Uniti si accordarono informalmente per lasciare che il prezzo del petrolio salisse in modo tale da rinpinguare le scassate finanze dei paesi emergenti e produttori. Ma nel 1999, quando’ il prezzo del petrolio torno’ tra i 25 ed i 30 dollari al barile, l’Opec non volle o non fu in grado di ristabilizzarlo sui 25 dollari, tendenti ai 20, quota considerata di sicurezza contro l’accensione di fenomeni inflattivi in Occidente. Il sistema di “comprensione reciproca” salto’. Perche’? Diversi fattori concomitanti: (a) la crescita mondiale aumento’ in modo inaspettato creando una domanda dipetrolio superiore alle massime possibilita’ correnti dell’offerta; (b) solo pochi paesi sono tecnicamente capaci di estrarre piu’ petrolio in poco tempo, Arabia, Messico e Iraq;  gli altri paesi produttori non sono in grado di farlo per quote consistenti ed in piu’ alcuni, tra cui Iran e Indonesia, si sono opposti – e continuano – a qualsiasi incremento di produzione che riduca il prezzo, perche’ non e’ facile rinunciare ad una cuccagna del genere, soprattutto in economie sottosviluppate e bisognose di capitali; (c) le compagnie petrolifere, per altro, godono di grandi vantaggi derivati  da piu’ alti prezzi sia in termini di profitti sia in quelli di capitalizzazione borsistica, e non sono certo le piu’ ansiose nel cercare di riequilibrare il sistema; (d) vedendo tutto questo, il mercato speculativo si attende un continuo rialzo futuro (verso i 40 dollari dai 35 circa attuali) e non vende subito tutto il petrolio disponibile per guadagnarci di piu’ dopo: (e) tale aspettativa riduce l’impatto benefico degli aumenti di produzione gia’ attuati nel 1999 dai paesi capaci di farlo, Arabia in particolare, e delle eventuali promesse di farlo nel prossimo futuro. In sintesi, il momento e’ brutto, le logiche di moderazione sono saltate. La transizione presidenziale in America indebolisce l’azione politica di Clinton – anche se due settimane fa ha lanciato un messaggio del tipo “adesso basta” -  per mettere un coperchio alla pentola petrolifera che rischia di cuocerci tutti. E qui siamo: difficile che nei prossimi sei mesi il petrolio torni sotto i trenta dollari, comunque tetto insufficiente per gli europei a causa della svalutazione del 25%  dell’euro nei confronti del dollaro, moneta in cui viene denominato il prezzo dell’oro nero.

Contromisure. A breve, per gli europei, l’unica cosa seria da fare e’ quella di togliere le tasse sui carburanti. In Italia, come noto, il 68% del prezzo della benzina va al fisco, il 16% ai raffinatori e “solo” il 16% ai produttori. Sembra ovvio ridurre il carico fiscale per evitare l’impatto inflattivo. Ed e’ una buona notizia che la Commissione europea stia spingendo le nazioni in questa direzione. Meno buona e’ la lentezza con cui lo stanno facendo.

Ma, per il lungo periodo e per evitare che la questione petrolifera diventi un incubo endemico nel futuro, bisogna reinquadrare l’Opec.  L’unico modo e’ quello di far capire ai produttori che a tali prezzi l’Occidente non puo’ far altro che accelerare parossisticamente i tempi di sostituzione del petrolio con altre fonti energetiche, possibili grazie alle nuove tecnologie. Per esempio, l’idrogeno (generatori e motori basati su “fuel cells”) si prevede possa alimentare il 25%  dei consumi per trasporti entro il 2020. E si puo’ fare molto di piu’ e prima. Quindi l’Opec deve rendersi conto che la sua ricchezza e’ a termine. E piu’ si comporta in modo sconsiderato piu’ rischia di perdere la cuccagna nel prossimo futuro. Un atteggiamento moderato (sui 20-25 dollari costanti per barile) renderebbe piu’ morbida la transizione verso l’epoca post-petrolifera permettendo ai paesi produttori di poter meglio usare gli introiti attuali, con la cooperazione occidentale, per investire su altre fonti di sviluppo economico nei loro paesi. L’ex-ministro del petrolio saudita, Yamani, ha dichiarato che l’era del petrolio finira’ prima che questo si esaurisca e che l’Opec dovrebbe tenerne conto. Se non lo fara’ paghera’ un  prezzo superiore al breve guadagno odierno. Parole sante. L’unico problema e’ che americani ed europei non sembrano al momento capaci di dirlo con sufficiente e credibile fermezza ai produttori. Per questo ritengo che anche da noi l’opinone pubblica dovrebbe farsi sentire di piu’, sia per le misure urgenti sia per quelle a piu’ ampio raggio, e pressare un governo che appare troppo, e pericolosamente, distratto su questa materia.

(c) 2000 Carlo Pelanda
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