Referendum economico, parliamone seriamente

(titolo originale)

Resta, tra i sette sopravissuti alla scure della Corte costituzionale (che ne ha falcidiati ben 14), solo un referendum che può dirsi di contenuto strettamente economico: la proposta di abolire l’obbligo di riassunzione del lavoratore licenziato nelle aziende con più di 15 dipendenti. Cerco di chiarirne i termini e fornirvi alcuni dati di contesto.

 Questo referendum faceva originariamente parte di un pacchetto di quattro quesiti omogenei, tutti finalizzati ad abrogare delle norme chiave che rendono estremamente rigido il mercato del lavoro e che, per tale motivo, disincentivano le assunzioni e sono causa di disoccupazione e di “nero”. In particolare, la speranza dei proponenti era quello di liberalizzare e semplificare, in caso di vittoria dei “sì”, i contratti di lavoro part-time, a domicilio e a tempo determinato. Ricordo che nelle analisi preparatorie alla selezione dei temi referendari si era molto valutato il fatto che la stragrande maggioranza dei nuovi posti di lavoro in Europa è fatta non di contratti a tempo pieno ed indeterminato, ma di quelli del tipo detto sopra. Che, appunto, nel resto dell’eurozona sono più snelli e flessibili ( l’Olanda è un ottimo esempio). Quindi l’idea era quella di forzare un Parlamento molto pigro in materia di incentivi al lavoro a modernizzare le norme specifiche dell’occupazione part-time in modo da favorire anche in Italia le possibilità di occupazione, almeno per  giovani, donne e nei settori emergenti quali i servizi su Internet. Inoltre i dati mostrano che c’è molto lavoro sommerso, soprattutto quello svolto nel proprio domicilio. Se fosse possibile avere un contratto molto flessibile non ci sarebbe più alcuna ragione per operare in nero. Il lavoratore otterrebbe più garanzie, il datore di lavoro potrebbe operare in chiaro senza timore di costi pesanti e di sanzioni. Il fisco incasserebbe quello che ora gli sfugge. Per farla breve, la Corte costituzionale ha voluto impedire agli italiani di poter stimolare il Parlamento a legiferare in modo più moderno su una materia critica per la crescita economica.

 Per tipo di educazione ricevuta resisto alla pur forte tentazione di accusare la Corte costituzionale di faziosità, soprattutto prima di aver potuto leggere le motivazioni che hanno ispirato la dichiarazione di non ammissibilità di questi referendum (o è corretto scrivere “referenda”?). Tuttavia sono costretto a notare un’incongruità, per lo meno sul piano logico. I quattro referendum erano parte della stessa materia ed ispirati omogeneamente al medesimo scopo detto sopra. Come mai, allora, uno solo è passato e proprio quello? E’ incomprimibile il sospetto che ciò sia avvenuto perché il referendum ammesso è quello più difficile da comunicare, dal punto di vista dei proponenti. Infatti i sindacati ed i partiti di sinistra (con la rimarchevole eccezione di Rinnovamento italiano e dei Democratici che stanno ancora valutando la posizione da prendere) l’avevano già da tempo ribattezzato come “referendum che vi vuole far licenziare”. E tale propaganda ha fatto sfortunatamente  presa nell’elettorato. Il sondaggista Renato Mannheimer ha rilevato un 44% di no ed un 28% di sì (cioè favorevoli ad abolire l’obbligo di riassunzione), gli altri ancora indecisi. Ciò vuol dire che l’intento dei proponenti detto sopra è stato del tutto frainteso o sovrastato dalla campagna della sinistra. Il sospetto, appunto, è che sia stato scelto tra i quesiti economici quello che aveva la più alta probabilità di essere respinto dagli elettori a causa dei suoi problemi di comunicabilità. Vedremo se è fondato.

 Comunque tali considerazioni sono un motivo in più per spiegare bene il contenuto e lo spirito del quesito. In nessuna altra parte d’Europa – che belva liberista proprio non può dirsi - esiste un obbligo così totalmente automatico di riassunzione del lavoratore licenziato come esiste da noi. La massima garanzia si spinge all’eventuale risarcimento in denaro (che la proposta referendaria, per altro, non mette in discussione). E se è così ci sarà un motivo. L’automatismo di riassunzione è, infatti, una garanzia eccessiva e controproducente e negli altri paesi non hanno spinto a tal punto il protezionismo proprio per non danneggiare le prospettive occupazionali. Da noi, invece, la norma oggetto di referendum costringe un datore di lavoro a pensarci dieci volte prima di assumere qualcuno.  O, come capita spesso, lo incentiva a frammentare l’impresa in tante società, ciascuna con un numero di dipendenti inferiore alle quindici unità, cosa che permette di aggirare l’automatismo di riassunzione. Ma tale situazione non incentiva le aziende a crescere e a trasformarsi da piccole in grandi, minandone l’efficienza. Sembra assurdo mantenere una garanzia che distrugge il lavoro e soffoca la crescita. Tanto più che comunque le norme generali garantiscono abbondantemente l’equo trattamento dei lavoratore. Votare “sì” a questo referendum significa, in sostanza, incentivare le assunzioni e la formazione di aziende più grandi e non certo permettere licenziamenti indiscriminati. Spero risulti chiaro e che serva a contrastare la propaganda di chi propugna il “no”.

 Postilla che urla vendetta. Sapete chi sono, in base alla legge che si vorrebbe abrogare, gli unici che possono licenziare senza obbligo di reintegro nonostante il superamento delle 15 unità? Tenetevi sulla sedia: i sindacati ed i partiti politici. Significa che Cofferati può licenziare la propria segretaria quando gli pare e senza problemi, mentre un imprenditore con 16 dipendenti non lo può fare. A voi il seguito.     

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(titolo originale)

Resta, tra i sette sopravissuti alla scure della Corte costituzionale (che ne ha falcidiati ben 14), solo un referendum che può dirsi di contenuto strettamente economico: la proposta di abolire l’obbligo di riassunzione del lavoratore licenziato nelle aziende con più di 15 dipendenti. Cerco di chiarirne i termini e fornirvi alcuni dati di contesto.

 Questo referendum faceva originariamente parte di un pacchetto di quattro quesiti omogenei, tutti finalizzati ad abrogare delle norme chiave che rendono estremamente rigido il mercato del lavoro e che, per tale motivo, disincentivano le assunzioni e sono causa di disoccupazione e di “nero”. In particolare, la speranza dei proponenti era quello di liberalizzare e semplificare, in caso di vittoria dei “sì”, i contratti di lavoro part-time, a domicilio e a tempo determinato. Ricordo che nelle analisi preparatorie alla selezione dei temi referendari si era molto valutato il fatto che la stragrande maggioranza dei nuovi posti di lavoro in Europa è fatta non di contratti a tempo pieno ed indeterminato, ma di quelli del tipo detto sopra. Che, appunto, nel resto dell’eurozona sono più snelli e flessibili ( l’Olanda è un ottimo esempio). Quindi l’idea era quella di forzare un Parlamento molto pigro in materia di incentivi al lavoro a modernizzare le norme specifiche dell’occupazione part-time in modo da favorire anche in Italia le possibilità di occupazione, almeno per  giovani, donne e nei settori emergenti quali i servizi su Internet. Inoltre i dati mostrano che c’è molto lavoro sommerso, soprattutto quello svolto nel proprio domicilio. Se fosse possibile avere un contratto molto flessibile non ci sarebbe più alcuna ragione per operare in nero. Il lavoratore otterrebbe più garanzie, il datore di lavoro potrebbe operare in chiaro senza timore di costi pesanti e di sanzioni. Il fisco incasserebbe quello che ora gli sfugge. Per farla breve, la Corte costituzionale ha voluto impedire agli italiani di poter stimolare il Parlamento a legiferare in modo più moderno su una materia critica per la crescita economica.

 Per tipo di educazione ricevuta resisto alla pur forte tentazione di accusare la Corte costituzionale di faziosità, soprattutto prima di aver potuto leggere le motivazioni che hanno ispirato la dichiarazione di non ammissibilità di questi referendum (o è corretto scrivere “referenda”?). Tuttavia sono costretto a notare un’incongruità, per lo meno sul piano logico. I quattro referendum erano parte della stessa materia ed ispirati omogeneamente al medesimo scopo detto sopra. Come mai, allora, uno solo è passato e proprio quello? E’ incomprimibile il sospetto che ciò sia avvenuto perché il referendum ammesso è quello più difficile da comunicare, dal punto di vista dei proponenti. Infatti i sindacati ed i partiti di sinistra (con la rimarchevole eccezione di Rinnovamento italiano e dei Democratici che stanno ancora valutando la posizione da prendere) l’avevano già da tempo ribattezzato come “referendum che vi vuole far licenziare”. E tale propaganda ha fatto sfortunatamente  presa nell’elettorato. Il sondaggista Renato Mannheimer ha rilevato un 44% di no ed un 28% di sì (cioè favorevoli ad abolire l’obbligo di riassunzione), gli altri ancora indecisi. Ciò vuol dire che l’intento dei proponenti detto sopra è stato del tutto frainteso o sovrastato dalla campagna della sinistra. Il sospetto, appunto, è che sia stato scelto tra i quesiti economici quello che aveva la più alta probabilità di essere respinto dagli elettori a causa dei suoi problemi di comunicabilità. Vedremo se è fondato.

 Comunque tali considerazioni sono un motivo in più per spiegare bene il contenuto e lo spirito del quesito. In nessuna altra parte d’Europa – che belva liberista proprio non può dirsi - esiste un obbligo così totalmente automatico di riassunzione del lavoratore licenziato come esiste da noi. La massima garanzia si spinge all’eventuale risarcimento in denaro (che la proposta referendaria, per altro, non mette in discussione). E se è così ci sarà un motivo. L’automatismo di riassunzione è, infatti, una garanzia eccessiva e controproducente e negli altri paesi non hanno spinto a tal punto il protezionismo proprio per non danneggiare le prospettive occupazionali. Da noi, invece, la norma oggetto di referendum costringe un datore di lavoro a pensarci dieci volte prima di assumere qualcuno.  O, come capita spesso, lo incentiva a frammentare l’impresa in tante società, ciascuna con un numero di dipendenti inferiore alle quindici unità, cosa che permette di aggirare l’automatismo di riassunzione. Ma tale situazione non incentiva le aziende a crescere e a trasformarsi da piccole in grandi, minandone l’efficienza. Sembra assurdo mantenere una garanzia che distrugge il lavoro e soffoca la crescita. Tanto più che comunque le norme generali garantiscono abbondantemente l’equo trattamento dei lavoratore. Votare “sì” a questo referendum significa, in sostanza, incentivare le assunzioni e la formazione di aziende più grandi e non certo permettere licenziamenti indiscriminati. Spero risulti chiaro e che serva a contrastare la propaganda di chi propugna il “no”.

 Postilla che urla vendetta. Sapete chi sono, in base alla legge che si vorrebbe abrogare, gli unici che possono licenziare senza obbligo di reintegro nonostante il superamento delle 15 unità? Tenetevi sulla sedia: i sindacati ed i partiti politici. Significa che Cofferati può licenziare la propria segretaria quando gli pare e senza problemi, mentre un imprenditore con 16 dipendenti non lo può fare. A voi il seguito.     

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Resta, tra i sette sopravissuti alla scure della Corte costituzionale (che ne ha falcidiati ben 14), solo un referendum che può dirsi di contenuto strettamente economico: la proposta di abolire l’obbligo di riassunzione del lavoratore licenziato nelle aziende con più di 15 dipendenti. Cerco di chiarirne i termini e fornirvi alcuni dati di contesto.

 Questo referendum faceva originariamente parte di un pacchetto di quattro quesiti omogenei, tutti finalizzati ad abrogare delle norme chiave che rendono estremamente rigido il mercato del lavoro e che, per tale motivo, disincentivano le assunzioni e sono causa di disoccupazione e di “nero”. In particolare, la speranza dei proponenti era quello di liberalizzare e semplificare, in caso di vittoria dei “sì”, i contratti di lavoro part-time, a domicilio e a tempo determinato. Ricordo che nelle analisi preparatorie alla selezione dei temi referendari si era molto valutato il fatto che la stragrande maggioranza dei nuovi posti di lavoro in Europa è fatta non di contratti a tempo pieno ed indeterminato, ma di quelli del tipo detto sopra. Che, appunto, nel resto dell’eurozona sono più snelli e flessibili ( l’Olanda è un ottimo esempio). Quindi l’idea era quella di forzare un Parlamento molto pigro in materia di incentivi al lavoro a modernizzare le norme specifiche dell’occupazione part-time in modo da favorire anche in Italia le possibilità di occupazione, almeno per  giovani, donne e nei settori emergenti quali i servizi su Internet. Inoltre i dati mostrano che c’è molto lavoro sommerso, soprattutto quello svolto nel proprio domicilio. Se fosse possibile avere un contratto molto flessibile non ci sarebbe più alcuna ragione per operare in nero. Il lavoratore otterrebbe più garanzie, il datore di lavoro potrebbe operare in chiaro senza timore di costi pesanti e di sanzioni. Il fisco incasserebbe quello che ora gli sfugge. Per farla breve, la Corte costituzionale ha voluto impedire agli italiani di poter stimolare il Parlamento a legiferare in modo più moderno su una materia critica per la crescita economica.

 Per tipo di educazione ricevuta resisto alla pur forte tentazione di accusare la Corte costituzionale di faziosità, soprattutto prima di aver potuto leggere le motivazioni che hanno ispirato la dichiarazione di non ammissibilità di questi referendum (o è corretto scrivere “referenda”?). Tuttavia sono costretto a notare un’incongruità, per lo meno sul piano logico. I quattro referendum erano parte della stessa materia ed ispirati omogeneamente al medesimo scopo detto sopra. Come mai, allora, uno solo è passato e proprio quello? E’ incomprimibile il sospetto che ciò sia avvenuto perché il referendum ammesso è quello più difficile da comunicare, dal punto di vista dei proponenti. Infatti i sindacati ed i partiti di sinistra (con la rimarchevole eccezione di Rinnovamento italiano e dei Democratici che stanno ancora valutando la posizione da prendere) l’avevano già da tempo ribattezzato come “referendum che vi vuole far licenziare”. E tale propaganda ha fatto sfortunatamente  presa nell’elettorato. Il sondaggista Renato Mannheimer ha rilevato un 44% di no ed un 28% di sì (cioè favorevoli ad abolire l’obbligo di riassunzione), gli altri ancora indecisi. Ciò vuol dire che l’intento dei proponenti detto sopra è stato del tutto frainteso o sovrastato dalla campagna della sinistra. Il sospetto, appunto, è che sia stato scelto tra i quesiti economici quello che aveva la più alta probabilità di essere respinto dagli elettori a causa dei suoi problemi di comunicabilità. Vedremo se è fondato.

 Comunque tali considerazioni sono un motivo in più per spiegare bene il contenuto e lo spirito del quesito. In nessuna altra parte d’Europa – che belva liberista proprio non può dirsi - esiste un obbligo così totalmente automatico di riassunzione del lavoratore licenziato come esiste da noi. La massima garanzia si spinge all’eventuale risarcimento in denaro (che la proposta referendaria, per altro, non mette in discussione). E se è così ci sarà un motivo. L’automatismo di riassunzione è, infatti, una garanzia eccessiva e controproducente e negli altri paesi non hanno spinto a tal punto il protezionismo proprio per non danneggiare le prospettive occupazionali. Da noi, invece, la norma oggetto di referendum costringe un datore di lavoro a pensarci dieci volte prima di assumere qualcuno.  O, come capita spesso, lo incentiva a frammentare l’impresa in tante società, ciascuna con un numero di dipendenti inferiore alle quindici unità, cosa che permette di aggirare l’automatismo di riassunzione. Ma tale situazione non incentiva le aziende a crescere e a trasformarsi da piccole in grandi, minandone l’efficienza. Sembra assurdo mantenere una garanzia che distrugge il lavoro e soffoca la crescita. Tanto più che comunque le norme generali garantiscono abbondantemente l’equo trattamento dei lavoratore. Votare “sì” a questo referendum significa, in sostanza, incentivare le assunzioni e la formazione di aziende più grandi e non certo permettere licenziamenti indiscriminati. Spero risulti chiaro e che serva a contrastare la propaganda di chi propugna il “no”.

 Postilla che urla vendetta. Sapete chi sono, in base alla legge che si vorrebbe abrogare, gli unici che possono licenziare senza obbligo di reintegro nonostante il superamento delle 15 unità? Tenetevi sulla sedia: i sindacati ed i partiti politici. Significa che Cofferati può licenziare la propria segretaria quando gli pare e senza problemi, mentre un imprenditore con 16 dipendenti non lo può fare. A voi il seguito.     

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2000-2-6

6/2/2000

Ma il “sì” non significa libertà di licenziare

Referendum economico, parliamone seriamente

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Resta, tra i sette sopravissuti alla scure della Corte costituzionale (che ne ha falcidiati ben 14), solo un referendum che può dirsi di contenuto strettamente economico: la proposta di abolire l’obbligo di riassunzione del lavoratore licenziato nelle aziende con più di 15 dipendenti. Cerco di chiarirne i termini e fornirvi alcuni dati di contesto.

 Questo referendum faceva originariamente parte di un pacchetto di quattro quesiti omogenei, tutti finalizzati ad abrogare delle norme chiave che rendono estremamente rigido il mercato del lavoro e che, per tale motivo, disincentivano le assunzioni e sono causa di disoccupazione e di “nero”. In particolare, la speranza dei proponenti era quello di liberalizzare e semplificare, in caso di vittoria dei “sì”, i contratti di lavoro part-time, a domicilio e a tempo determinato. Ricordo che nelle analisi preparatorie alla selezione dei temi referendari si era molto valutato il fatto che la stragrande maggioranza dei nuovi posti di lavoro in Europa è fatta non di contratti a tempo pieno ed indeterminato, ma di quelli del tipo detto sopra. Che, appunto, nel resto dell’eurozona sono più snelli e flessibili ( l’Olanda è un ottimo esempio). Quindi l’idea era quella di forzare un Parlamento molto pigro in materia di incentivi al lavoro a modernizzare le norme specifiche dell’occupazione part-time in modo da favorire anche in Italia le possibilità di occupazione, almeno per  giovani, donne e nei settori emergenti quali i servizi su Internet. Inoltre i dati mostrano che c’è molto lavoro sommerso, soprattutto quello svolto nel proprio domicilio. Se fosse possibile avere un contratto molto flessibile non ci sarebbe più alcuna ragione per operare in nero. Il lavoratore otterrebbe più garanzie, il datore di lavoro potrebbe operare in chiaro senza timore di costi pesanti e di sanzioni. Il fisco incasserebbe quello che ora gli sfugge. Per farla breve, la Corte costituzionale ha voluto impedire agli italiani di poter stimolare il Parlamento a legiferare in modo più moderno su una materia critica per la crescita economica.

 Per tipo di educazione ricevuta resisto alla pur forte tentazione di accusare la Corte costituzionale di faziosità, soprattutto prima di aver potuto leggere le motivazioni che hanno ispirato la dichiarazione di non ammissibilità di questi referendum (o è corretto scrivere “referenda”?). Tuttavia sono costretto a notare un’incongruità, per lo meno sul piano logico. I quattro referendum erano parte della stessa materia ed ispirati omogeneamente al medesimo scopo detto sopra. Come mai, allora, uno solo è passato e proprio quello? E’ incomprimibile il sospetto che ciò sia avvenuto perché il referendum ammesso è quello più difficile da comunicare, dal punto di vista dei proponenti. Infatti i sindacati ed i partiti di sinistra (con la rimarchevole eccezione di Rinnovamento italiano e dei Democratici che stanno ancora valutando la posizione da prendere) l’avevano già da tempo ribattezzato come “referendum che vi vuole far licenziare”. E tale propaganda ha fatto sfortunatamente  presa nell’elettorato. Il sondaggista Renato Mannheimer ha rilevato un 44% di no ed un 28% di sì (cioè favorevoli ad abolire l’obbligo di riassunzione), gli altri ancora indecisi. Ciò vuol dire che l’intento dei proponenti detto sopra è stato del tutto frainteso o sovrastato dalla campagna della sinistra. Il sospetto, appunto, è che sia stato scelto tra i quesiti economici quello che aveva la più alta probabilità di essere respinto dagli elettori a causa dei suoi problemi di comunicabilità. Vedremo se è fondato.

 Comunque tali considerazioni sono un motivo in più per spiegare bene il contenuto e lo spirito del quesito. In nessuna altra parte d’Europa – che belva liberista proprio non può dirsi - esiste un obbligo così totalmente automatico di riassunzione del lavoratore licenziato come esiste da noi. La massima garanzia si spinge all’eventuale risarcimento in denaro (che la proposta referendaria, per altro, non mette in discussione). E se è così ci sarà un motivo. L’automatismo di riassunzione è, infatti, una garanzia eccessiva e controproducente e negli altri paesi non hanno spinto a tal punto il protezionismo proprio per non danneggiare le prospettive occupazionali. Da noi, invece, la norma oggetto di referendum costringe un datore di lavoro a pensarci dieci volte prima di assumere qualcuno.  O, come capita spesso, lo incentiva a frammentare l’impresa in tante società, ciascuna con un numero di dipendenti inferiore alle quindici unità, cosa che permette di aggirare l’automatismo di riassunzione. Ma tale situazione non incentiva le aziende a crescere e a trasformarsi da piccole in grandi, minandone l’efficienza. Sembra assurdo mantenere una garanzia che distrugge il lavoro e soffoca la crescita. Tanto più che comunque le norme generali garantiscono abbondantemente l’equo trattamento dei lavoratore. Votare “sì” a questo referendum significa, in sostanza, incentivare le assunzioni e la formazione di aziende più grandi e non certo permettere licenziamenti indiscriminati. Spero risulti chiaro e che serva a contrastare la propaganda di chi propugna il “no”.

 Postilla che urla vendetta. Sapete chi sono, in base alla legge che si vorrebbe abrogare, gli unici che possono licenziare senza obbligo di reintegro nonostante il superamento delle 15 unità? Tenetevi sulla sedia: i sindacati ed i partiti politici. Significa che Cofferati può licenziare la propria segretaria quando gli pare e senza problemi, mentre un imprenditore con 16 dipendenti non lo può fare. A voi il seguito.     

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