I rischi di un anno elettorale con la sinistra al governo

(titolo originale)

Se non succede qualcosa prima, la campagna elettorale sarà continua fino alla primavera del 2001, data formale per le prossime elezioni politiche. E’ quindi un buon momento per chiedersi se la sinistra al potere riuscirà a governare separando gli interessi oggettivi del paese da quelli elettorali. Ovviamente dobbiamo dare per scontato che il governo cercherà di tirare l’acqua al proprio mulino. Non ci scandalizziamo, fa parte delle regole del gioco, avviene in ogni democrazia. Ma quello che preoccupa un numero crescente di osservatori – non necessariamente schierati – è la possibilità che la ricerca del consenso da parte della sinistra vada oltre misura e crei pesanti danni economici. Tale pessimismo ipotetico non si basa su considerazioni faziose. Nasce dall’osservazione fattuale che l’Italia non è per nulla diventata un “paese normale”. Per esempio, la legge sulla “par condicio” è un evidente atto di compressione della libertà generale di informazione per favorire la sinistra. Questa, infatti, contiene ancora in quantità prevalente stili politici massimalisti dove l’interesse di parte prevale su qualsiasi considerazione istituzionale e di interesse generale. Vediamo i rischi principali.

 La preoccupazione maggiore è che il governo di sinistra lanci una serie di programmi assistenziali, utili a finanziare il consenso – particolarmente nel meridione, ma non solo – sebbene devastanti per l’equilibrio del bilancio dello Stato. Già nel 1999 la spesa “sociale” (indirizzata con modi a me parsi notevolmente opachi e solo in minima parte a chi ne aveva veramente bisogno) è aumentata di ben oltre il 4%. Un’altra impennata nel 2000 lascerebbe al governo successivo una massa di spesa pubblica già approvata che sarebbe difficile cancellare successivamente, traducendosi in un danno prolungato. Tale ipotesi negativa, poi, ha un impatto sia sul piano fiscale sia su quello della trasparenza dei conti pubblici e, non ultimo, sull’inflazione. L’aumento di spesa non favorirà certo riduzioni dei carichi fiscali diretti ed indiretti. Potrebbe succedere, poi, che una parte degli impegni assistenziali venga scaricata sui bilanci successivi per far apparire più leggero e “cosmetico” quello dell’anno in corso. Già il governo Prodi usò abbondantemente trucchi contabili per far apparire l’Italia nominalmente  risanata e pronta  per l’euro. E proprio nel 2000 e nel 2001 verranno al pettine spese nascoste precedentemente. Un ulteriore peso di spesa elettorale renderebbe più drammatico socialmente il successivo e necessario risanamento reale. Ma, oltre a questo, l’aumento della spesa “politica” tende a far aumentare l’inflazione. Cosa che piace ad un governo, se irresponsabile, impegnato a dimostrare di avere un benefico effetto sull’economia. L’inflazione, infatti, è in grado di drogare i dati di crescita del Pil aumentandone l’entità artificialmente. Anche perché gli indicatori statistici ufficiali (in tutta l’eurozona, per altro) appaiono tarati per cogliere meno inflazione possibile, discostandosi tendenzialmente per difetto dalla realtà. Così, per un breve periodo, una crescita finta e drogata può apparire ed essere propagandata come reale. In sintesi, il rischio di danni strutturali macroeconomici è notevole.

Se quanto detto sopra resta un’ipotesi, tuttavia sembra certo il danno che verrà dal non attuare riforme che sono urgentissime. Non è pensabile, infatti, che in un anno elettorale un governo di sinistra prenda misure contrarie al volere dei sindacati che ne sono la fabbrica principale dei voti. Quindi, oltre a non ridurre le tasse, non si faranno le seguenti riforme: flessibilità del mercato lavoro, eliminazione dei favoritismi pensionistici, liberalizzazione dei fondi pensione e riduzione delle componenti parassitarie e degli sprechi nell’amministrazione pubblica. Così l’Italia perderà un altro anno e resterà meno competitiva (sul piano della concorrenzialità industriale e dell’attrazione dei capitali di investimento) nei confronti del mondo che la circonda e che sta correndo verso la modernizzazione.

 Tralascio, poi, il rischio che la sinistra, qualora calcolasse di perdere, usi gli ultimi giorni di potere per favorire i business amici. Abbiamo ancora nella memoria una licenza per la telefonia mobile rilasciata in extremis da un governo di centrosinistra nei primi anni ’90 e, più recentemente, una privatizzazione della Telecom pressoché regalata a soggetti che poi non seppero gestirla e si fecero scalare facilmente da altri, guarda caso, molto in sintonia con l’attuale governo. Non posso essere più preciso per evitare guai legali. Ma è mia opinione che possano avvenire ancora tante distorsioni del mercato, con effetti negativi prolungati.

 Forse sono troppo pessimista. Ma, francamente, mi sentirei più rassicurato per l’interesse generale dell’Italia se, a questo punto e considerando anche che l’attuale primo ministro non gode della legittimità popolare, le elezioni fossero anticipate il prima possibile.     

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Se non succede qualcosa prima, la campagna elettorale sarà continua fino alla primavera del 2001, data formale per le prossime elezioni politiche. E’ quindi un buon momento per chiedersi se la sinistra al potere riuscirà a governare separando gli interessi oggettivi del paese da quelli elettorali. Ovviamente dobbiamo dare per scontato che il governo cercherà di tirare l’acqua al proprio mulino. Non ci scandalizziamo, fa parte delle regole del gioco, avviene in ogni democrazia. Ma quello che preoccupa un numero crescente di osservatori – non necessariamente schierati – è la possibilità che la ricerca del consenso da parte della sinistra vada oltre misura e crei pesanti danni economici. Tale pessimismo ipotetico non si basa su considerazioni faziose. Nasce dall’osservazione fattuale che l’Italia non è per nulla diventata un “paese normale”. Per esempio, la legge sulla “par condicio” è un evidente atto di compressione della libertà generale di informazione per favorire la sinistra. Questa, infatti, contiene ancora in quantità prevalente stili politici massimalisti dove l’interesse di parte prevale su qualsiasi considerazione istituzionale e di interesse generale. Vediamo i rischi principali.

 La preoccupazione maggiore è che il governo di sinistra lanci una serie di programmi assistenziali, utili a finanziare il consenso – particolarmente nel meridione, ma non solo – sebbene devastanti per l’equilibrio del bilancio dello Stato. Già nel 1999 la spesa “sociale” (indirizzata con modi a me parsi notevolmente opachi e solo in minima parte a chi ne aveva veramente bisogno) è aumentata di ben oltre il 4%. Un’altra impennata nel 2000 lascerebbe al governo successivo una massa di spesa pubblica già approvata che sarebbe difficile cancellare successivamente, traducendosi in un danno prolungato. Tale ipotesi negativa, poi, ha un impatto sia sul piano fiscale sia su quello della trasparenza dei conti pubblici e, non ultimo, sull’inflazione. L’aumento di spesa non favorirà certo riduzioni dei carichi fiscali diretti ed indiretti. Potrebbe succedere, poi, che una parte degli impegni assistenziali venga scaricata sui bilanci successivi per far apparire più leggero e “cosmetico” quello dell’anno in corso. Già il governo Prodi usò abbondantemente trucchi contabili per far apparire l’Italia nominalmente  risanata e pronta  per l’euro. E proprio nel 2000 e nel 2001 verranno al pettine spese nascoste precedentemente. Un ulteriore peso di spesa elettorale renderebbe più drammatico socialmente il successivo e necessario risanamento reale. Ma, oltre a questo, l’aumento della spesa “politica” tende a far aumentare l’inflazione. Cosa che piace ad un governo, se irresponsabile, impegnato a dimostrare di avere un benefico effetto sull’economia. L’inflazione, infatti, è in grado di drogare i dati di crescita del Pil aumentandone l’entità artificialmente. Anche perché gli indicatori statistici ufficiali (in tutta l’eurozona, per altro) appaiono tarati per cogliere meno inflazione possibile, discostandosi tendenzialmente per difetto dalla realtà. Così, per un breve periodo, una crescita finta e drogata può apparire ed essere propagandata come reale. In sintesi, il rischio di danni strutturali macroeconomici è notevole.

Se quanto detto sopra resta un’ipotesi, tuttavia sembra certo il danno che verrà dal non attuare riforme che sono urgentissime. Non è pensabile, infatti, che in un anno elettorale un governo di sinistra prenda misure contrarie al volere dei sindacati che ne sono la fabbrica principale dei voti. Quindi, oltre a non ridurre le tasse, non si faranno le seguenti riforme: flessibilità del mercato lavoro, eliminazione dei favoritismi pensionistici, liberalizzazione dei fondi pensione e riduzione delle componenti parassitarie e degli sprechi nell’amministrazione pubblica. Così l’Italia perderà un altro anno e resterà meno competitiva (sul piano della concorrenzialità industriale e dell’attrazione dei capitali di investimento) nei confronti del mondo che la circonda e che sta correndo verso la modernizzazione.

 Tralascio, poi, il rischio che la sinistra, qualora calcolasse di perdere, usi gli ultimi giorni di potere per favorire i business amici. Abbiamo ancora nella memoria una licenza per la telefonia mobile rilasciata in extremis da un governo di centrosinistra nei primi anni ’90 e, più recentemente, una privatizzazione della Telecom pressoché regalata a soggetti che poi non seppero gestirla e si fecero scalare facilmente da altri, guarda caso, molto in sintonia con l’attuale governo. Non posso essere più preciso per evitare guai legali. Ma è mia opinione che possano avvenire ancora tante distorsioni del mercato, con effetti negativi prolungati.

 Forse sono troppo pessimista. Ma, francamente, mi sentirei più rassicurato per l’interesse generale dell’Italia se, a questo punto e considerando anche che l’attuale primo ministro non gode della legittimità popolare, le elezioni fossero anticipate il prima possibile.     

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Se non succede qualcosa prima, la campagna elettorale sarà continua fino alla primavera del 2001, data formale per le prossime elezioni politiche. E’ quindi un buon momento per chiedersi se la sinistra al potere riuscirà a governare separando gli interessi oggettivi del paese da quelli elettorali. Ovviamente dobbiamo dare per scontato che il governo cercherà di tirare l’acqua al proprio mulino. Non ci scandalizziamo, fa parte delle regole del gioco, avviene in ogni democrazia. Ma quello che preoccupa un numero crescente di osservatori – non necessariamente schierati – è la possibilità che la ricerca del consenso da parte della sinistra vada oltre misura e crei pesanti danni economici. Tale pessimismo ipotetico non si basa su considerazioni faziose. Nasce dall’osservazione fattuale che l’Italia non è per nulla diventata un “paese normale”. Per esempio, la legge sulla “par condicio” è un evidente atto di compressione della libertà generale di informazione per favorire la sinistra. Questa, infatti, contiene ancora in quantità prevalente stili politici massimalisti dove l’interesse di parte prevale su qualsiasi considerazione istituzionale e di interesse generale. Vediamo i rischi principali.

 La preoccupazione maggiore è che il governo di sinistra lanci una serie di programmi assistenziali, utili a finanziare il consenso – particolarmente nel meridione, ma non solo – sebbene devastanti per l’equilibrio del bilancio dello Stato. Già nel 1999 la spesa “sociale” (indirizzata con modi a me parsi notevolmente opachi e solo in minima parte a chi ne aveva veramente bisogno) è aumentata di ben oltre il 4%. Un’altra impennata nel 2000 lascerebbe al governo successivo una massa di spesa pubblica già approvata che sarebbe difficile cancellare successivamente, traducendosi in un danno prolungato. Tale ipotesi negativa, poi, ha un impatto sia sul piano fiscale sia su quello della trasparenza dei conti pubblici e, non ultimo, sull’inflazione. L’aumento di spesa non favorirà certo riduzioni dei carichi fiscali diretti ed indiretti. Potrebbe succedere, poi, che una parte degli impegni assistenziali venga scaricata sui bilanci successivi per far apparire più leggero e “cosmetico” quello dell’anno in corso. Già il governo Prodi usò abbondantemente trucchi contabili per far apparire l’Italia nominalmente  risanata e pronta  per l’euro. E proprio nel 2000 e nel 2001 verranno al pettine spese nascoste precedentemente. Un ulteriore peso di spesa elettorale renderebbe più drammatico socialmente il successivo e necessario risanamento reale. Ma, oltre a questo, l’aumento della spesa “politica” tende a far aumentare l’inflazione. Cosa che piace ad un governo, se irresponsabile, impegnato a dimostrare di avere un benefico effetto sull’economia. L’inflazione, infatti, è in grado di drogare i dati di crescita del Pil aumentandone l’entità artificialmente. Anche perché gli indicatori statistici ufficiali (in tutta l’eurozona, per altro) appaiono tarati per cogliere meno inflazione possibile, discostandosi tendenzialmente per difetto dalla realtà. Così, per un breve periodo, una crescita finta e drogata può apparire ed essere propagandata come reale. In sintesi, il rischio di danni strutturali macroeconomici è notevole.

Se quanto detto sopra resta un’ipotesi, tuttavia sembra certo il danno che verrà dal non attuare riforme che sono urgentissime. Non è pensabile, infatti, che in un anno elettorale un governo di sinistra prenda misure contrarie al volere dei sindacati che ne sono la fabbrica principale dei voti. Quindi, oltre a non ridurre le tasse, non si faranno le seguenti riforme: flessibilità del mercato lavoro, eliminazione dei favoritismi pensionistici, liberalizzazione dei fondi pensione e riduzione delle componenti parassitarie e degli sprechi nell’amministrazione pubblica. Così l’Italia perderà un altro anno e resterà meno competitiva (sul piano della concorrenzialità industriale e dell’attrazione dei capitali di investimento) nei confronti del mondo che la circonda e che sta correndo verso la modernizzazione.

 Tralascio, poi, il rischio che la sinistra, qualora calcolasse di perdere, usi gli ultimi giorni di potere per favorire i business amici. Abbiamo ancora nella memoria una licenza per la telefonia mobile rilasciata in extremis da un governo di centrosinistra nei primi anni ’90 e, più recentemente, una privatizzazione della Telecom pressoché regalata a soggetti che poi non seppero gestirla e si fecero scalare facilmente da altri, guarda caso, molto in sintonia con l’attuale governo. Non posso essere più preciso per evitare guai legali. Ma è mia opinione che possano avvenire ancora tante distorsioni del mercato, con effetti negativi prolungati.

 Forse sono troppo pessimista. Ma, francamente, mi sentirei più rassicurato per l’interesse generale dell’Italia se, a questo punto e considerando anche che l’attuale primo ministro non gode della legittimità popolare, le elezioni fossero anticipate il prima possibile.     

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2000-4-12

12/4/2000

La Sinistra e i rischi di un anno “elettorale”

I rischi di un anno elettorale con la sinistra al governo

(titolo originale)

Se non succede qualcosa prima, la campagna elettorale sarà continua fino alla primavera del 2001, data formale per le prossime elezioni politiche. E’ quindi un buon momento per chiedersi se la sinistra al potere riuscirà a governare separando gli interessi oggettivi del paese da quelli elettorali. Ovviamente dobbiamo dare per scontato che il governo cercherà di tirare l’acqua al proprio mulino. Non ci scandalizziamo, fa parte delle regole del gioco, avviene in ogni democrazia. Ma quello che preoccupa un numero crescente di osservatori – non necessariamente schierati – è la possibilità che la ricerca del consenso da parte della sinistra vada oltre misura e crei pesanti danni economici. Tale pessimismo ipotetico non si basa su considerazioni faziose. Nasce dall’osservazione fattuale che l’Italia non è per nulla diventata un “paese normale”. Per esempio, la legge sulla “par condicio” è un evidente atto di compressione della libertà generale di informazione per favorire la sinistra. Questa, infatti, contiene ancora in quantità prevalente stili politici massimalisti dove l’interesse di parte prevale su qualsiasi considerazione istituzionale e di interesse generale. Vediamo i rischi principali.

 La preoccupazione maggiore è che il governo di sinistra lanci una serie di programmi assistenziali, utili a finanziare il consenso – particolarmente nel meridione, ma non solo – sebbene devastanti per l’equilibrio del bilancio dello Stato. Già nel 1999 la spesa “sociale” (indirizzata con modi a me parsi notevolmente opachi e solo in minima parte a chi ne aveva veramente bisogno) è aumentata di ben oltre il 4%. Un’altra impennata nel 2000 lascerebbe al governo successivo una massa di spesa pubblica già approvata che sarebbe difficile cancellare successivamente, traducendosi in un danno prolungato. Tale ipotesi negativa, poi, ha un impatto sia sul piano fiscale sia su quello della trasparenza dei conti pubblici e, non ultimo, sull’inflazione. L’aumento di spesa non favorirà certo riduzioni dei carichi fiscali diretti ed indiretti. Potrebbe succedere, poi, che una parte degli impegni assistenziali venga scaricata sui bilanci successivi per far apparire più leggero e “cosmetico” quello dell’anno in corso. Già il governo Prodi usò abbondantemente trucchi contabili per far apparire l’Italia nominalmente  risanata e pronta  per l’euro. E proprio nel 2000 e nel 2001 verranno al pettine spese nascoste precedentemente. Un ulteriore peso di spesa elettorale renderebbe più drammatico socialmente il successivo e necessario risanamento reale. Ma, oltre a questo, l’aumento della spesa “politica” tende a far aumentare l’inflazione. Cosa che piace ad un governo, se irresponsabile, impegnato a dimostrare di avere un benefico effetto sull’economia. L’inflazione, infatti, è in grado di drogare i dati di crescita del Pil aumentandone l’entità artificialmente. Anche perché gli indicatori statistici ufficiali (in tutta l’eurozona, per altro) appaiono tarati per cogliere meno inflazione possibile, discostandosi tendenzialmente per difetto dalla realtà. Così, per un breve periodo, una crescita finta e drogata può apparire ed essere propagandata come reale. In sintesi, il rischio di danni strutturali macroeconomici è notevole.

Se quanto detto sopra resta un’ipotesi, tuttavia sembra certo il danno che verrà dal non attuare riforme che sono urgentissime. Non è pensabile, infatti, che in un anno elettorale un governo di sinistra prenda misure contrarie al volere dei sindacati che ne sono la fabbrica principale dei voti. Quindi, oltre a non ridurre le tasse, non si faranno le seguenti riforme: flessibilità del mercato lavoro, eliminazione dei favoritismi pensionistici, liberalizzazione dei fondi pensione e riduzione delle componenti parassitarie e degli sprechi nell’amministrazione pubblica. Così l’Italia perderà un altro anno e resterà meno competitiva (sul piano della concorrenzialità industriale e dell’attrazione dei capitali di investimento) nei confronti del mondo che la circonda e che sta correndo verso la modernizzazione.

 Tralascio, poi, il rischio che la sinistra, qualora calcolasse di perdere, usi gli ultimi giorni di potere per favorire i business amici. Abbiamo ancora nella memoria una licenza per la telefonia mobile rilasciata in extremis da un governo di centrosinistra nei primi anni ’90 e, più recentemente, una privatizzazione della Telecom pressoché regalata a soggetti che poi non seppero gestirla e si fecero scalare facilmente da altri, guarda caso, molto in sintonia con l’attuale governo. Non posso essere più preciso per evitare guai legali. Ma è mia opinione che possano avvenire ancora tante distorsioni del mercato, con effetti negativi prolungati.

 Forse sono troppo pessimista. Ma, francamente, mi sentirei più rassicurato per l’interesse generale dell’Italia se, a questo punto e considerando anche che l’attuale primo ministro non gode della legittimità popolare, le elezioni fossero anticipate il prima possibile.     

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