Non sparate sulla Bce ma sugli eurogoverni

(titolo originale)

Eurodissea. La Banca centrale europea non ha rialzato il tasso di riferimento che resta al 3,75%. Il giorno prima l’euro aveva compiuto un rimbalzo, puntando a tornare sopra quota “90” (centesimi di dollaro per un euro, equivalenti a più di 2150 lire per un biglietto verde) perché una parte del mercato aveva scommesso che la Bce si fosse decisa a fare qualcosa per difendere il cambio. La delusione ha fatto ripiombare l’euro attorno ai suoi valori minimi. Qualcuno comincia a prendersela con la Bce. Ma, se vogliamo essere onesti, questa non poteva fare niente di diverso. Vediamo perché.

Per sostenere il valore di cambio la Bce  ha due strumenti principali: (a) vendere le sue riserve in dollari e comprare euro; (b) alzare i tassi in modo tale da ridurre la differenza (spread) tra il rendimento dei titoli in dollari (dove il tasso di riferimento è al 6%, atteso il rialzo) e quelli in euro, a favore di una maggiore concorrenzialità dei secondi e conseguente riflusso dei capitali su di essi.

 La prima mossa, al momento, non servirebbe a niente e sarebbe certamente controproducente, per  i seguenti motivi. La Bce non ha ancora la piena disponibilità delle pur enormi riserve valutarie che giacciono nelle diverse banche centrali nazionali, pur avendo ottenuto il raddoppio delle dotazioni lunedì scorso. Soprattutto, se la Bce cominciasse ad  intervenire a sostegno del cambio il mercato la sfiderebbe in un gioco speculativo al ribasso. E il secondo vincerebbe. La Bce potrebbe avere successo solo se il suo intervento fosse sostenuto dalla Banca centrale americana (Fed). Ma gli americani hanno fatto capire che non intendono partecipare a tali azioni di regolazione artificiale dei cambi. E, comunque, il mercato finanziario può muovere cento volte più denari che non tutte le banche centrali messe insieme. Quindi la Bce ha fatto benissimo a non tentare un’azione che l’avrebbe vista soccombere, farsi mangiare le riserve in pochi giorni e mettersi in ginocchio a pregare il resto del mondo per salvare l’euro da una crisi più profonda di quella che c’è. Il punto è che l’euro è vittima di una vera e propria crisi di fiducia strutturale. Fino a che questa non si inverte non c’è alcun modo di rafforzare il cambio con azioni contingenti e limitate.

Sul piano dei tassi la Bce è presa da un dilemma. Da una parte la previsione dei prezzi del petrolio per il prossimo futuro lascia sperare che ci sarà meno inflazione importata. Dall’altra, il cambio dell’euro così basso nei confronti del dollaro (in cui è fatto il prezzo del greggio) riapre tale rischio sul lato valutario. E, infatti, Wim Duisenberg, presidente della Bce, ha detto ieri chiaro e tondo che è preoccupato di questo scenario. Dovrà alzare i tassi nel prossimo futuro. Ma il farlo rischia di compromettere la fase iniziale della crescita europea in atto. Germania ed Italia, in particolare, che insieme fanno più del 50% del Pil dell’intera eurozona, stanno crescendo solo grazie all’export sostenuto dall’euro bassisimo. Sono depresse, invece, sul piano dei consumi e degli investimenti interni perché i loro sistemi economici sono ingessati dallo statalismo. E’ un’equazione complicatissima da risolvere. La Bce ha scelto, probabilmente, di ritardare il più possibile il rialzo dei tassi per lasciare che la crescita trainata dall’esterno ricrei un clima di fiducia sull’economia europea, tedesca in particolare, in modo tale che la crescita possa continuare anche in caso di un rafforzamento del cambio. Non è che sia un gran scelta. Ma cosa altro può fare? Niente, in queste condizioni.

Il punto, infatti, è che l’euro è debole non tanto perché la Bce non sappia fare il proprio mestiere, ma perché il mercato non crede ancora che i governi principali dell’eurozona sappiano rendere duratura la crescita dell’economia. Quella che è in atto, infatti, dipende da fattori esogeni (ripresa mondiale combinata con la svalutazione competitiva dell’euro) e non endogeni, cioè riforme di liberalizzazione dei mercati e di riduzione dei costi improduttivi statali, ovvero delle tasse che li finanziano. In sintesi, il mercato aspetta un segnale di disgelo politico (tagli fiscali, liberalizzazione del mercato del lavoro) prima di puntare su una crescita duratura in Europa. Inoltre vuole un segnale che nel futuro ci sarà un qualche nucleo di governo unico europeo che faccia da riferimento politico alla Bce. Fino a che questi segnali non arriveranno, l’euro non potrà riprendersi e gli investimenti non resteranno né  arriveranno in Europa. Certo, una crisi del dollaro ha la capacità di far riprendere all’euro tutto quel 25% di valore di cambio che ha perso dal gennaio del 1999. Ma, poi, al successivo rimbalzo dell’economia americana, la caduta dell’euro si ripeterebbe.

In conclusione, la responsabilità dell’euro debole che fa fuiggire i capitali dall’eurozona e che ci espone all’inflazione importata è fondamentalmente politica. La Bce, poverina, non può fare nulla. Questo chiarisce quale sia il problema e dove stia la soluzione. Quindi non sparate sulla Bce, ma sugli eurogoverni  che non vogliono né liberalizzare il mercato europeo né proseguire sulla vera integrazione europea. Cercasi euroulisse.

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Eurodissea. La Banca centrale europea non ha rialzato il tasso di riferimento che resta al 3,75%. Il giorno prima l’euro aveva compiuto un rimbalzo, puntando a tornare sopra quota “90” (centesimi di dollaro per un euro, equivalenti a più di 2150 lire per un biglietto verde) perché una parte del mercato aveva scommesso che la Bce si fosse decisa a fare qualcosa per difendere il cambio. La delusione ha fatto ripiombare l’euro attorno ai suoi valori minimi. Qualcuno comincia a prendersela con la Bce. Ma, se vogliamo essere onesti, questa non poteva fare niente di diverso. Vediamo perché.

Per sostenere il valore di cambio la Bce  ha due strumenti principali: (a) vendere le sue riserve in dollari e comprare euro; (b) alzare i tassi in modo tale da ridurre la differenza (spread) tra il rendimento dei titoli in dollari (dove il tasso di riferimento è al 6%, atteso il rialzo) e quelli in euro, a favore di una maggiore concorrenzialità dei secondi e conseguente riflusso dei capitali su di essi.

 La prima mossa, al momento, non servirebbe a niente e sarebbe certamente controproducente, per  i seguenti motivi. La Bce non ha ancora la piena disponibilità delle pur enormi riserve valutarie che giacciono nelle diverse banche centrali nazionali, pur avendo ottenuto il raddoppio delle dotazioni lunedì scorso. Soprattutto, se la Bce cominciasse ad  intervenire a sostegno del cambio il mercato la sfiderebbe in un gioco speculativo al ribasso. E il secondo vincerebbe. La Bce potrebbe avere successo solo se il suo intervento fosse sostenuto dalla Banca centrale americana (Fed). Ma gli americani hanno fatto capire che non intendono partecipare a tali azioni di regolazione artificiale dei cambi. E, comunque, il mercato finanziario può muovere cento volte più denari che non tutte le banche centrali messe insieme. Quindi la Bce ha fatto benissimo a non tentare un’azione che l’avrebbe vista soccombere, farsi mangiare le riserve in pochi giorni e mettersi in ginocchio a pregare il resto del mondo per salvare l’euro da una crisi più profonda di quella che c’è. Il punto è che l’euro è vittima di una vera e propria crisi di fiducia strutturale. Fino a che questa non si inverte non c’è alcun modo di rafforzare il cambio con azioni contingenti e limitate.

Sul piano dei tassi la Bce è presa da un dilemma. Da una parte la previsione dei prezzi del petrolio per il prossimo futuro lascia sperare che ci sarà meno inflazione importata. Dall’altra, il cambio dell’euro così basso nei confronti del dollaro (in cui è fatto il prezzo del greggio) riapre tale rischio sul lato valutario. E, infatti, Wim Duisenberg, presidente della Bce, ha detto ieri chiaro e tondo che è preoccupato di questo scenario. Dovrà alzare i tassi nel prossimo futuro. Ma il farlo rischia di compromettere la fase iniziale della crescita europea in atto. Germania ed Italia, in particolare, che insieme fanno più del 50% del Pil dell’intera eurozona, stanno crescendo solo grazie all’export sostenuto dall’euro bassisimo. Sono depresse, invece, sul piano dei consumi e degli investimenti interni perché i loro sistemi economici sono ingessati dallo statalismo. E’ un’equazione complicatissima da risolvere. La Bce ha scelto, probabilmente, di ritardare il più possibile il rialzo dei tassi per lasciare che la crescita trainata dall’esterno ricrei un clima di fiducia sull’economia europea, tedesca in particolare, in modo tale che la crescita possa continuare anche in caso di un rafforzamento del cambio. Non è che sia un gran scelta. Ma cosa altro può fare? Niente, in queste condizioni.

Il punto, infatti, è che l’euro è debole non tanto perché la Bce non sappia fare il proprio mestiere, ma perché il mercato non crede ancora che i governi principali dell’eurozona sappiano rendere duratura la crescita dell’economia. Quella che è in atto, infatti, dipende da fattori esogeni (ripresa mondiale combinata con la svalutazione competitiva dell’euro) e non endogeni, cioè riforme di liberalizzazione dei mercati e di riduzione dei costi improduttivi statali, ovvero delle tasse che li finanziano. In sintesi, il mercato aspetta un segnale di disgelo politico (tagli fiscali, liberalizzazione del mercato del lavoro) prima di puntare su una crescita duratura in Europa. Inoltre vuole un segnale che nel futuro ci sarà un qualche nucleo di governo unico europeo che faccia da riferimento politico alla Bce. Fino a che questi segnali non arriveranno, l’euro non potrà riprendersi e gli investimenti non resteranno né  arriveranno in Europa. Certo, una crisi del dollaro ha la capacità di far riprendere all’euro tutto quel 25% di valore di cambio che ha perso dal gennaio del 1999. Ma, poi, al successivo rimbalzo dell’economia americana, la caduta dell’euro si ripeterebbe.

In conclusione, la responsabilità dell’euro debole che fa fuiggire i capitali dall’eurozona e che ci espone all’inflazione importata è fondamentalmente politica. La Bce, poverina, non può fare nulla. Questo chiarisce quale sia il problema e dove stia la soluzione. Quindi non sparate sulla Bce, ma sugli eurogoverni  che non vogliono né liberalizzare il mercato europeo né proseguire sulla vera integrazione europea. Cercasi euroulisse.

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Eurodissea. La Banca centrale europea non ha rialzato il tasso di riferimento che resta al 3,75%. Il giorno prima l’euro aveva compiuto un rimbalzo, puntando a tornare sopra quota “90” (centesimi di dollaro per un euro, equivalenti a più di 2150 lire per un biglietto verde) perché una parte del mercato aveva scommesso che la Bce si fosse decisa a fare qualcosa per difendere il cambio. La delusione ha fatto ripiombare l’euro attorno ai suoi valori minimi. Qualcuno comincia a prendersela con la Bce. Ma, se vogliamo essere onesti, questa non poteva fare niente di diverso. Vediamo perché.

Per sostenere il valore di cambio la Bce  ha due strumenti principali: (a) vendere le sue riserve in dollari e comprare euro; (b) alzare i tassi in modo tale da ridurre la differenza (spread) tra il rendimento dei titoli in dollari (dove il tasso di riferimento è al 6%, atteso il rialzo) e quelli in euro, a favore di una maggiore concorrenzialità dei secondi e conseguente riflusso dei capitali su di essi.

 La prima mossa, al momento, non servirebbe a niente e sarebbe certamente controproducente, per  i seguenti motivi. La Bce non ha ancora la piena disponibilità delle pur enormi riserve valutarie che giacciono nelle diverse banche centrali nazionali, pur avendo ottenuto il raddoppio delle dotazioni lunedì scorso. Soprattutto, se la Bce cominciasse ad  intervenire a sostegno del cambio il mercato la sfiderebbe in un gioco speculativo al ribasso. E il secondo vincerebbe. La Bce potrebbe avere successo solo se il suo intervento fosse sostenuto dalla Banca centrale americana (Fed). Ma gli americani hanno fatto capire che non intendono partecipare a tali azioni di regolazione artificiale dei cambi. E, comunque, il mercato finanziario può muovere cento volte più denari che non tutte le banche centrali messe insieme. Quindi la Bce ha fatto benissimo a non tentare un’azione che l’avrebbe vista soccombere, farsi mangiare le riserve in pochi giorni e mettersi in ginocchio a pregare il resto del mondo per salvare l’euro da una crisi più profonda di quella che c’è. Il punto è che l’euro è vittima di una vera e propria crisi di fiducia strutturale. Fino a che questa non si inverte non c’è alcun modo di rafforzare il cambio con azioni contingenti e limitate.

Sul piano dei tassi la Bce è presa da un dilemma. Da una parte la previsione dei prezzi del petrolio per il prossimo futuro lascia sperare che ci sarà meno inflazione importata. Dall’altra, il cambio dell’euro così basso nei confronti del dollaro (in cui è fatto il prezzo del greggio) riapre tale rischio sul lato valutario. E, infatti, Wim Duisenberg, presidente della Bce, ha detto ieri chiaro e tondo che è preoccupato di questo scenario. Dovrà alzare i tassi nel prossimo futuro. Ma il farlo rischia di compromettere la fase iniziale della crescita europea in atto. Germania ed Italia, in particolare, che insieme fanno più del 50% del Pil dell’intera eurozona, stanno crescendo solo grazie all’export sostenuto dall’euro bassisimo. Sono depresse, invece, sul piano dei consumi e degli investimenti interni perché i loro sistemi economici sono ingessati dallo statalismo. E’ un’equazione complicatissima da risolvere. La Bce ha scelto, probabilmente, di ritardare il più possibile il rialzo dei tassi per lasciare che la crescita trainata dall’esterno ricrei un clima di fiducia sull’economia europea, tedesca in particolare, in modo tale che la crescita possa continuare anche in caso di un rafforzamento del cambio. Non è che sia un gran scelta. Ma cosa altro può fare? Niente, in queste condizioni.

Il punto, infatti, è che l’euro è debole non tanto perché la Bce non sappia fare il proprio mestiere, ma perché il mercato non crede ancora che i governi principali dell’eurozona sappiano rendere duratura la crescita dell’economia. Quella che è in atto, infatti, dipende da fattori esogeni (ripresa mondiale combinata con la svalutazione competitiva dell’euro) e non endogeni, cioè riforme di liberalizzazione dei mercati e di riduzione dei costi improduttivi statali, ovvero delle tasse che li finanziano. In sintesi, il mercato aspetta un segnale di disgelo politico (tagli fiscali, liberalizzazione del mercato del lavoro) prima di puntare su una crescita duratura in Europa. Inoltre vuole un segnale che nel futuro ci sarà un qualche nucleo di governo unico europeo che faccia da riferimento politico alla Bce. Fino a che questi segnali non arriveranno, l’euro non potrà riprendersi e gli investimenti non resteranno né  arriveranno in Europa. Certo, una crisi del dollaro ha la capacità di far riprendere all’euro tutto quel 25% di valore di cambio che ha perso dal gennaio del 1999. Ma, poi, al successivo rimbalzo dell’economia americana, la caduta dell’euro si ripeterebbe.

In conclusione, la responsabilità dell’euro debole che fa fuiggire i capitali dall’eurozona e che ci espone all’inflazione importata è fondamentalmente politica. La Bce, poverina, non può fare nulla. Questo chiarisce quale sia il problema e dove stia la soluzione. Quindi non sparate sulla Bce, ma sugli eurogoverni  che non vogliono né liberalizzare il mercato europeo né proseguire sulla vera integrazione europea. Cercasi euroulisse.

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L' Arena

2000-5-12

12/5/2000

Ma non è finita l’ ”Eurodissea”

Non sparate sulla Bce ma sugli eurogoverni

(titolo originale)

Eurodissea. La Banca centrale europea non ha rialzato il tasso di riferimento che resta al 3,75%. Il giorno prima l’euro aveva compiuto un rimbalzo, puntando a tornare sopra quota “90” (centesimi di dollaro per un euro, equivalenti a più di 2150 lire per un biglietto verde) perché una parte del mercato aveva scommesso che la Bce si fosse decisa a fare qualcosa per difendere il cambio. La delusione ha fatto ripiombare l’euro attorno ai suoi valori minimi. Qualcuno comincia a prendersela con la Bce. Ma, se vogliamo essere onesti, questa non poteva fare niente di diverso. Vediamo perché.

Per sostenere il valore di cambio la Bce  ha due strumenti principali: (a) vendere le sue riserve in dollari e comprare euro; (b) alzare i tassi in modo tale da ridurre la differenza (spread) tra il rendimento dei titoli in dollari (dove il tasso di riferimento è al 6%, atteso il rialzo) e quelli in euro, a favore di una maggiore concorrenzialità dei secondi e conseguente riflusso dei capitali su di essi.

 La prima mossa, al momento, non servirebbe a niente e sarebbe certamente controproducente, per  i seguenti motivi. La Bce non ha ancora la piena disponibilità delle pur enormi riserve valutarie che giacciono nelle diverse banche centrali nazionali, pur avendo ottenuto il raddoppio delle dotazioni lunedì scorso. Soprattutto, se la Bce cominciasse ad  intervenire a sostegno del cambio il mercato la sfiderebbe in un gioco speculativo al ribasso. E il secondo vincerebbe. La Bce potrebbe avere successo solo se il suo intervento fosse sostenuto dalla Banca centrale americana (Fed). Ma gli americani hanno fatto capire che non intendono partecipare a tali azioni di regolazione artificiale dei cambi. E, comunque, il mercato finanziario può muovere cento volte più denari che non tutte le banche centrali messe insieme. Quindi la Bce ha fatto benissimo a non tentare un’azione che l’avrebbe vista soccombere, farsi mangiare le riserve in pochi giorni e mettersi in ginocchio a pregare il resto del mondo per salvare l’euro da una crisi più profonda di quella che c’è. Il punto è che l’euro è vittima di una vera e propria crisi di fiducia strutturale. Fino a che questa non si inverte non c’è alcun modo di rafforzare il cambio con azioni contingenti e limitate.

Sul piano dei tassi la Bce è presa da un dilemma. Da una parte la previsione dei prezzi del petrolio per il prossimo futuro lascia sperare che ci sarà meno inflazione importata. Dall’altra, il cambio dell’euro così basso nei confronti del dollaro (in cui è fatto il prezzo del greggio) riapre tale rischio sul lato valutario. E, infatti, Wim Duisenberg, presidente della Bce, ha detto ieri chiaro e tondo che è preoccupato di questo scenario. Dovrà alzare i tassi nel prossimo futuro. Ma il farlo rischia di compromettere la fase iniziale della crescita europea in atto. Germania ed Italia, in particolare, che insieme fanno più del 50% del Pil dell’intera eurozona, stanno crescendo solo grazie all’export sostenuto dall’euro bassisimo. Sono depresse, invece, sul piano dei consumi e degli investimenti interni perché i loro sistemi economici sono ingessati dallo statalismo. E’ un’equazione complicatissima da risolvere. La Bce ha scelto, probabilmente, di ritardare il più possibile il rialzo dei tassi per lasciare che la crescita trainata dall’esterno ricrei un clima di fiducia sull’economia europea, tedesca in particolare, in modo tale che la crescita possa continuare anche in caso di un rafforzamento del cambio. Non è che sia un gran scelta. Ma cosa altro può fare? Niente, in queste condizioni.

Il punto, infatti, è che l’euro è debole non tanto perché la Bce non sappia fare il proprio mestiere, ma perché il mercato non crede ancora che i governi principali dell’eurozona sappiano rendere duratura la crescita dell’economia. Quella che è in atto, infatti, dipende da fattori esogeni (ripresa mondiale combinata con la svalutazione competitiva dell’euro) e non endogeni, cioè riforme di liberalizzazione dei mercati e di riduzione dei costi improduttivi statali, ovvero delle tasse che li finanziano. In sintesi, il mercato aspetta un segnale di disgelo politico (tagli fiscali, liberalizzazione del mercato del lavoro) prima di puntare su una crescita duratura in Europa. Inoltre vuole un segnale che nel futuro ci sarà un qualche nucleo di governo unico europeo che faccia da riferimento politico alla Bce. Fino a che questi segnali non arriveranno, l’euro non potrà riprendersi e gli investimenti non resteranno né  arriveranno in Europa. Certo, una crisi del dollaro ha la capacità di far riprendere all’euro tutto quel 25% di valore di cambio che ha perso dal gennaio del 1999. Ma, poi, al successivo rimbalzo dell’economia americana, la caduta dell’euro si ripeterebbe.

In conclusione, la responsabilità dell’euro debole che fa fuiggire i capitali dall’eurozona e che ci espone all’inflazione importata è fondamentalmente politica. La Bce, poverina, non può fare nulla. Questo chiarisce quale sia il problema e dove stia la soluzione. Quindi non sparate sulla Bce, ma sugli eurogoverni  che non vogliono né liberalizzare il mercato europeo né proseguire sulla vera integrazione europea. Cercasi euroulisse.

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