A Davos c’è ottimismo, ma al mercato globale manca ancora un solido pilastro politico

(titolo originale)

Il Forum di Davos è forse la migliore opportunità, ogni anno, per capire  lo stato di salute e le tendenze dell’economia e della politica mondiali attraverso gli stati d’animo dei suoi protagonisti. A questa sei giorni, infatti, partecipano i leader dei maggiori poteri finanziari ed industriali del pianeta (circa un migliaio) nonché i politici dei paesi più rilevanti (circa una trentina). La Pricewater Cooper ha svolto un sondaggio su questi membri della comunità “globaliana”. Il risultato di fondo è che chi guida il futuro del mercato globale è ottimista. Per intanto, questo dato è rassicurante in quanto il fallimento clamoroso del recente summit di Seattle, finalizzato ad inaugurare una nuova stagione di importantissimi negoziati per gli accordi commerciali mondiali (Millennium Round), aveva fatto venire il timore che il processo di globalizzazione stesse per andare incontro ad una fase pessimistica. Sensazione amplificata nei primi giorni dell’anno dalle oscillazioni inquietanti della Borsa statunitense e dal pericolo di veder cadere il pilastro che, al momento, regge tutta l’economia mondiale. Invece il 42% dei top manager americani si dicono totalmente ottimisti, il 55% moderatamente, sul fatto che nei prossimi tre anni vi sarà ancora boom, trainato dalla rivoluzione tecnologica generale e da quella di Internet in particolare. I loro colleghi europei hanno sensazioni analogamente positive, ma con un tasso di ottimismo minore: solo il 25%, infatti, è superottimista mentre il 71%  lo è, ma con grande cautela. Motivi? In un’economia mondiale dove la tecnologia è il fattore competitivo che assicura il successo si sentono svantaggiati nei confronti dei loro colleghi statunitensi perché l’ambiente americano è  molto più avanzato su questo piano e su quello della flessibilità delle regole politiche che favoriscono il miglior trasferimento delle innovazioni sul mercato. Preoccupazione sacrosanta. Tuttavia il dato più importante riguarda la stragrande maggioranza complessiva di previsioni ottimistiche. Per i lettori che non apprezzano questo dato apparentemente banale è utile ricordare che nella storia economica sono innumerevoli le crisi recessive generate da ondate di pessimismo. D’altra parte non sono poche anche quelle causate da eccessi irriflessivi di ottimismo (bolle che poi floppano). Il che porta a chiedersi se l’ottimismo rilevato sia veramente giustificato. Vediamo.

 Un collega che sta mettendo a punto la relazione da presentare nel Forum mi ha confidato un dubbio. Siamo ottimisti perché l’abbiamo scampata bella – e nessuno ci sperava - dal rischio di catastrofe economica globale apertosi in Asia nel 1997  e quasi avveratosi a livello planetario nel 1998 (più del 60% dei paesi era entrato in crisi)  oppure ci sono veramente i motivi concreti per prevedere un futuro così roseo? E’ una bella domanda. Gli ho risposto che la velocità (a forma di “V” – rimbalzo repentino - nei grafici che indicano le tendenze di crescita) con cui si sono ripresi i paesi andati in recessione  per la tempesta finanziaria degli anni scorsi dimostra due cose: (a) che in qualche modo funziona meglio del previsto un sistema di intervento globale che attutisce le crisi; (b) che la nuova economia  ha capacità espansive tali da mettere il turbo alla crescita economica. Quindi è proprio dall’analisi del recente passato che si possono trovare buoni motivi per sostenere l’ottimismo per il futuro. Ma mi ha risposto, via e-mail: “go deeper” (vai più a fondo). E capisco quello che intende. In effetti il pianeta è stato salvato da una mossa disperata di Greenspan che ha inondato (autunno 1998) il mercato americano di liquidità forzandolo a fare da locomotiva per tutti gli altri tirandoli fuori dai guai. Ma ciò ha comportato dei disequilibri che mettono adesso a rischio la stabilità degli Stati Uniti stessi (bolla finanziaria e deficit commerciale stratosferico). Inoltre, parte del recupero di alcuni paesi (Russia compresa) si è basato sull’aumento – determinato da un accordo politico - del prezzo del petrolio a loro favore, ma al prezzo pesantissimo di un’impennata dell’inflazione in Occidente. Poi, quel Fondo monetario internazionale che ha agito sostanzialmente bene nella crisi non è adesso in grado nemmeno di eleggere il proprio nuovo Direttore generale, sintomo di frammentazione politica nella cabina di regia più importante del mercato globale. E va aggiunto che l’irruzione della nuova economia basata sulla conoscenza e sulla mobilità premia enormemente chi possiede conoscenza e mobilità stesse, ma punisce pesantemente chi non le ha. I sindacati e le associazioni che tutelano gli (auto)esclusi dalla cuccagna si fanno sempre più rumorosi e, soprattutto, globali. E’ chiaro che la politica degli Stati dovrebbe fornire ai deboli – a questo punto non importa se per colpa propria o perchè caduti innocenti nel burrone a lato del cambiamento epocale - nuove garanzie per permettere loro di saltare nel futuro e così evitare che la loro mobilitazione ci riporti violentemente nel passato. Ma non c’è il minimo segno (in Italia, perfino, è deserto pieno) che la politica stia capendo che deve diventare tanto raffinata ed efficiente quanto lo sono le avanguardie tecniche della globalizzazione. In sintesi, andando a fondo nell’analisi viene fuori che l’ottimismo sulla crescita futura è ombreggiato dal fatto che al formarsi di un mercato globale non corrisponde la creazione di un’architettura altrettanto globale che lo stabilizzi. Tuttavia questo problema è talmente chiaro che prima o poi nelle diverse nazioni verrà fuori una soluzione positiva e convergente. Chi ci crede può essere ottimista. Chi non ci riesce ha buone ragioni per esserlo di meno. Io ci credo, ma sono un inguaribile sognatore.

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Il Forum di Davos è forse la migliore opportunità, ogni anno, per capire  lo stato di salute e le tendenze dell’economia e della politica mondiali attraverso gli stati d’animo dei suoi protagonisti. A questa sei giorni, infatti, partecipano i leader dei maggiori poteri finanziari ed industriali del pianeta (circa un migliaio) nonché i politici dei paesi più rilevanti (circa una trentina). La Pricewater Cooper ha svolto un sondaggio su questi membri della comunità “globaliana”. Il risultato di fondo è che chi guida il futuro del mercato globale è ottimista. Per intanto, questo dato è rassicurante in quanto il fallimento clamoroso del recente summit di Seattle, finalizzato ad inaugurare una nuova stagione di importantissimi negoziati per gli accordi commerciali mondiali (Millennium Round), aveva fatto venire il timore che il processo di globalizzazione stesse per andare incontro ad una fase pessimistica. Sensazione amplificata nei primi giorni dell’anno dalle oscillazioni inquietanti della Borsa statunitense e dal pericolo di veder cadere il pilastro che, al momento, regge tutta l’economia mondiale. Invece il 42% dei top manager americani si dicono totalmente ottimisti, il 55% moderatamente, sul fatto che nei prossimi tre anni vi sarà ancora boom, trainato dalla rivoluzione tecnologica generale e da quella di Internet in particolare. I loro colleghi europei hanno sensazioni analogamente positive, ma con un tasso di ottimismo minore: solo il 25%, infatti, è superottimista mentre il 71%  lo è, ma con grande cautela. Motivi? In un’economia mondiale dove la tecnologia è il fattore competitivo che assicura il successo si sentono svantaggiati nei confronti dei loro colleghi statunitensi perché l’ambiente americano è  molto più avanzato su questo piano e su quello della flessibilità delle regole politiche che favoriscono il miglior trasferimento delle innovazioni sul mercato. Preoccupazione sacrosanta. Tuttavia il dato più importante riguarda la stragrande maggioranza complessiva di previsioni ottimistiche. Per i lettori che non apprezzano questo dato apparentemente banale è utile ricordare che nella storia economica sono innumerevoli le crisi recessive generate da ondate di pessimismo. D’altra parte non sono poche anche quelle causate da eccessi irriflessivi di ottimismo (bolle che poi floppano). Il che porta a chiedersi se l’ottimismo rilevato sia veramente giustificato. Vediamo.

 Un collega che sta mettendo a punto la relazione da presentare nel Forum mi ha confidato un dubbio. Siamo ottimisti perché l’abbiamo scampata bella – e nessuno ci sperava - dal rischio di catastrofe economica globale apertosi in Asia nel 1997  e quasi avveratosi a livello planetario nel 1998 (più del 60% dei paesi era entrato in crisi)  oppure ci sono veramente i motivi concreti per prevedere un futuro così roseo? E’ una bella domanda. Gli ho risposto che la velocità (a forma di “V” – rimbalzo repentino - nei grafici che indicano le tendenze di crescita) con cui si sono ripresi i paesi andati in recessione  per la tempesta finanziaria degli anni scorsi dimostra due cose: (a) che in qualche modo funziona meglio del previsto un sistema di intervento globale che attutisce le crisi; (b) che la nuova economia  ha capacità espansive tali da mettere il turbo alla crescita economica. Quindi è proprio dall’analisi del recente passato che si possono trovare buoni motivi per sostenere l’ottimismo per il futuro. Ma mi ha risposto, via e-mail: “go deeper” (vai più a fondo). E capisco quello che intende. In effetti il pianeta è stato salvato da una mossa disperata di Greenspan che ha inondato (autunno 1998) il mercato americano di liquidità forzandolo a fare da locomotiva per tutti gli altri tirandoli fuori dai guai. Ma ciò ha comportato dei disequilibri che mettono adesso a rischio la stabilità degli Stati Uniti stessi (bolla finanziaria e deficit commerciale stratosferico). Inoltre, parte del recupero di alcuni paesi (Russia compresa) si è basato sull’aumento – determinato da un accordo politico - del prezzo del petrolio a loro favore, ma al prezzo pesantissimo di un’impennata dell’inflazione in Occidente. Poi, quel Fondo monetario internazionale che ha agito sostanzialmente bene nella crisi non è adesso in grado nemmeno di eleggere il proprio nuovo Direttore generale, sintomo di frammentazione politica nella cabina di regia più importante del mercato globale. E va aggiunto che l’irruzione della nuova economia basata sulla conoscenza e sulla mobilità premia enormemente chi possiede conoscenza e mobilità stesse, ma punisce pesantemente chi non le ha. I sindacati e le associazioni che tutelano gli (auto)esclusi dalla cuccagna si fanno sempre più rumorosi e, soprattutto, globali. E’ chiaro che la politica degli Stati dovrebbe fornire ai deboli – a questo punto non importa se per colpa propria o perchè caduti innocenti nel burrone a lato del cambiamento epocale - nuove garanzie per permettere loro di saltare nel futuro e così evitare che la loro mobilitazione ci riporti violentemente nel passato. Ma non c’è il minimo segno (in Italia, perfino, è deserto pieno) che la politica stia capendo che deve diventare tanto raffinata ed efficiente quanto lo sono le avanguardie tecniche della globalizzazione. In sintesi, andando a fondo nell’analisi viene fuori che l’ottimismo sulla crescita futura è ombreggiato dal fatto che al formarsi di un mercato globale non corrisponde la creazione di un’architettura altrettanto globale che lo stabilizzi. Tuttavia questo problema è talmente chiaro che prima o poi nelle diverse nazioni verrà fuori una soluzione positiva e convergente. Chi ci crede può essere ottimista. Chi non ci riesce ha buone ragioni per esserlo di meno. Io ci credo, ma sono un inguaribile sognatore.

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(titolo originale)

Il Forum di Davos è forse la migliore opportunità, ogni anno, per capire  lo stato di salute e le tendenze dell’economia e della politica mondiali attraverso gli stati d’animo dei suoi protagonisti. A questa sei giorni, infatti, partecipano i leader dei maggiori poteri finanziari ed industriali del pianeta (circa un migliaio) nonché i politici dei paesi più rilevanti (circa una trentina). La Pricewater Cooper ha svolto un sondaggio su questi membri della comunità “globaliana”. Il risultato di fondo è che chi guida il futuro del mercato globale è ottimista. Per intanto, questo dato è rassicurante in quanto il fallimento clamoroso del recente summit di Seattle, finalizzato ad inaugurare una nuova stagione di importantissimi negoziati per gli accordi commerciali mondiali (Millennium Round), aveva fatto venire il timore che il processo di globalizzazione stesse per andare incontro ad una fase pessimistica. Sensazione amplificata nei primi giorni dell’anno dalle oscillazioni inquietanti della Borsa statunitense e dal pericolo di veder cadere il pilastro che, al momento, regge tutta l’economia mondiale. Invece il 42% dei top manager americani si dicono totalmente ottimisti, il 55% moderatamente, sul fatto che nei prossimi tre anni vi sarà ancora boom, trainato dalla rivoluzione tecnologica generale e da quella di Internet in particolare. I loro colleghi europei hanno sensazioni analogamente positive, ma con un tasso di ottimismo minore: solo il 25%, infatti, è superottimista mentre il 71%  lo è, ma con grande cautela. Motivi? In un’economia mondiale dove la tecnologia è il fattore competitivo che assicura il successo si sentono svantaggiati nei confronti dei loro colleghi statunitensi perché l’ambiente americano è  molto più avanzato su questo piano e su quello della flessibilità delle regole politiche che favoriscono il miglior trasferimento delle innovazioni sul mercato. Preoccupazione sacrosanta. Tuttavia il dato più importante riguarda la stragrande maggioranza complessiva di previsioni ottimistiche. Per i lettori che non apprezzano questo dato apparentemente banale è utile ricordare che nella storia economica sono innumerevoli le crisi recessive generate da ondate di pessimismo. D’altra parte non sono poche anche quelle causate da eccessi irriflessivi di ottimismo (bolle che poi floppano). Il che porta a chiedersi se l’ottimismo rilevato sia veramente giustificato. Vediamo.

 Un collega che sta mettendo a punto la relazione da presentare nel Forum mi ha confidato un dubbio. Siamo ottimisti perché l’abbiamo scampata bella – e nessuno ci sperava - dal rischio di catastrofe economica globale apertosi in Asia nel 1997  e quasi avveratosi a livello planetario nel 1998 (più del 60% dei paesi era entrato in crisi)  oppure ci sono veramente i motivi concreti per prevedere un futuro così roseo? E’ una bella domanda. Gli ho risposto che la velocità (a forma di “V” – rimbalzo repentino - nei grafici che indicano le tendenze di crescita) con cui si sono ripresi i paesi andati in recessione  per la tempesta finanziaria degli anni scorsi dimostra due cose: (a) che in qualche modo funziona meglio del previsto un sistema di intervento globale che attutisce le crisi; (b) che la nuova economia  ha capacità espansive tali da mettere il turbo alla crescita economica. Quindi è proprio dall’analisi del recente passato che si possono trovare buoni motivi per sostenere l’ottimismo per il futuro. Ma mi ha risposto, via e-mail: “go deeper” (vai più a fondo). E capisco quello che intende. In effetti il pianeta è stato salvato da una mossa disperata di Greenspan che ha inondato (autunno 1998) il mercato americano di liquidità forzandolo a fare da locomotiva per tutti gli altri tirandoli fuori dai guai. Ma ciò ha comportato dei disequilibri che mettono adesso a rischio la stabilità degli Stati Uniti stessi (bolla finanziaria e deficit commerciale stratosferico). Inoltre, parte del recupero di alcuni paesi (Russia compresa) si è basato sull’aumento – determinato da un accordo politico - del prezzo del petrolio a loro favore, ma al prezzo pesantissimo di un’impennata dell’inflazione in Occidente. Poi, quel Fondo monetario internazionale che ha agito sostanzialmente bene nella crisi non è adesso in grado nemmeno di eleggere il proprio nuovo Direttore generale, sintomo di frammentazione politica nella cabina di regia più importante del mercato globale. E va aggiunto che l’irruzione della nuova economia basata sulla conoscenza e sulla mobilità premia enormemente chi possiede conoscenza e mobilità stesse, ma punisce pesantemente chi non le ha. I sindacati e le associazioni che tutelano gli (auto)esclusi dalla cuccagna si fanno sempre più rumorosi e, soprattutto, globali. E’ chiaro che la politica degli Stati dovrebbe fornire ai deboli – a questo punto non importa se per colpa propria o perchè caduti innocenti nel burrone a lato del cambiamento epocale - nuove garanzie per permettere loro di saltare nel futuro e così evitare che la loro mobilitazione ci riporti violentemente nel passato. Ma non c’è il minimo segno (in Italia, perfino, è deserto pieno) che la politica stia capendo che deve diventare tanto raffinata ed efficiente quanto lo sono le avanguardie tecniche della globalizzazione. In sintesi, andando a fondo nell’analisi viene fuori che l’ottimismo sulla crescita futura è ombreggiato dal fatto che al formarsi di un mercato globale non corrisponde la creazione di un’architettura altrettanto globale che lo stabilizzi. Tuttavia questo problema è talmente chiaro che prima o poi nelle diverse nazioni verrà fuori una soluzione positiva e convergente. Chi ci crede può essere ottimista. Chi non ci riesce ha buone ragioni per esserlo di meno. Io ci credo, ma sono un inguaribile sognatore.

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2000-1-30

30/1/2000

La crescita è in cerca di una guida stabile

A Davos c’è ottimismo, ma al mercato globale manca ancora un solido pilastro politico

(titolo originale)

Il Forum di Davos è forse la migliore opportunità, ogni anno, per capire  lo stato di salute e le tendenze dell’economia e della politica mondiali attraverso gli stati d’animo dei suoi protagonisti. A questa sei giorni, infatti, partecipano i leader dei maggiori poteri finanziari ed industriali del pianeta (circa un migliaio) nonché i politici dei paesi più rilevanti (circa una trentina). La Pricewater Cooper ha svolto un sondaggio su questi membri della comunità “globaliana”. Il risultato di fondo è che chi guida il futuro del mercato globale è ottimista. Per intanto, questo dato è rassicurante in quanto il fallimento clamoroso del recente summit di Seattle, finalizzato ad inaugurare una nuova stagione di importantissimi negoziati per gli accordi commerciali mondiali (Millennium Round), aveva fatto venire il timore che il processo di globalizzazione stesse per andare incontro ad una fase pessimistica. Sensazione amplificata nei primi giorni dell’anno dalle oscillazioni inquietanti della Borsa statunitense e dal pericolo di veder cadere il pilastro che, al momento, regge tutta l’economia mondiale. Invece il 42% dei top manager americani si dicono totalmente ottimisti, il 55% moderatamente, sul fatto che nei prossimi tre anni vi sarà ancora boom, trainato dalla rivoluzione tecnologica generale e da quella di Internet in particolare. I loro colleghi europei hanno sensazioni analogamente positive, ma con un tasso di ottimismo minore: solo il 25%, infatti, è superottimista mentre il 71%  lo è, ma con grande cautela. Motivi? In un’economia mondiale dove la tecnologia è il fattore competitivo che assicura il successo si sentono svantaggiati nei confronti dei loro colleghi statunitensi perché l’ambiente americano è  molto più avanzato su questo piano e su quello della flessibilità delle regole politiche che favoriscono il miglior trasferimento delle innovazioni sul mercato. Preoccupazione sacrosanta. Tuttavia il dato più importante riguarda la stragrande maggioranza complessiva di previsioni ottimistiche. Per i lettori che non apprezzano questo dato apparentemente banale è utile ricordare che nella storia economica sono innumerevoli le crisi recessive generate da ondate di pessimismo. D’altra parte non sono poche anche quelle causate da eccessi irriflessivi di ottimismo (bolle che poi floppano). Il che porta a chiedersi se l’ottimismo rilevato sia veramente giustificato. Vediamo.

 Un collega che sta mettendo a punto la relazione da presentare nel Forum mi ha confidato un dubbio. Siamo ottimisti perché l’abbiamo scampata bella – e nessuno ci sperava - dal rischio di catastrofe economica globale apertosi in Asia nel 1997  e quasi avveratosi a livello planetario nel 1998 (più del 60% dei paesi era entrato in crisi)  oppure ci sono veramente i motivi concreti per prevedere un futuro così roseo? E’ una bella domanda. Gli ho risposto che la velocità (a forma di “V” – rimbalzo repentino - nei grafici che indicano le tendenze di crescita) con cui si sono ripresi i paesi andati in recessione  per la tempesta finanziaria degli anni scorsi dimostra due cose: (a) che in qualche modo funziona meglio del previsto un sistema di intervento globale che attutisce le crisi; (b) che la nuova economia  ha capacità espansive tali da mettere il turbo alla crescita economica. Quindi è proprio dall’analisi del recente passato che si possono trovare buoni motivi per sostenere l’ottimismo per il futuro. Ma mi ha risposto, via e-mail: “go deeper” (vai più a fondo). E capisco quello che intende. In effetti il pianeta è stato salvato da una mossa disperata di Greenspan che ha inondato (autunno 1998) il mercato americano di liquidità forzandolo a fare da locomotiva per tutti gli altri tirandoli fuori dai guai. Ma ciò ha comportato dei disequilibri che mettono adesso a rischio la stabilità degli Stati Uniti stessi (bolla finanziaria e deficit commerciale stratosferico). Inoltre, parte del recupero di alcuni paesi (Russia compresa) si è basato sull’aumento – determinato da un accordo politico - del prezzo del petrolio a loro favore, ma al prezzo pesantissimo di un’impennata dell’inflazione in Occidente. Poi, quel Fondo monetario internazionale che ha agito sostanzialmente bene nella crisi non è adesso in grado nemmeno di eleggere il proprio nuovo Direttore generale, sintomo di frammentazione politica nella cabina di regia più importante del mercato globale. E va aggiunto che l’irruzione della nuova economia basata sulla conoscenza e sulla mobilità premia enormemente chi possiede conoscenza e mobilità stesse, ma punisce pesantemente chi non le ha. I sindacati e le associazioni che tutelano gli (auto)esclusi dalla cuccagna si fanno sempre più rumorosi e, soprattutto, globali. E’ chiaro che la politica degli Stati dovrebbe fornire ai deboli – a questo punto non importa se per colpa propria o perchè caduti innocenti nel burrone a lato del cambiamento epocale - nuove garanzie per permettere loro di saltare nel futuro e così evitare che la loro mobilitazione ci riporti violentemente nel passato. Ma non c’è il minimo segno (in Italia, perfino, è deserto pieno) che la politica stia capendo che deve diventare tanto raffinata ed efficiente quanto lo sono le avanguardie tecniche della globalizzazione. In sintesi, andando a fondo nell’analisi viene fuori che l’ottimismo sulla crescita futura è ombreggiato dal fatto che al formarsi di un mercato globale non corrisponde la creazione di un’architettura altrettanto globale che lo stabilizzi. Tuttavia questo problema è talmente chiaro che prima o poi nelle diverse nazioni verrà fuori una soluzione positiva e convergente. Chi ci crede può essere ottimista. Chi non ci riesce ha buone ragioni per esserlo di meno. Io ci credo, ma sono un inguaribile sognatore.

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