La pericolosa tentazione della diarchia franco-tedesca

(titolo originale)

 L’Unione Europea è a metà del guado. C’è ormai troppa Europa per poter tornare indietro, ma ce ne è troppo poca per riuscire ad andare avanti. Questa situazione di impasse è ben rappresentata dalla confusione che si registra nei luoghi dove le euronazioni discutono sul come  dare una forma istituzionale compiuta all’Unione Europea. Per esempio, la Conferenza Intergovernativa (Cig) avrebbe dovuto delineare entro la fine del 2000 la struttura di governo europeo. E’ difficile che ci riesca e tale ritardo è molto preoccupante. Persino più inquietante è l’ambiguità che caratterizza la questione dell’allargamento, cioè della cooptazione progressiva di altri paesi entro l’Unione. In sintesi, l’Unione non può più rimandare il proprio consolidamento e la chiarificazione di quali – e come – saranno i suoi confini futuri. Su questo punto tutti gli eurogoverni sono d’accordo. Ma sul cosa fare il disaccordo è pieno. E’ possibile definire una linea di condotta razionale per uscire da questo caos? Proviamoci, segnalando per prima cosa un pericolo imminente.

 La Francia – che assumerà la presidenza di turno dell’Unione il prossimo 1° luglio – ha sempre visto l’integrazione europea come occasione di dotare di più forza le proprie ambizioni di potere globale, depresse dalla piccola scala nazionale. Dal 1963 la strategia francese – pensata da De Gaulle – si basa su tre idee chiave: (a) alleanza strettissima con la pur odiata Germania; (b) utile ad una conduzione diarchica di tutti gli altri europei; (c) la cui massa economica e geopolitica integrata avrebbe fatto dell’Europa franco-tedesca il potere dominante del pianeta, anche superiore a quello americano e russo. La Germania ha accettato nel passato questo piano in quanto le permetteva di rientrare nella leadership europea e mondiale nonostante la delegittimazione politica conseguente alla Seconda guerra mondiale. Inoltre – ragionamento di Kohl e motivo della sua spinta forsennata per la realizzazione prematura dell’euro – la potenza tedesca è tale per cui ogni tentativo di europeizzazione della Germania, alla fine, si traduce in una germanizzazione di fatto dell’Europa. La diarchia franco-tedesca ha disegnato l’Unione Europea con questo in mente e non certo per l’“europeismo” tanto decantato dai nostri governanti. Ora che il processo europeo è in stallo, Parigi vuole ripristinare la diarchia e renderla locomotiva per uscire dal guado, gli altri europei solo vagoni. Questo, in essenza, è stato l’oggetto discusso nell’incontro bilaterale franco-tedesco di Magonza, la settimana scorsa. Ed i tedeschi hanno accettato, in parte, l’idea: ripristinare l’Europa a due velocità. Francia e Germania decidono, gli altri seguono. E ciò dovrebbe tradursi nel passaggio del requisito di unanimità a quello di maggioranza semplice per le decisioni, in sede intergovernativa,  che vincolano tutti gli europei. Con l’aggiunta di pesare la forza degli Stati in modo tale che i più piccoli non possano rompere le scatole oltre misura. Tale politica imperiale è insensata.  Gli interessi e le diversità nazionali in Europa sono ancora troppo marcate. Gli inglesi come i paesi nordici non se la sentono, diversamente dalla faciloneria italiana, di cedere la loro sovranità a Parigi e Berlino (più alla seconda, alla fine, che alla prima) senza facoltà di poter controllare le regole “europee” determinate da questi due. Anche lo spagnolo Aznar ha dato l’altolà a tale ipotesi. In sintesi, i fatti mostrano che i tempi non sono maturi per strappi nel delicato tessuto europeo in lenta e difficile tessitura. E sarebbe molto rischioso per la coesione europea se prendesse nuovamente piede una guida franco-tedesca (scherzosamente definita il “Reich Noveau” o – dalla rivista Limes - “Framania”): l’Europa si spaccherebbe in due o tre pezzi.

 Cosa fare per evitare tale pericolosa eventualità? Dobbiamo avere il coraggio ed il buon senso di riconoscere che l’Europa è un’alleanza tra nazioni e non ancora una vera “Unione”. E di far capire a Parigi ed a Berlino che nessuno nega loro il riconoscimento della forza che hanno, ma che non per questo dobbiamo obbedire ciecamente alle loro ambizioni.  Di conseguenza, sarebbe più prudente creare una Costituzione Europea “leggera” ed evolutiva dove tutte le nazioni si sentano a prorio agio (compreso il Regno Unito)  piuttosto che costruire un nucleo imperiale franco-tedesco che costringa gli altri a seguire con le buone o con le cattive. Ma proprio la Germania e - un po’meno - la Francia non vogliono tale costituzione: essendo già i poteri singoli più forti d’Europa, una pur leggera costituzione ne ridurrebbe l’influenza. Per esempio l’elezione paneuropea di un presidente con poteri limitati, ma forti, in alcune materie esterne ed interne toglierebbe a Francia e Germania la possibilità di fare il bello e cattivo tempo, come ora. E così preferiscono scegliere la strada dello “strappo” che non quello della “tessitura”. Va detto loro, se siete d’accordo, che a noi italiani non sta bene e che vogliamo, invece, un’Europa dei pari che, passo dopo passo, si costituzionalizzi come Stati Uniti d’Europa. Certo, tale modello che privilegia l’istituzionalizzazione interna rischia di rimandare e rendere più difficile la cooptazione di nuovi membri esterni. Ma secondo me, alla fine, è meglio chiarire cosa sarà esattamente l’Europa prima di allargarla. E anche i futuri partner probabilmente sarebbero più rilassati nel capire meglio in quale condominio prenderanno il loro appartamento. Temi difficili, ma ogni lettore deve imparare a formulare una propria opinione su di essi che superi la superficiale retorica con la quale i governi italiani li hanno finora trattati. Anche perché dalla scelta tra “strappo” franco-tedesco e “tessitura” costituzionale europea  dipende il destino dell’euro. A rischio nel primo caso, ottimo nel secondo. 

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(titolo originale)

 L’Unione Europea è a metà del guado. C’è ormai troppa Europa per poter tornare indietro, ma ce ne è troppo poca per riuscire ad andare avanti. Questa situazione di impasse è ben rappresentata dalla confusione che si registra nei luoghi dove le euronazioni discutono sul come  dare una forma istituzionale compiuta all’Unione Europea. Per esempio, la Conferenza Intergovernativa (Cig) avrebbe dovuto delineare entro la fine del 2000 la struttura di governo europeo. E’ difficile che ci riesca e tale ritardo è molto preoccupante. Persino più inquietante è l’ambiguità che caratterizza la questione dell’allargamento, cioè della cooptazione progressiva di altri paesi entro l’Unione. In sintesi, l’Unione non può più rimandare il proprio consolidamento e la chiarificazione di quali – e come – saranno i suoi confini futuri. Su questo punto tutti gli eurogoverni sono d’accordo. Ma sul cosa fare il disaccordo è pieno. E’ possibile definire una linea di condotta razionale per uscire da questo caos? Proviamoci, segnalando per prima cosa un pericolo imminente.

 La Francia – che assumerà la presidenza di turno dell’Unione il prossimo 1° luglio – ha sempre visto l’integrazione europea come occasione di dotare di più forza le proprie ambizioni di potere globale, depresse dalla piccola scala nazionale. Dal 1963 la strategia francese – pensata da De Gaulle – si basa su tre idee chiave: (a) alleanza strettissima con la pur odiata Germania; (b) utile ad una conduzione diarchica di tutti gli altri europei; (c) la cui massa economica e geopolitica integrata avrebbe fatto dell’Europa franco-tedesca il potere dominante del pianeta, anche superiore a quello americano e russo. La Germania ha accettato nel passato questo piano in quanto le permetteva di rientrare nella leadership europea e mondiale nonostante la delegittimazione politica conseguente alla Seconda guerra mondiale. Inoltre – ragionamento di Kohl e motivo della sua spinta forsennata per la realizzazione prematura dell’euro – la potenza tedesca è tale per cui ogni tentativo di europeizzazione della Germania, alla fine, si traduce in una germanizzazione di fatto dell’Europa. La diarchia franco-tedesca ha disegnato l’Unione Europea con questo in mente e non certo per l’“europeismo” tanto decantato dai nostri governanti. Ora che il processo europeo è in stallo, Parigi vuole ripristinare la diarchia e renderla locomotiva per uscire dal guado, gli altri europei solo vagoni. Questo, in essenza, è stato l’oggetto discusso nell’incontro bilaterale franco-tedesco di Magonza, la settimana scorsa. Ed i tedeschi hanno accettato, in parte, l’idea: ripristinare l’Europa a due velocità. Francia e Germania decidono, gli altri seguono. E ciò dovrebbe tradursi nel passaggio del requisito di unanimità a quello di maggioranza semplice per le decisioni, in sede intergovernativa,  che vincolano tutti gli europei. Con l’aggiunta di pesare la forza degli Stati in modo tale che i più piccoli non possano rompere le scatole oltre misura. Tale politica imperiale è insensata.  Gli interessi e le diversità nazionali in Europa sono ancora troppo marcate. Gli inglesi come i paesi nordici non se la sentono, diversamente dalla faciloneria italiana, di cedere la loro sovranità a Parigi e Berlino (più alla seconda, alla fine, che alla prima) senza facoltà di poter controllare le regole “europee” determinate da questi due. Anche lo spagnolo Aznar ha dato l’altolà a tale ipotesi. In sintesi, i fatti mostrano che i tempi non sono maturi per strappi nel delicato tessuto europeo in lenta e difficile tessitura. E sarebbe molto rischioso per la coesione europea se prendesse nuovamente piede una guida franco-tedesca (scherzosamente definita il “Reich Noveau” o – dalla rivista Limes - “Framania”): l’Europa si spaccherebbe in due o tre pezzi.

 Cosa fare per evitare tale pericolosa eventualità? Dobbiamo avere il coraggio ed il buon senso di riconoscere che l’Europa è un’alleanza tra nazioni e non ancora una vera “Unione”. E di far capire a Parigi ed a Berlino che nessuno nega loro il riconoscimento della forza che hanno, ma che non per questo dobbiamo obbedire ciecamente alle loro ambizioni.  Di conseguenza, sarebbe più prudente creare una Costituzione Europea “leggera” ed evolutiva dove tutte le nazioni si sentano a prorio agio (compreso il Regno Unito)  piuttosto che costruire un nucleo imperiale franco-tedesco che costringa gli altri a seguire con le buone o con le cattive. Ma proprio la Germania e - un po’meno - la Francia non vogliono tale costituzione: essendo già i poteri singoli più forti d’Europa, una pur leggera costituzione ne ridurrebbe l’influenza. Per esempio l’elezione paneuropea di un presidente con poteri limitati, ma forti, in alcune materie esterne ed interne toglierebbe a Francia e Germania la possibilità di fare il bello e cattivo tempo, come ora. E così preferiscono scegliere la strada dello “strappo” che non quello della “tessitura”. Va detto loro, se siete d’accordo, che a noi italiani non sta bene e che vogliamo, invece, un’Europa dei pari che, passo dopo passo, si costituzionalizzi come Stati Uniti d’Europa. Certo, tale modello che privilegia l’istituzionalizzazione interna rischia di rimandare e rendere più difficile la cooptazione di nuovi membri esterni. Ma secondo me, alla fine, è meglio chiarire cosa sarà esattamente l’Europa prima di allargarla. E anche i futuri partner probabilmente sarebbero più rilassati nel capire meglio in quale condominio prenderanno il loro appartamento. Temi difficili, ma ogni lettore deve imparare a formulare una propria opinione su di essi che superi la superficiale retorica con la quale i governi italiani li hanno finora trattati. Anche perché dalla scelta tra “strappo” franco-tedesco e “tessitura” costituzionale europea  dipende il destino dell’euro. A rischio nel primo caso, ottimo nel secondo. 

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 L’Unione Europea è a metà del guado. C’è ormai troppa Europa per poter tornare indietro, ma ce ne è troppo poca per riuscire ad andare avanti. Questa situazione di impasse è ben rappresentata dalla confusione che si registra nei luoghi dove le euronazioni discutono sul come  dare una forma istituzionale compiuta all’Unione Europea. Per esempio, la Conferenza Intergovernativa (Cig) avrebbe dovuto delineare entro la fine del 2000 la struttura di governo europeo. E’ difficile che ci riesca e tale ritardo è molto preoccupante. Persino più inquietante è l’ambiguità che caratterizza la questione dell’allargamento, cioè della cooptazione progressiva di altri paesi entro l’Unione. In sintesi, l’Unione non può più rimandare il proprio consolidamento e la chiarificazione di quali – e come – saranno i suoi confini futuri. Su questo punto tutti gli eurogoverni sono d’accordo. Ma sul cosa fare il disaccordo è pieno. E’ possibile definire una linea di condotta razionale per uscire da questo caos? Proviamoci, segnalando per prima cosa un pericolo imminente.

 La Francia – che assumerà la presidenza di turno dell’Unione il prossimo 1° luglio – ha sempre visto l’integrazione europea come occasione di dotare di più forza le proprie ambizioni di potere globale, depresse dalla piccola scala nazionale. Dal 1963 la strategia francese – pensata da De Gaulle – si basa su tre idee chiave: (a) alleanza strettissima con la pur odiata Germania; (b) utile ad una conduzione diarchica di tutti gli altri europei; (c) la cui massa economica e geopolitica integrata avrebbe fatto dell’Europa franco-tedesca il potere dominante del pianeta, anche superiore a quello americano e russo. La Germania ha accettato nel passato questo piano in quanto le permetteva di rientrare nella leadership europea e mondiale nonostante la delegittimazione politica conseguente alla Seconda guerra mondiale. Inoltre – ragionamento di Kohl e motivo della sua spinta forsennata per la realizzazione prematura dell’euro – la potenza tedesca è tale per cui ogni tentativo di europeizzazione della Germania, alla fine, si traduce in una germanizzazione di fatto dell’Europa. La diarchia franco-tedesca ha disegnato l’Unione Europea con questo in mente e non certo per l’“europeismo” tanto decantato dai nostri governanti. Ora che il processo europeo è in stallo, Parigi vuole ripristinare la diarchia e renderla locomotiva per uscire dal guado, gli altri europei solo vagoni. Questo, in essenza, è stato l’oggetto discusso nell’incontro bilaterale franco-tedesco di Magonza, la settimana scorsa. Ed i tedeschi hanno accettato, in parte, l’idea: ripristinare l’Europa a due velocità. Francia e Germania decidono, gli altri seguono. E ciò dovrebbe tradursi nel passaggio del requisito di unanimità a quello di maggioranza semplice per le decisioni, in sede intergovernativa,  che vincolano tutti gli europei. Con l’aggiunta di pesare la forza degli Stati in modo tale che i più piccoli non possano rompere le scatole oltre misura. Tale politica imperiale è insensata.  Gli interessi e le diversità nazionali in Europa sono ancora troppo marcate. Gli inglesi come i paesi nordici non se la sentono, diversamente dalla faciloneria italiana, di cedere la loro sovranità a Parigi e Berlino (più alla seconda, alla fine, che alla prima) senza facoltà di poter controllare le regole “europee” determinate da questi due. Anche lo spagnolo Aznar ha dato l’altolà a tale ipotesi. In sintesi, i fatti mostrano che i tempi non sono maturi per strappi nel delicato tessuto europeo in lenta e difficile tessitura. E sarebbe molto rischioso per la coesione europea se prendesse nuovamente piede una guida franco-tedesca (scherzosamente definita il “Reich Noveau” o – dalla rivista Limes - “Framania”): l’Europa si spaccherebbe in due o tre pezzi.

 Cosa fare per evitare tale pericolosa eventualità? Dobbiamo avere il coraggio ed il buon senso di riconoscere che l’Europa è un’alleanza tra nazioni e non ancora una vera “Unione”. E di far capire a Parigi ed a Berlino che nessuno nega loro il riconoscimento della forza che hanno, ma che non per questo dobbiamo obbedire ciecamente alle loro ambizioni.  Di conseguenza, sarebbe più prudente creare una Costituzione Europea “leggera” ed evolutiva dove tutte le nazioni si sentano a prorio agio (compreso il Regno Unito)  piuttosto che costruire un nucleo imperiale franco-tedesco che costringa gli altri a seguire con le buone o con le cattive. Ma proprio la Germania e - un po’meno - la Francia non vogliono tale costituzione: essendo già i poteri singoli più forti d’Europa, una pur leggera costituzione ne ridurrebbe l’influenza. Per esempio l’elezione paneuropea di un presidente con poteri limitati, ma forti, in alcune materie esterne ed interne toglierebbe a Francia e Germania la possibilità di fare il bello e cattivo tempo, come ora. E così preferiscono scegliere la strada dello “strappo” che non quello della “tessitura”. Va detto loro, se siete d’accordo, che a noi italiani non sta bene e che vogliamo, invece, un’Europa dei pari che, passo dopo passo, si costituzionalizzi come Stati Uniti d’Europa. Certo, tale modello che privilegia l’istituzionalizzazione interna rischia di rimandare e rendere più difficile la cooptazione di nuovi membri esterni. Ma secondo me, alla fine, è meglio chiarire cosa sarà esattamente l’Europa prima di allargarla. E anche i futuri partner probabilmente sarebbero più rilassati nel capire meglio in quale condominio prenderanno il loro appartamento. Temi difficili, ma ogni lettore deve imparare a formulare una propria opinione su di essi che superi la superficiale retorica con la quale i governi italiani li hanno finora trattati. Anche perché dalla scelta tra “strappo” franco-tedesco e “tessitura” costituzionale europea  dipende il destino dell’euro. A rischio nel primo caso, ottimo nel secondo. 

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2000-6-12

12/6/2000

L’Europa a due velocità. Come fermare la locomotiva franco-tedesca

La pericolosa tentazione della diarchia franco-tedesca

(titolo originale)

 L’Unione Europea è a metà del guado. C’è ormai troppa Europa per poter tornare indietro, ma ce ne è troppo poca per riuscire ad andare avanti. Questa situazione di impasse è ben rappresentata dalla confusione che si registra nei luoghi dove le euronazioni discutono sul come  dare una forma istituzionale compiuta all’Unione Europea. Per esempio, la Conferenza Intergovernativa (Cig) avrebbe dovuto delineare entro la fine del 2000 la struttura di governo europeo. E’ difficile che ci riesca e tale ritardo è molto preoccupante. Persino più inquietante è l’ambiguità che caratterizza la questione dell’allargamento, cioè della cooptazione progressiva di altri paesi entro l’Unione. In sintesi, l’Unione non può più rimandare il proprio consolidamento e la chiarificazione di quali – e come – saranno i suoi confini futuri. Su questo punto tutti gli eurogoverni sono d’accordo. Ma sul cosa fare il disaccordo è pieno. E’ possibile definire una linea di condotta razionale per uscire da questo caos? Proviamoci, segnalando per prima cosa un pericolo imminente.

 La Francia – che assumerà la presidenza di turno dell’Unione il prossimo 1° luglio – ha sempre visto l’integrazione europea come occasione di dotare di più forza le proprie ambizioni di potere globale, depresse dalla piccola scala nazionale. Dal 1963 la strategia francese – pensata da De Gaulle – si basa su tre idee chiave: (a) alleanza strettissima con la pur odiata Germania; (b) utile ad una conduzione diarchica di tutti gli altri europei; (c) la cui massa economica e geopolitica integrata avrebbe fatto dell’Europa franco-tedesca il potere dominante del pianeta, anche superiore a quello americano e russo. La Germania ha accettato nel passato questo piano in quanto le permetteva di rientrare nella leadership europea e mondiale nonostante la delegittimazione politica conseguente alla Seconda guerra mondiale. Inoltre – ragionamento di Kohl e motivo della sua spinta forsennata per la realizzazione prematura dell’euro – la potenza tedesca è tale per cui ogni tentativo di europeizzazione della Germania, alla fine, si traduce in una germanizzazione di fatto dell’Europa. La diarchia franco-tedesca ha disegnato l’Unione Europea con questo in mente e non certo per l’“europeismo” tanto decantato dai nostri governanti. Ora che il processo europeo è in stallo, Parigi vuole ripristinare la diarchia e renderla locomotiva per uscire dal guado, gli altri europei solo vagoni. Questo, in essenza, è stato l’oggetto discusso nell’incontro bilaterale franco-tedesco di Magonza, la settimana scorsa. Ed i tedeschi hanno accettato, in parte, l’idea: ripristinare l’Europa a due velocità. Francia e Germania decidono, gli altri seguono. E ciò dovrebbe tradursi nel passaggio del requisito di unanimità a quello di maggioranza semplice per le decisioni, in sede intergovernativa,  che vincolano tutti gli europei. Con l’aggiunta di pesare la forza degli Stati in modo tale che i più piccoli non possano rompere le scatole oltre misura. Tale politica imperiale è insensata.  Gli interessi e le diversità nazionali in Europa sono ancora troppo marcate. Gli inglesi come i paesi nordici non se la sentono, diversamente dalla faciloneria italiana, di cedere la loro sovranità a Parigi e Berlino (più alla seconda, alla fine, che alla prima) senza facoltà di poter controllare le regole “europee” determinate da questi due. Anche lo spagnolo Aznar ha dato l’altolà a tale ipotesi. In sintesi, i fatti mostrano che i tempi non sono maturi per strappi nel delicato tessuto europeo in lenta e difficile tessitura. E sarebbe molto rischioso per la coesione europea se prendesse nuovamente piede una guida franco-tedesca (scherzosamente definita il “Reich Noveau” o – dalla rivista Limes - “Framania”): l’Europa si spaccherebbe in due o tre pezzi.

 Cosa fare per evitare tale pericolosa eventualità? Dobbiamo avere il coraggio ed il buon senso di riconoscere che l’Europa è un’alleanza tra nazioni e non ancora una vera “Unione”. E di far capire a Parigi ed a Berlino che nessuno nega loro il riconoscimento della forza che hanno, ma che non per questo dobbiamo obbedire ciecamente alle loro ambizioni.  Di conseguenza, sarebbe più prudente creare una Costituzione Europea “leggera” ed evolutiva dove tutte le nazioni si sentano a prorio agio (compreso il Regno Unito)  piuttosto che costruire un nucleo imperiale franco-tedesco che costringa gli altri a seguire con le buone o con le cattive. Ma proprio la Germania e - un po’meno - la Francia non vogliono tale costituzione: essendo già i poteri singoli più forti d’Europa, una pur leggera costituzione ne ridurrebbe l’influenza. Per esempio l’elezione paneuropea di un presidente con poteri limitati, ma forti, in alcune materie esterne ed interne toglierebbe a Francia e Germania la possibilità di fare il bello e cattivo tempo, come ora. E così preferiscono scegliere la strada dello “strappo” che non quello della “tessitura”. Va detto loro, se siete d’accordo, che a noi italiani non sta bene e che vogliamo, invece, un’Europa dei pari che, passo dopo passo, si costituzionalizzi come Stati Uniti d’Europa. Certo, tale modello che privilegia l’istituzionalizzazione interna rischia di rimandare e rendere più difficile la cooptazione di nuovi membri esterni. Ma secondo me, alla fine, è meglio chiarire cosa sarà esattamente l’Europa prima di allargarla. E anche i futuri partner probabilmente sarebbero più rilassati nel capire meglio in quale condominio prenderanno il loro appartamento. Temi difficili, ma ogni lettore deve imparare a formulare una propria opinione su di essi che superi la superficiale retorica con la quale i governi italiani li hanno finora trattati. Anche perché dalla scelta tra “strappo” franco-tedesco e “tessitura” costituzionale europea  dipende il destino dell’euro. A rischio nel primo caso, ottimo nel secondo. 

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