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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2000-9-2

2/9/2000

Non e’ colpa di Duisenberg

Questa volta l’ondata di critiche alla decisione da parte della Banca centrale europea (Bce) di alzare dello 0,25% i tassi di riferimento dell’euro - portando al 4,50% il costo del denaro - dell’euro appare francamente esagerata. Non poteva fare altro, infatti. Vediamo perche’.

L’economia europea sta producendo inflazione. Del tipo importato dall’esterno a causa del crollo del valore di cambio dell’euro (meno 25% circa in poco piu’ di un anno) nei confronti del dollaro. Moneta in cui e’ fissato il prezzo del petrolio. Che viaggia da mesi sui livelli intollerabili dei 30 dollari per barile. Quindi da noi l’aumento dei costi energetici e’folle per la combinazione di questi due andamenti portatori di inflazione. Che, depurata dai prezzi petroliferi, nell’eurozona e’ solo all’1,5%. Ma aggiungendo quelli, si va oltre la soglia del 2% convenzionalmente definito dalla Bce come limite annuo dell’aumento dei prezzi denominati in moneta unica (in Italia l’inflazione si muove verso il 3%). E’ ovvio che la Bce tenti di migliorare le condizioni di cambio con il dollaro cercando di alzare i tassi per ridurre l’impatto petrolifero. Come e’ ovvio che cerchi di calmierare la pur poca ed arrancante crescita europea per tenere sotto controllo le fonti inflazionistiche. Le critiche dicono che tali misure sono sbagliate. La realta’ e’ che sono relativamente inefficaci, ma non per colpa della Bce.

Il punto e’ che questa si trova in una trappola. Il crollo dell’euro non dipende da errori di politica monetaria (se non quello originario di averlo fatto partire, nel gennaio 1999, artificialmente sopravvalutato). E’ causato da un continuo deflusso di capitali dall’euro al dollaro per il semplice fatto che l’economia statunitense cresce, e’ efficiente e remunera bene gli investimenti mentre quella europea cresce poco e fornisce meno profitti. E questo accade perche’ l’eurozona e’ afflitta da un modello politico quasi socialista che soffoca il mercato. Cosa puo’ fare la Bce per rimediare a questo problema di grande struttura politica? Niente. Sono i governi che hanno gli strumenti per liberalizzare il sistema e renderlo piu’ economicamente competitivo.

Ma questi, poiche’ di sinistra - con l’eccezione della Spagna e dell’Austria, la seconda non a caso demonizzata oltre modo e la prima marginalizzata nelle grandi eurodecisioni - sono in gravissimo ritardo per la riforma competitiva dell’economia continentale. E sia per loro cultura politica sia per gli interessi che rappresentano (sindacati, assistiti di ogni genere, corporazioni che temono la libera concorrenza, ecc.) e’ improbabile che vogliano o possano farlo bene nel futuro. E cosa ti hanno combinato costoro? Hanno perfino fatto pressioni, in particolare nel 1999, per svalutare l’euro in modo da aumentare la concorrenzialita’ delle esportazioni europee. Non potendo cambiare il modello economico interno, e quindi renderlo motore endogeno di crescita, questi  hanno fatto quello per cui l’Italia e’ stata nel passato condannata e redarguita: svaluto ed esporto, poi si vede. Certamente la svalutazione competitiva porta nel breve periodo un po’ di crescita (attualmente e’ attorno al 3%). Ma al prezzo del deflusso dei capitali di investimento, il motore di qualsiasi crescita scena. Infatti la crescita europea e’ malsana e fragile perche’ sovradattata al basso valore della moneta, senza leva interna e del tutto dipendente dalla locomotiva americana. Con la complicazione che questo tipo di  crescita non crea nuova occupazione (infatti nell’eurozona la disoccupazione resta stabile attorno al 10%, cioe’ quasi trenta milioni di lavoratori a spasso). Ed in piu’ produce il danno sistemico di deprimere l’euro in modi cosi’ forti che rendono impossibile alla tecnica monetaria di tenerne il valore di cambio sotto il limite oltre il quale scatta l’inflazione importata. Detto in modo schematico, questo e’ il quadro che determina una sostanziale impotenza della Bce. Che fa quel poco che puo’ fare.

Per esempio, se la Bce avesse lasciato inalterati i tassi nonostante i gravi dati di aumento dei prezzi e della massa monetaria con potenziali inflazionistici, il mercato avrebbe percepito che la Bce non vuole difendere il valore dell’euro. E lo avrebbe portato ben piu’ in basso di quello che e’. Avendo rialzato, invece, almeno tiene in tensione positiva la nostra moneta, evitando cadute peggiori che potrebbero arrivare fino ad un valore equivalente di 2.500 lire per un dollaro – disastro inflazionistico assicurato e recessione successiva molto probabile – se non si sta attenti.

Avrebbe dovuto rialzare di piu’? Sarebbe stato poco saggio. L’economia americana sta rallentando, ma non si capisce ancora bene di quanto e quando. In tale situazione di incertezza e’ prudente muovere molto poco e lentamente i tassi. Il tenerli minimi e’ una condizione necessaria per l’espansione economica. Se l’economia americana va giu’ di molto nei prossimi mesi cosi’ fara’ anche il dollaro. E sarebbe sciocco bloccare la potenzialita’ di crescita europea, gia’di per se stentata, con strette non necessarie. Se, invece, lo scenario sara’ inverso, la Bce ha ancora spazio di manovra al rialzo. In sintesi, in una situazione cosi’ ambigua, con una moneta che non ha una controparte politica sul piano europeo, con un’economia poco competitiva, francamente non me la sento di chiedere altro alla Bce che non il tenere il timone aspettando tempi migliori.

E il timone lo sta tenendo. Male, d’accordo. Decide sempre con mesi di ritardo le manovre sui tassi. Determina troppo rigidamente (nel mercato mai cosa salutare) una soglia di inflazione. Non e’ trasparente nei suoi processi decisionali. Alcuni dei suoi dirigenti chiaccherano troppo mentre lo stile del banchiere centrale deve essere quello della massima riservatezza e consistenza. E ce sono tante altre di critiche. Ma il punto piu’ importante non riguarda il progressivo raffinamento della neonata Bce. Avremo tempo per questo. Il problema e’ che il modello politico economico dell’eurozona e’ drammaticamente sbagliato. Che la Bce riesca a tenere un minimo di rotta in tale situazione e’ gia’ un miracolo.

(c) 2000 Carlo Pelanda
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