La svolta di Putin apre nuovi orizzonti per l’economia italiana

(titolo originale)

L’annuncio di William J. Clinton, davanti ai deputati della Duma, che gli Stati Uniti appoggeranno l’entrata della Federazione Russa nell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), ha creato sorpresa negli osservatori. Vuol dire che la Russia è accreditata della possibilità di essere parte ordinata del mercato mondiale. Un’ottima sorpresa, per tutti, ma per noi italiani nordorientali particolarmente promettente. Vediamo prima gli aspetti generali e poi il nostro tornaconto potenziale. 

Fino a pochi mesi fa gli scenari sui destini della Russia erano grigi se non neri. Ricordo che in un seminario dedicato a questa area del mondo, nel settembre del 1999, alcuni prestigiosi ricercatori – inglesi, in particolare - prevedevano il collasso della Russia devastata dall’anarchia politica, l’estensione catastrofica della guerra in Cecenia e, soprattutto, l’impossibilità dell’economia russa di riprendersi e decollare non solo nel futuro prossimo, ma anche in quello remoto. Il mio gruppo di ricerca – Globis – era più ottimista sulle prospettive di stabilità politica della Russia. In quei mesi si notava che l’azione di Vladimir Putin era molto determinata, al punto da rasentare una strategia violenta e spietata di ricostruzione dell’impero, cioè di un centro politico forte per una Russia che lo aveva perso (Boris Eltsin, infatti, è stato un presidente molto condizionato da un gruppo di “feudatari” – i cosiddetti “oligarchi” – che si erano spartiti i diversi affari e pezzi della Federazione). Ed infatti le elezioni politiche di dicembre e le successive presidenziali di marzo confermarono questa previsione. Ma anche i miei collaboratori non avrebbero scommesso un copeco sulla veloce ripresa economica della Russia. L’illegalità diffusa respingeva gli investimenti dall’estero. Proprio nelle nostre zone è ancora aperta la ferita di decine di imprese venete, lombarde (e marchigiane), in particolare nel settore delle calzature e dell’abbigliamento, costrette a chiudere o messe in crisi da forniture non pagate per operazioni in Russia, soprattutto nel 1997 e 1998. Così come alcuni imprenditori hanno chiuso le loro operazioni a Mosca o San Pietroburgo perché stufi di essere vittime di burocrazie corrotte e di racket, con la complicazione della crisi del rublo di due anni fa. In sintesi, la maggior parte degli scenari presentava l’immagine di una Russia dotata di un enorme potenziale economico futuro, ma che si sarebbe espresso molto tardi perché si riteneva che la politica non sarebbe diventata abbastanza forte da creare quell’ordine interno senza il quale gli affari sono impossibili. In pochi mesi, invece, Putin è riuscito a rovesciare queste sensazioni convincendo il mondo che in Russia la musica stava per cambiare. La situazione economica è migliorata improvvisamente. Per esempio lo Stato finalmente paga  le pensioni e gli stipendi arretrati e assicura l’erogazione dell’energia (fino a poco fa aleatoria). Il rublo ha arrestato la sua caduta e sta stabilizzandosi. Così come l’inflazione. Molto di questo è dovuto all’effetto dei maggiori introiti derivati dall’aumento del prezzo del petrolio. Ma la recente accelerazione della ripresa è dovuta all’effetto “Putin”: per la prima volta dal 1991 è credibile l’ipotesi che possa essere ricostruito lo Stato russo. Ha la forma di un impero centralizzato (per esempio, la creazione di poche regioni strettamente controllate da Mosca per arginare la frammentazione del sistema), ma in quel contesto non sarebbe razionale fare gli schizzinosi o moralisti L’alternativa, infatti, sarebbe il caos. Appunto, la sorpresa è che c’è di nuovo un sistema istituzionale con al centro una politica forte e uno Zar determinatissimo. Che evidentemente ha tutto l’interesse di incentivare gli investimenti di capitali stranieri creando le condizioni di ordine che li attraggano. Ed infatti nella comunità degli affari c’è eccitazione. Con buone ragioni.

I capitali e gli investitori italiani sono certamente tra i più benvenuti in Russia  in quanto l’Italia è stata, fin dai tempi della Guerra fredda, un partner coraggioso e generoso nei confronti di Mosca. Non tanto per i legami con il forte Partito comunista italiano, ma soprattutto per la lungimirante e continua pressione della Chiesa sulla DC – per esempio la politica estera ispirata da Giulio Andreotti - per non isolare la Terza Roma, pur Mosca sede, allora,   di un nemico inquietante.  E non è un caso che Milano sia una delle prime capitali degli affari europee nell’agenda di viaggio di Putin. Ci viene riconosciuto questo legame storico. Che promette un vantaggio politico di fondo per l’insediamento delle nostre imprese. Fatto che esalta due opportunità di prospettiva: (a) la Russia deve (ri)costruire tutto - dalle infrastrutture viarie e comunicative agli ospedali, dai calzaturifici alle aziende di componentistica - e ciò crea un nuovo spazio di mercato per la piccola e media industria italiana, soprattutto del Nordest, specializzata proprio in quelle “tecnologie intermedie” che servono a tale fase di sviluppo della Russia; (b) Putin ha già annunciato che vuole organizzare la nuova economia post-sovietica  e post-anarchia (1991-1999)  a partire da un substrato di picola impresa diffusa. Chi meglio dei nostri imprenditori sa farle ed insediarle su quel territorio, coinvolgendo con efficiacia gli spiriti ancora acerbi del capitalismo locale? In conclusione, è proprio nell’area nordorientale del Paese che più dovremmo salutare con ottimismo la svolta russa. 

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L’annuncio di William J. Clinton, davanti ai deputati della Duma, che gli Stati Uniti appoggeranno l’entrata della Federazione Russa nell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), ha creato sorpresa negli osservatori. Vuol dire che la Russia è accreditata della possibilità di essere parte ordinata del mercato mondiale. Un’ottima sorpresa, per tutti, ma per noi italiani nordorientali particolarmente promettente. Vediamo prima gli aspetti generali e poi il nostro tornaconto potenziale. 

Fino a pochi mesi fa gli scenari sui destini della Russia erano grigi se non neri. Ricordo che in un seminario dedicato a questa area del mondo, nel settembre del 1999, alcuni prestigiosi ricercatori – inglesi, in particolare - prevedevano il collasso della Russia devastata dall’anarchia politica, l’estensione catastrofica della guerra in Cecenia e, soprattutto, l’impossibilità dell’economia russa di riprendersi e decollare non solo nel futuro prossimo, ma anche in quello remoto. Il mio gruppo di ricerca – Globis – era più ottimista sulle prospettive di stabilità politica della Russia. In quei mesi si notava che l’azione di Vladimir Putin era molto determinata, al punto da rasentare una strategia violenta e spietata di ricostruzione dell’impero, cioè di un centro politico forte per una Russia che lo aveva perso (Boris Eltsin, infatti, è stato un presidente molto condizionato da un gruppo di “feudatari” – i cosiddetti “oligarchi” – che si erano spartiti i diversi affari e pezzi della Federazione). Ed infatti le elezioni politiche di dicembre e le successive presidenziali di marzo confermarono questa previsione. Ma anche i miei collaboratori non avrebbero scommesso un copeco sulla veloce ripresa economica della Russia. L’illegalità diffusa respingeva gli investimenti dall’estero. Proprio nelle nostre zone è ancora aperta la ferita di decine di imprese venete, lombarde (e marchigiane), in particolare nel settore delle calzature e dell’abbigliamento, costrette a chiudere o messe in crisi da forniture non pagate per operazioni in Russia, soprattutto nel 1997 e 1998. Così come alcuni imprenditori hanno chiuso le loro operazioni a Mosca o San Pietroburgo perché stufi di essere vittime di burocrazie corrotte e di racket, con la complicazione della crisi del rublo di due anni fa. In sintesi, la maggior parte degli scenari presentava l’immagine di una Russia dotata di un enorme potenziale economico futuro, ma che si sarebbe espresso molto tardi perché si riteneva che la politica non sarebbe diventata abbastanza forte da creare quell’ordine interno senza il quale gli affari sono impossibili. In pochi mesi, invece, Putin è riuscito a rovesciare queste sensazioni convincendo il mondo che in Russia la musica stava per cambiare. La situazione economica è migliorata improvvisamente. Per esempio lo Stato finalmente paga  le pensioni e gli stipendi arretrati e assicura l’erogazione dell’energia (fino a poco fa aleatoria). Il rublo ha arrestato la sua caduta e sta stabilizzandosi. Così come l’inflazione. Molto di questo è dovuto all’effetto dei maggiori introiti derivati dall’aumento del prezzo del petrolio. Ma la recente accelerazione della ripresa è dovuta all’effetto “Putin”: per la prima volta dal 1991 è credibile l’ipotesi che possa essere ricostruito lo Stato russo. Ha la forma di un impero centralizzato (per esempio, la creazione di poche regioni strettamente controllate da Mosca per arginare la frammentazione del sistema), ma in quel contesto non sarebbe razionale fare gli schizzinosi o moralisti L’alternativa, infatti, sarebbe il caos. Appunto, la sorpresa è che c’è di nuovo un sistema istituzionale con al centro una politica forte e uno Zar determinatissimo. Che evidentemente ha tutto l’interesse di incentivare gli investimenti di capitali stranieri creando le condizioni di ordine che li attraggano. Ed infatti nella comunità degli affari c’è eccitazione. Con buone ragioni.

I capitali e gli investitori italiani sono certamente tra i più benvenuti in Russia  in quanto l’Italia è stata, fin dai tempi della Guerra fredda, un partner coraggioso e generoso nei confronti di Mosca. Non tanto per i legami con il forte Partito comunista italiano, ma soprattutto per la lungimirante e continua pressione della Chiesa sulla DC – per esempio la politica estera ispirata da Giulio Andreotti - per non isolare la Terza Roma, pur Mosca sede, allora,   di un nemico inquietante.  E non è un caso che Milano sia una delle prime capitali degli affari europee nell’agenda di viaggio di Putin. Ci viene riconosciuto questo legame storico. Che promette un vantaggio politico di fondo per l’insediamento delle nostre imprese. Fatto che esalta due opportunità di prospettiva: (a) la Russia deve (ri)costruire tutto - dalle infrastrutture viarie e comunicative agli ospedali, dai calzaturifici alle aziende di componentistica - e ciò crea un nuovo spazio di mercato per la piccola e media industria italiana, soprattutto del Nordest, specializzata proprio in quelle “tecnologie intermedie” che servono a tale fase di sviluppo della Russia; (b) Putin ha già annunciato che vuole organizzare la nuova economia post-sovietica  e post-anarchia (1991-1999)  a partire da un substrato di picola impresa diffusa. Chi meglio dei nostri imprenditori sa farle ed insediarle su quel territorio, coinvolgendo con efficiacia gli spiriti ancora acerbi del capitalismo locale? In conclusione, è proprio nell’area nordorientale del Paese che più dovremmo salutare con ottimismo la svolta russa. 

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L’annuncio di William J. Clinton, davanti ai deputati della Duma, che gli Stati Uniti appoggeranno l’entrata della Federazione Russa nell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), ha creato sorpresa negli osservatori. Vuol dire che la Russia è accreditata della possibilità di essere parte ordinata del mercato mondiale. Un’ottima sorpresa, per tutti, ma per noi italiani nordorientali particolarmente promettente. Vediamo prima gli aspetti generali e poi il nostro tornaconto potenziale. 

Fino a pochi mesi fa gli scenari sui destini della Russia erano grigi se non neri. Ricordo che in un seminario dedicato a questa area del mondo, nel settembre del 1999, alcuni prestigiosi ricercatori – inglesi, in particolare - prevedevano il collasso della Russia devastata dall’anarchia politica, l’estensione catastrofica della guerra in Cecenia e, soprattutto, l’impossibilità dell’economia russa di riprendersi e decollare non solo nel futuro prossimo, ma anche in quello remoto. Il mio gruppo di ricerca – Globis – era più ottimista sulle prospettive di stabilità politica della Russia. In quei mesi si notava che l’azione di Vladimir Putin era molto determinata, al punto da rasentare una strategia violenta e spietata di ricostruzione dell’impero, cioè di un centro politico forte per una Russia che lo aveva perso (Boris Eltsin, infatti, è stato un presidente molto condizionato da un gruppo di “feudatari” – i cosiddetti “oligarchi” – che si erano spartiti i diversi affari e pezzi della Federazione). Ed infatti le elezioni politiche di dicembre e le successive presidenziali di marzo confermarono questa previsione. Ma anche i miei collaboratori non avrebbero scommesso un copeco sulla veloce ripresa economica della Russia. L’illegalità diffusa respingeva gli investimenti dall’estero. Proprio nelle nostre zone è ancora aperta la ferita di decine di imprese venete, lombarde (e marchigiane), in particolare nel settore delle calzature e dell’abbigliamento, costrette a chiudere o messe in crisi da forniture non pagate per operazioni in Russia, soprattutto nel 1997 e 1998. Così come alcuni imprenditori hanno chiuso le loro operazioni a Mosca o San Pietroburgo perché stufi di essere vittime di burocrazie corrotte e di racket, con la complicazione della crisi del rublo di due anni fa. In sintesi, la maggior parte degli scenari presentava l’immagine di una Russia dotata di un enorme potenziale economico futuro, ma che si sarebbe espresso molto tardi perché si riteneva che la politica non sarebbe diventata abbastanza forte da creare quell’ordine interno senza il quale gli affari sono impossibili. In pochi mesi, invece, Putin è riuscito a rovesciare queste sensazioni convincendo il mondo che in Russia la musica stava per cambiare. La situazione economica è migliorata improvvisamente. Per esempio lo Stato finalmente paga  le pensioni e gli stipendi arretrati e assicura l’erogazione dell’energia (fino a poco fa aleatoria). Il rublo ha arrestato la sua caduta e sta stabilizzandosi. Così come l’inflazione. Molto di questo è dovuto all’effetto dei maggiori introiti derivati dall’aumento del prezzo del petrolio. Ma la recente accelerazione della ripresa è dovuta all’effetto “Putin”: per la prima volta dal 1991 è credibile l’ipotesi che possa essere ricostruito lo Stato russo. Ha la forma di un impero centralizzato (per esempio, la creazione di poche regioni strettamente controllate da Mosca per arginare la frammentazione del sistema), ma in quel contesto non sarebbe razionale fare gli schizzinosi o moralisti L’alternativa, infatti, sarebbe il caos. Appunto, la sorpresa è che c’è di nuovo un sistema istituzionale con al centro una politica forte e uno Zar determinatissimo. Che evidentemente ha tutto l’interesse di incentivare gli investimenti di capitali stranieri creando le condizioni di ordine che li attraggano. Ed infatti nella comunità degli affari c’è eccitazione. Con buone ragioni.

I capitali e gli investitori italiani sono certamente tra i più benvenuti in Russia  in quanto l’Italia è stata, fin dai tempi della Guerra fredda, un partner coraggioso e generoso nei confronti di Mosca. Non tanto per i legami con il forte Partito comunista italiano, ma soprattutto per la lungimirante e continua pressione della Chiesa sulla DC – per esempio la politica estera ispirata da Giulio Andreotti - per non isolare la Terza Roma, pur Mosca sede, allora,   di un nemico inquietante.  E non è un caso che Milano sia una delle prime capitali degli affari europee nell’agenda di viaggio di Putin. Ci viene riconosciuto questo legame storico. Che promette un vantaggio politico di fondo per l’insediamento delle nostre imprese. Fatto che esalta due opportunità di prospettiva: (a) la Russia deve (ri)costruire tutto - dalle infrastrutture viarie e comunicative agli ospedali, dai calzaturifici alle aziende di componentistica - e ciò crea un nuovo spazio di mercato per la piccola e media industria italiana, soprattutto del Nordest, specializzata proprio in quelle “tecnologie intermedie” che servono a tale fase di sviluppo della Russia; (b) Putin ha già annunciato che vuole organizzare la nuova economia post-sovietica  e post-anarchia (1991-1999)  a partire da un substrato di picola impresa diffusa. Chi meglio dei nostri imprenditori sa farle ed insediarle su quel territorio, coinvolgendo con efficiacia gli spiriti ancora acerbi del capitalismo locale? In conclusione, è proprio nell’area nordorientale del Paese che più dovremmo salutare con ottimismo la svolta russa. 

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2000-6-6

6/6/2000

Nuova Russia: una svolta promettente per l’Italia che investe

La svolta di Putin apre nuovi orizzonti per l’economia italiana

(titolo originale)

L’annuncio di William J. Clinton, davanti ai deputati della Duma, che gli Stati Uniti appoggeranno l’entrata della Federazione Russa nell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), ha creato sorpresa negli osservatori. Vuol dire che la Russia è accreditata della possibilità di essere parte ordinata del mercato mondiale. Un’ottima sorpresa, per tutti, ma per noi italiani nordorientali particolarmente promettente. Vediamo prima gli aspetti generali e poi il nostro tornaconto potenziale. 

Fino a pochi mesi fa gli scenari sui destini della Russia erano grigi se non neri. Ricordo che in un seminario dedicato a questa area del mondo, nel settembre del 1999, alcuni prestigiosi ricercatori – inglesi, in particolare - prevedevano il collasso della Russia devastata dall’anarchia politica, l’estensione catastrofica della guerra in Cecenia e, soprattutto, l’impossibilità dell’economia russa di riprendersi e decollare non solo nel futuro prossimo, ma anche in quello remoto. Il mio gruppo di ricerca – Globis – era più ottimista sulle prospettive di stabilità politica della Russia. In quei mesi si notava che l’azione di Vladimir Putin era molto determinata, al punto da rasentare una strategia violenta e spietata di ricostruzione dell’impero, cioè di un centro politico forte per una Russia che lo aveva perso (Boris Eltsin, infatti, è stato un presidente molto condizionato da un gruppo di “feudatari” – i cosiddetti “oligarchi” – che si erano spartiti i diversi affari e pezzi della Federazione). Ed infatti le elezioni politiche di dicembre e le successive presidenziali di marzo confermarono questa previsione. Ma anche i miei collaboratori non avrebbero scommesso un copeco sulla veloce ripresa economica della Russia. L’illegalità diffusa respingeva gli investimenti dall’estero. Proprio nelle nostre zone è ancora aperta la ferita di decine di imprese venete, lombarde (e marchigiane), in particolare nel settore delle calzature e dell’abbigliamento, costrette a chiudere o messe in crisi da forniture non pagate per operazioni in Russia, soprattutto nel 1997 e 1998. Così come alcuni imprenditori hanno chiuso le loro operazioni a Mosca o San Pietroburgo perché stufi di essere vittime di burocrazie corrotte e di racket, con la complicazione della crisi del rublo di due anni fa. In sintesi, la maggior parte degli scenari presentava l’immagine di una Russia dotata di un enorme potenziale economico futuro, ma che si sarebbe espresso molto tardi perché si riteneva che la politica non sarebbe diventata abbastanza forte da creare quell’ordine interno senza il quale gli affari sono impossibili. In pochi mesi, invece, Putin è riuscito a rovesciare queste sensazioni convincendo il mondo che in Russia la musica stava per cambiare. La situazione economica è migliorata improvvisamente. Per esempio lo Stato finalmente paga  le pensioni e gli stipendi arretrati e assicura l’erogazione dell’energia (fino a poco fa aleatoria). Il rublo ha arrestato la sua caduta e sta stabilizzandosi. Così come l’inflazione. Molto di questo è dovuto all’effetto dei maggiori introiti derivati dall’aumento del prezzo del petrolio. Ma la recente accelerazione della ripresa è dovuta all’effetto “Putin”: per la prima volta dal 1991 è credibile l’ipotesi che possa essere ricostruito lo Stato russo. Ha la forma di un impero centralizzato (per esempio, la creazione di poche regioni strettamente controllate da Mosca per arginare la frammentazione del sistema), ma in quel contesto non sarebbe razionale fare gli schizzinosi o moralisti L’alternativa, infatti, sarebbe il caos. Appunto, la sorpresa è che c’è di nuovo un sistema istituzionale con al centro una politica forte e uno Zar determinatissimo. Che evidentemente ha tutto l’interesse di incentivare gli investimenti di capitali stranieri creando le condizioni di ordine che li attraggano. Ed infatti nella comunità degli affari c’è eccitazione. Con buone ragioni.

I capitali e gli investitori italiani sono certamente tra i più benvenuti in Russia  in quanto l’Italia è stata, fin dai tempi della Guerra fredda, un partner coraggioso e generoso nei confronti di Mosca. Non tanto per i legami con il forte Partito comunista italiano, ma soprattutto per la lungimirante e continua pressione della Chiesa sulla DC – per esempio la politica estera ispirata da Giulio Andreotti - per non isolare la Terza Roma, pur Mosca sede, allora,   di un nemico inquietante.  E non è un caso che Milano sia una delle prime capitali degli affari europee nell’agenda di viaggio di Putin. Ci viene riconosciuto questo legame storico. Che promette un vantaggio politico di fondo per l’insediamento delle nostre imprese. Fatto che esalta due opportunità di prospettiva: (a) la Russia deve (ri)costruire tutto - dalle infrastrutture viarie e comunicative agli ospedali, dai calzaturifici alle aziende di componentistica - e ciò crea un nuovo spazio di mercato per la piccola e media industria italiana, soprattutto del Nordest, specializzata proprio in quelle “tecnologie intermedie” che servono a tale fase di sviluppo della Russia; (b) Putin ha già annunciato che vuole organizzare la nuova economia post-sovietica  e post-anarchia (1991-1999)  a partire da un substrato di picola impresa diffusa. Chi meglio dei nostri imprenditori sa farle ed insediarle su quel territorio, coinvolgendo con efficiacia gli spiriti ancora acerbi del capitalismo locale? In conclusione, è proprio nell’area nordorientale del Paese che più dovremmo salutare con ottimismo la svolta russa. 

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