L’Italia e’ in piena crisi competitiva. La sua crescita economica e’ solo la meta’ di quella degli altri paesi europei e (tendenzialmente) un terzo di quella americana. Le nostre aziende, soprattutto, stanno perdendo quote di mercato sia sul piano europeo sia su quello globale (dati del primo semestre 2000). Piu’ volte, in queste pagine, ho trattato il problema cercando di inquadrarne le cause. Le alte tasse impediscono i nuovi investimenti. Anche respinti dalla rigidita’ sindacale che ingessa il mercato del lavoro. Situazione peggiorata da un’inefficienza diffusa in tutto cio’ che sta fuori dai cancelli della fabbrica, dalle strade insufficienti alla burocrazia bizantina. Ma, a parte l’ultima condizione, Francia e Germania hanno il nostro medesimo modello statalista e gli stessi problemi di poca competitivita’ generale. Infatti la loro crescita, in un momento buono del mercato globale, e circa la meta’di quella americana che si avvale di un sistema piu’ liberalizzato e meno carico di pesi fiscali. Cosa che favorisce la concorrenzialita’ delle imprese e gli investimenti perche’ meglio remunerati in termini di profitto. E la poca competitivita’ di questi due paesi portanti dell’eurozona ha costretto alla svalutazione dell’euro per far sopravvivere il sistema industriale europeo. Ma l’Italia sta perfino peggio, appunto, delle due nazioni cugine. Qual e’ la specifica malattia economica italiana?

Ci sono due virus collegati: mancanza di grandi industrie e assenza di tecnologia avanzata. Sta venendo fuori dai dati di ricerca che il nostro modello industriale basato sulla piccola industria a bassa o media tecnologia non ce la fa a reggere la concorrenza globale. E’ come se fossimo stretti in un sandwich. I paesi emergenti stanno fabbricando molti dei nostri prodotti tipici (abbigliamento, scarpe, componentistica, ecc.) a prezzi molto minori e a qualita’ simile. I paesi piu’ avanzati ospitano produzioni di alta tecnologia e grandi gruppi industriali che noi non abbiamo o che abbiamo perso negli ultimi dieci anni. In sintesi, siamo tendenzialmente perdenti nella concorrenza internazionale sia in alto che in basso. Perche’ ci stiamo deindustrializzando, nel senso che siamo privi di grande industria, il contenitore tipico del continuo sviluppo dell’alta tecnologia.

Fino all’inizio degli anni ‘80 non era cosi’. Avevamo un’ottima industria nucleare e tutti i suoi dintorni tecnologici. Per cecita’ politica l’abbiamo abolita con referendum nel 1988. Avevamo una promettente industria di computer (Olivetti). Sparita, per questa funzione. Avevamo un’industria automobilistica che poteva tentare di porsi ai vertici mondiali. Ora e’ stata venduta. La nostra industria spaziale prometteva di raggiungere la leadership mondiale in alcuni settori. Ci resta qualche nicchia. Costruivamo aerei. Ora ci limitiamo a fare qualche componente di tecnologia minore (carpenteria metallica, carlinghe). I marchi della moda italiana avevano conquistato il mondo. Ma non si sono mai trasformati in grandi gruppi industriali. E ora sono in vendita. La lista potrebbe continuare, credetemi, con piu’ di cento esempi settoriali. Sembra incredibile, ma in meno di 20 anni l’Italia si e’ quasi totalmente deindustrializzata proprio nei settori del futuro. Incredibile e’ il fatto che nessuno (di rilievo politico) abbia dato la giusta importanza a questo processo di degrado e invocato misure d’emergenza. Come mai?

Ci siamo allegramente sucidati. Nei consorzi europei (navi, aerei, sistemi spaziali, tipicamente avanguardie di nuove tecnologie) abbiamo negoziato, come premevano i sindacati, per ottenere ore di lavoro e non le parti piu’ nobili delle produzioni. Che sono state prese da francesi, inglesi e tedeschi. Cosi’, con i nostri soldi, hanno pompato le loro grandi industrie di investimenti per le tecnologie avanzate del futuro e noi le abbiamo perse. Sul pianodella ricerca, poi, abbiamo disperso i denari pubblici in mille rivoli assistenziali senza concentrarli in pochi programmi strategici a grande scala, oltre a stanziarne sempre di meno mentre le altre nazioni aumentavano la spesa per l’innovazione tecnologica. In generale, i denari fiscali che sarebbero dovuti ritornare ai contribuenti in forma di modernizzazione complessiva del paese sono stati usati per finanziare settori improduttivi, quali l’aumento dell’inutile burocrazia, progetti sbagliati (per esempio le acciaierie ed i megaporti senza mercato al sud) e, in generale, sprechi di ogni genere. Ma il fattore principale della deindustrializzazione italiana riguarda una politica che ha ostacolato la trasformazione della piccola impresa in grande azienda. Per esempio, la legge che impone la sindacalizzazione delle imprese oltre i quindici dipendenti ha vistosamente disincentivato la formazione di grandi gruppi. L’assenza di un settore bancario avanzato – che finanzia le idee – e una cultura borsistica moderna hanno fatto mancare la leva di capitale per le grandi avventure tecnologiche. Per fortuna quest’ultimo problema si sta risolvendo. Ma ormai e’ tardi.

Comunque non troppo tardi. C’e’ ancora spazio per una riforma competitiva del paese: defiscalizzazione degli investimenti in tecnologia, misure speciali per attrarre lo high tech dall’estero, riforma in senso futurizzante delle universita’. Soprattutto una politica che incentivi la nascita di grandi imprese. Si puo’ fare. Ma certamente l’Italia dovra’ essere governata da persone e stili politici molto diversi da quelli che l’hanno gestita negli ultimi due decenni, deindustrializzandola. E dovra’ finire la credenza sbagliata che piccolo e’ bello. Piccolo e’ solo piccolo e basta.

" /> L’Italia e’ in piena crisi competitiva. La sua crescita economica e’ solo la meta’ di quella degli altri paesi europei e (tendenzialmente) un terzo di quella americana. Le nostre aziende, soprattutto, stanno perdendo quote di mercato sia sul piano europeo sia su quello globale (dati del primo semestre 2000). Piu’ volte, in queste pagine, ho trattato il problema cercando di inquadrarne le cause. Le alte tasse impediscono i nuovi investimenti. Anche respinti dalla rigidita’ sindacale che ingessa il mercato del lavoro. Situazione peggiorata da un’inefficienza diffusa in tutto cio’ che sta fuori dai cancelli della fabbrica, dalle strade insufficienti alla burocrazia bizantina. Ma, a parte l’ultima condizione, Francia e Germania hanno il nostro medesimo modello statalista e gli stessi problemi di poca competitivita’ generale. Infatti la loro crescita, in un momento buono del mercato globale, e circa la meta’di quella americana che si avvale di un sistema piu’ liberalizzato e meno carico di pesi fiscali. Cosa che favorisce la concorrenzialita’ delle imprese e gli investimenti perche’ meglio remunerati in termini di profitto. E la poca competitivita’ di questi due paesi portanti dell’eurozona ha costretto alla svalutazione dell’euro per far sopravvivere il sistema industriale europeo. Ma l’Italia sta perfino peggio, appunto, delle due nazioni cugine. Qual e’ la specifica malattia economica italiana?

Ci sono due virus collegati: mancanza di grandi industrie e assenza di tecnologia avanzata. Sta venendo fuori dai dati di ricerca che il nostro modello industriale basato sulla piccola industria a bassa o media tecnologia non ce la fa a reggere la concorrenza globale. E’ come se fossimo stretti in un sandwich. I paesi emergenti stanno fabbricando molti dei nostri prodotti tipici (abbigliamento, scarpe, componentistica, ecc.) a prezzi molto minori e a qualita’ simile. I paesi piu’ avanzati ospitano produzioni di alta tecnologia e grandi gruppi industriali che noi non abbiamo o che abbiamo perso negli ultimi dieci anni. In sintesi, siamo tendenzialmente perdenti nella concorrenza internazionale sia in alto che in basso. Perche’ ci stiamo deindustrializzando, nel senso che siamo privi di grande industria, il contenitore tipico del continuo sviluppo dell’alta tecnologia.

Fino all’inizio degli anni ‘80 non era cosi’. Avevamo un’ottima industria nucleare e tutti i suoi dintorni tecnologici. Per cecita’ politica l’abbiamo abolita con referendum nel 1988. Avevamo una promettente industria di computer (Olivetti). Sparita, per questa funzione. Avevamo un’industria automobilistica che poteva tentare di porsi ai vertici mondiali. Ora e’ stata venduta. La nostra industria spaziale prometteva di raggiungere la leadership mondiale in alcuni settori. Ci resta qualche nicchia. Costruivamo aerei. Ora ci limitiamo a fare qualche componente di tecnologia minore (carpenteria metallica, carlinghe). I marchi della moda italiana avevano conquistato il mondo. Ma non si sono mai trasformati in grandi gruppi industriali. E ora sono in vendita. La lista potrebbe continuare, credetemi, con piu’ di cento esempi settoriali. Sembra incredibile, ma in meno di 20 anni l’Italia si e’ quasi totalmente deindustrializzata proprio nei settori del futuro. Incredibile e’ il fatto che nessuno (di rilievo politico) abbia dato la giusta importanza a questo processo di degrado e invocato misure d’emergenza. Come mai?

Ci siamo allegramente sucidati. Nei consorzi europei (navi, aerei, sistemi spaziali, tipicamente avanguardie di nuove tecnologie) abbiamo negoziato, come premevano i sindacati, per ottenere ore di lavoro e non le parti piu’ nobili delle produzioni. Che sono state prese da francesi, inglesi e tedeschi. Cosi’, con i nostri soldi, hanno pompato le loro grandi industrie di investimenti per le tecnologie avanzate del futuro e noi le abbiamo perse. Sul pianodella ricerca, poi, abbiamo disperso i denari pubblici in mille rivoli assistenziali senza concentrarli in pochi programmi strategici a grande scala, oltre a stanziarne sempre di meno mentre le altre nazioni aumentavano la spesa per l’innovazione tecnologica. In generale, i denari fiscali che sarebbero dovuti ritornare ai contribuenti in forma di modernizzazione complessiva del paese sono stati usati per finanziare settori improduttivi, quali l’aumento dell’inutile burocrazia, progetti sbagliati (per esempio le acciaierie ed i megaporti senza mercato al sud) e, in generale, sprechi di ogni genere. Ma il fattore principale della deindustrializzazione italiana riguarda una politica che ha ostacolato la trasformazione della piccola impresa in grande azienda. Per esempio, la legge che impone la sindacalizzazione delle imprese oltre i quindici dipendenti ha vistosamente disincentivato la formazione di grandi gruppi. L’assenza di un settore bancario avanzato – che finanzia le idee – e una cultura borsistica moderna hanno fatto mancare la leva di capitale per le grandi avventure tecnologiche. Per fortuna quest’ultimo problema si sta risolvendo. Ma ormai e’ tardi.

Comunque non troppo tardi. C’e’ ancora spazio per una riforma competitiva del paese: defiscalizzazione degli investimenti in tecnologia, misure speciali per attrarre lo high tech dall’estero, riforma in senso futurizzante delle universita’. Soprattutto una politica che incentivi la nascita di grandi imprese. Si puo’ fare. Ma certamente l’Italia dovra’ essere governata da persone e stili politici molto diversi da quelli che l’hanno gestita negli ultimi due decenni, deindustrializzandola. E dovra’ finire la credenza sbagliata che piccolo e’ bello. Piccolo e’ solo piccolo e basta.

"/> L’Italia e’ in piena crisi competitiva. La sua crescita economica e’ solo la meta’ di quella degli altri paesi europei e (tendenzialmente) un terzo di quella americana. Le nostre aziende, soprattutto, stanno perdendo quote di mercato sia sul piano europeo sia su quello globale (dati del primo semestre 2000). Piu’ volte, in queste pagine, ho trattato il problema cercando di inquadrarne le cause. Le alte tasse impediscono i nuovi investimenti. Anche respinti dalla rigidita’ sindacale che ingessa il mercato del lavoro. Situazione peggiorata da un’inefficienza diffusa in tutto cio’ che sta fuori dai cancelli della fabbrica, dalle strade insufficienti alla burocrazia bizantina. Ma, a parte l’ultima condizione, Francia e Germania hanno il nostro medesimo modello statalista e gli stessi problemi di poca competitivita’ generale. Infatti la loro crescita, in un momento buono del mercato globale, e circa la meta’di quella americana che si avvale di un sistema piu’ liberalizzato e meno carico di pesi fiscali. Cosa che favorisce la concorrenzialita’ delle imprese e gli investimenti perche’ meglio remunerati in termini di profitto. E la poca competitivita’ di questi due paesi portanti dell’eurozona ha costretto alla svalutazione dell’euro per far sopravvivere il sistema industriale europeo. Ma l’Italia sta perfino peggio, appunto, delle due nazioni cugine. Qual e’ la specifica malattia economica italiana?

Ci sono due virus collegati: mancanza di grandi industrie e assenza di tecnologia avanzata. Sta venendo fuori dai dati di ricerca che il nostro modello industriale basato sulla piccola industria a bassa o media tecnologia non ce la fa a reggere la concorrenza globale. E’ come se fossimo stretti in un sandwich. I paesi emergenti stanno fabbricando molti dei nostri prodotti tipici (abbigliamento, scarpe, componentistica, ecc.) a prezzi molto minori e a qualita’ simile. I paesi piu’ avanzati ospitano produzioni di alta tecnologia e grandi gruppi industriali che noi non abbiamo o che abbiamo perso negli ultimi dieci anni. In sintesi, siamo tendenzialmente perdenti nella concorrenza internazionale sia in alto che in basso. Perche’ ci stiamo deindustrializzando, nel senso che siamo privi di grande industria, il contenitore tipico del continuo sviluppo dell’alta tecnologia.

Fino all’inizio degli anni ‘80 non era cosi’. Avevamo un’ottima industria nucleare e tutti i suoi dintorni tecnologici. Per cecita’ politica l’abbiamo abolita con referendum nel 1988. Avevamo una promettente industria di computer (Olivetti). Sparita, per questa funzione. Avevamo un’industria automobilistica che poteva tentare di porsi ai vertici mondiali. Ora e’ stata venduta. La nostra industria spaziale prometteva di raggiungere la leadership mondiale in alcuni settori. Ci resta qualche nicchia. Costruivamo aerei. Ora ci limitiamo a fare qualche componente di tecnologia minore (carpenteria metallica, carlinghe). I marchi della moda italiana avevano conquistato il mondo. Ma non si sono mai trasformati in grandi gruppi industriali. E ora sono in vendita. La lista potrebbe continuare, credetemi, con piu’ di cento esempi settoriali. Sembra incredibile, ma in meno di 20 anni l’Italia si e’ quasi totalmente deindustrializzata proprio nei settori del futuro. Incredibile e’ il fatto che nessuno (di rilievo politico) abbia dato la giusta importanza a questo processo di degrado e invocato misure d’emergenza. Come mai?

Ci siamo allegramente sucidati. Nei consorzi europei (navi, aerei, sistemi spaziali, tipicamente avanguardie di nuove tecnologie) abbiamo negoziato, come premevano i sindacati, per ottenere ore di lavoro e non le parti piu’ nobili delle produzioni. Che sono state prese da francesi, inglesi e tedeschi. Cosi’, con i nostri soldi, hanno pompato le loro grandi industrie di investimenti per le tecnologie avanzate del futuro e noi le abbiamo perse. Sul pianodella ricerca, poi, abbiamo disperso i denari pubblici in mille rivoli assistenziali senza concentrarli in pochi programmi strategici a grande scala, oltre a stanziarne sempre di meno mentre le altre nazioni aumentavano la spesa per l’innovazione tecnologica. In generale, i denari fiscali che sarebbero dovuti ritornare ai contribuenti in forma di modernizzazione complessiva del paese sono stati usati per finanziare settori improduttivi, quali l’aumento dell’inutile burocrazia, progetti sbagliati (per esempio le acciaierie ed i megaporti senza mercato al sud) e, in generale, sprechi di ogni genere. Ma il fattore principale della deindustrializzazione italiana riguarda una politica che ha ostacolato la trasformazione della piccola impresa in grande azienda. Per esempio, la legge che impone la sindacalizzazione delle imprese oltre i quindici dipendenti ha vistosamente disincentivato la formazione di grandi gruppi. L’assenza di un settore bancario avanzato – che finanzia le idee – e una cultura borsistica moderna hanno fatto mancare la leva di capitale per le grandi avventure tecnologiche. Per fortuna quest’ultimo problema si sta risolvendo. Ma ormai e’ tardi.

Comunque non troppo tardi. C’e’ ancora spazio per una riforma competitiva del paese: defiscalizzazione degli investimenti in tecnologia, misure speciali per attrarre lo high tech dall’estero, riforma in senso futurizzante delle universita’. Soprattutto una politica che incentivi la nascita di grandi imprese. Si puo’ fare. Ma certamente l’Italia dovra’ essere governata da persone e stili politici molto diversi da quelli che l’hanno gestita negli ultimi due decenni, deindustrializzandola. E dovra’ finire la credenza sbagliata che piccolo e’ bello. Piccolo e’ solo piccolo e basta.

" />



 ENGLISH VERSION


 VITA
  Biografia    Gallery     Interviste    Premi     CPTV

 PUBBLICAZIONI

  Libri    Saggi    Ricerche
  Articoli dal 1998

 LETTERE

  Scrivi a CP
  Leggi le lettere    Archivio

 CERCA


Carlo A. Pelanda
menu
fb Tw g+ print

L' Arena

2000-8-14

14/8/2000

Competitività, non è solo colpa delle tasse

L’Italia e’ in piena crisi competitiva. La sua crescita economica e’ solo la meta’ di quella degli altri paesi europei e (tendenzialmente) un terzo di quella americana. Le nostre aziende, soprattutto, stanno perdendo quote di mercato sia sul piano europeo sia su quello globale (dati del primo semestre 2000). Piu’ volte, in queste pagine, ho trattato il problema cercando di inquadrarne le cause. Le alte tasse impediscono i nuovi investimenti. Anche respinti dalla rigidita’ sindacale che ingessa il mercato del lavoro. Situazione peggiorata da un’inefficienza diffusa in tutto cio’ che sta fuori dai cancelli della fabbrica, dalle strade insufficienti alla burocrazia bizantina. Ma, a parte l’ultima condizione, Francia e Germania hanno il nostro medesimo modello statalista e gli stessi problemi di poca competitivita’ generale. Infatti la loro crescita, in un momento buono del mercato globale, e circa la meta’di quella americana che si avvale di un sistema piu’ liberalizzato e meno carico di pesi fiscali. Cosa che favorisce la concorrenzialita’ delle imprese e gli investimenti perche’ meglio remunerati in termini di profitto. E la poca competitivita’ di questi due paesi portanti dell’eurozona ha costretto alla svalutazione dell’euro per far sopravvivere il sistema industriale europeo. Ma l’Italia sta perfino peggio, appunto, delle due nazioni cugine. Qual e’ la specifica malattia economica italiana?

Ci sono due virus collegati: mancanza di grandi industrie e assenza di tecnologia avanzata. Sta venendo fuori dai dati di ricerca che il nostro modello industriale basato sulla piccola industria a bassa o media tecnologia non ce la fa a reggere la concorrenza globale. E’ come se fossimo stretti in un sandwich. I paesi emergenti stanno fabbricando molti dei nostri prodotti tipici (abbigliamento, scarpe, componentistica, ecc.) a prezzi molto minori e a qualita’ simile. I paesi piu’ avanzati ospitano produzioni di alta tecnologia e grandi gruppi industriali che noi non abbiamo o che abbiamo perso negli ultimi dieci anni. In sintesi, siamo tendenzialmente perdenti nella concorrenza internazionale sia in alto che in basso. Perche’ ci stiamo deindustrializzando, nel senso che siamo privi di grande industria, il contenitore tipico del continuo sviluppo dell’alta tecnologia.

Fino all’inizio degli anni ‘80 non era cosi’. Avevamo un’ottima industria nucleare e tutti i suoi dintorni tecnologici. Per cecita’ politica l’abbiamo abolita con referendum nel 1988. Avevamo una promettente industria di computer (Olivetti). Sparita, per questa funzione. Avevamo un’industria automobilistica che poteva tentare di porsi ai vertici mondiali. Ora e’ stata venduta. La nostra industria spaziale prometteva di raggiungere la leadership mondiale in alcuni settori. Ci resta qualche nicchia. Costruivamo aerei. Ora ci limitiamo a fare qualche componente di tecnologia minore (carpenteria metallica, carlinghe). I marchi della moda italiana avevano conquistato il mondo. Ma non si sono mai trasformati in grandi gruppi industriali. E ora sono in vendita. La lista potrebbe continuare, credetemi, con piu’ di cento esempi settoriali. Sembra incredibile, ma in meno di 20 anni l’Italia si e’ quasi totalmente deindustrializzata proprio nei settori del futuro. Incredibile e’ il fatto che nessuno (di rilievo politico) abbia dato la giusta importanza a questo processo di degrado e invocato misure d’emergenza. Come mai?

Ci siamo allegramente sucidati. Nei consorzi europei (navi, aerei, sistemi spaziali, tipicamente avanguardie di nuove tecnologie) abbiamo negoziato, come premevano i sindacati, per ottenere ore di lavoro e non le parti piu’ nobili delle produzioni. Che sono state prese da francesi, inglesi e tedeschi. Cosi’, con i nostri soldi, hanno pompato le loro grandi industrie di investimenti per le tecnologie avanzate del futuro e noi le abbiamo perse. Sul pianodella ricerca, poi, abbiamo disperso i denari pubblici in mille rivoli assistenziali senza concentrarli in pochi programmi strategici a grande scala, oltre a stanziarne sempre di meno mentre le altre nazioni aumentavano la spesa per l’innovazione tecnologica. In generale, i denari fiscali che sarebbero dovuti ritornare ai contribuenti in forma di modernizzazione complessiva del paese sono stati usati per finanziare settori improduttivi, quali l’aumento dell’inutile burocrazia, progetti sbagliati (per esempio le acciaierie ed i megaporti senza mercato al sud) e, in generale, sprechi di ogni genere. Ma il fattore principale della deindustrializzazione italiana riguarda una politica che ha ostacolato la trasformazione della piccola impresa in grande azienda. Per esempio, la legge che impone la sindacalizzazione delle imprese oltre i quindici dipendenti ha vistosamente disincentivato la formazione di grandi gruppi. L’assenza di un settore bancario avanzato – che finanzia le idee – e una cultura borsistica moderna hanno fatto mancare la leva di capitale per le grandi avventure tecnologiche. Per fortuna quest’ultimo problema si sta risolvendo. Ma ormai e’ tardi.

Comunque non troppo tardi. C’e’ ancora spazio per una riforma competitiva del paese: defiscalizzazione degli investimenti in tecnologia, misure speciali per attrarre lo high tech dall’estero, riforma in senso futurizzante delle universita’. Soprattutto una politica che incentivi la nascita di grandi imprese. Si puo’ fare. Ma certamente l’Italia dovra’ essere governata da persone e stili politici molto diversi da quelli che l’hanno gestita negli ultimi due decenni, deindustrializzandola. E dovra’ finire la credenza sbagliata che piccolo e’ bello. Piccolo e’ solo piccolo e basta.

(c) 2000 Carlo Pelanda
FB TW G+

(c) 1999 Carlo Pelanda
Contacts: public@carlopelanda.com
website by: Filippo Brunelli