La credibilità della moneta unica, indipendentemente dalle sue oscillazioni contingenti, è determinata dal rispetto della promessa fatta dagli eurogoverni di arrivare al pareggio di bilancio entro il 2002. Va detto che tale promessa ha una forma ambigua. Mentre ha forza di trattato internazionale il "patto di stabilità" (firmato nel giugno 1997 ad Amsterdam) che obbliga i singoli paesi a contenere il deficit annuo entro la soglia del 3% del Pil, l'impegno di portare i conti di ogni Stato in equilibrio nei prossimi tre anni ha una natura formale meno vincolante, cioé quella di "impegno programmatico". Ed i paesi europei, per lo più governati dalla sinistra, stanno di fatto prendendo una strada che renderà impossibile rispettare la promessa di pareggio di bilancio e che, perfino, troverà difficile stare entro i termini del limite del 3%. Infatti la Commissione Europea ha espresso allarme per l'andamento tendenziale dei conti pubblici di: Germania, Francia, Italia, Olanda e Austria. Questi paesi rappresentano più del 70% del Pil di Eurolandia. Quindi tutta l'eurozona può essere considerata a rischio di violazione dei fondamenti di stabilità monetaria. Ma gli allarmi "tecnici" della Commissione devono venire confermati dal gruppo Ecofin (cioé il tavolo che riunisce i ministri economici degli europaesi) per poter trasformarsi in fatti "politici", cioé rilevanti. Ed il fatto grave é che, su questo tema, "cane non mangia cane". Poiché i governi hanno interesse a mantenere una certa flessibilità di deficit in quanto ciò permette loro di procrastinare le difficilissime riforme di efficienza degli Stati sociali, allora diventano complici l'uno dell'altro per nascondere la violazione. In una precedente riunione dell'Ecofin é toccato all'Italia trovarsi sotto esame. L'insostenibilità dei conti pubblici presentati era talmente evidente da rendere impossibile, perfino nel clima di complicità detto, il chiudere un occhio. Tuttavia Ciampi se l'é cavata solo con una ramanzina e con l'umiliante richiesta di raccontare meno bugie quando stila i bilanci previsionali dello Stato, dove ha il vizietto di gonfiare artificialmente il Pil futuro per nascondere gli squilibri della finanza pubblica. Infatti, qualche giuorno fa, ha corretto la crescita del Pil attesa nel 1999 da sopra il 2% ad un più realistico 1,5%. Gli altri paesi inadempienti non avranno manco questa piccola rampogna, a parte qualche parola per far finta di essere rigorosi di fronte ad osservatori costernati, nel mercato, del come gli eurogoverni di sinistra aggirino allegramente gli impegni fondativi che si sono dati.

Per alcuni lettori potrebbe essere difficile cogliere la rilevanza della questione. In effetti non é tra le più facili. Il punto é che l'euro é una moneta unica a cui non corrisponde un governo altrettanto unitario tra i paesi che lo adottano. Non c'é, a tale scala, alcun precedente nella storia. Il resto del mondo vuol capire se questo nuovo animale monetario sia credibile e solido nel tempo oppure no. In assenza di un governo sovranazionale, quelli nazionali devono dimostrare che sono in grado di rispettare una disciplina comune. Se lo fanno, allora l'euro avrà credibilità e non dovrà pagare prezzi aggiuntivi per costruirsela. Se non lo fanno, allora ci sarà un costo notevole per compensare la mancanza di credibilità. Quale prezzo? L'aumento dei tassi oltre il livello che sarebbe necessario in una data contingenza economica e/o politiche monetarie più restrittive. E chi paga tale prezzo? L'economia reale. Che sarebbe sacrificata nei suoi requisiti di sviluppo (tassi minimi e politica monetaria espansiva) per ridare credibilità a quella finanziaria. Anche se lo scenario di valutazione finale della consistenza dell'euromoneta é posposto al 2002 (quando diventerà cartacea) se non oltre questa data, in realtà l'esame é già in atto. Uno Stato fa fatica a tagliare decine di migliaia di miliardi di lire in poco tempo. Quindi, se non si comincia oggi, non é che si possa arrivare al pareggio di bilancio tutto di un colpo. Ed il fatto che i conti pubblici degli europaesi non seguano il ritmo giusto é fatto che tende già adesso comincia ad indebolire la moneta.

Per invertire questa iniziale tendenza gli Stati europei devono dimostrare la loro capacità di tenere sotto controllo la spesa pubblica. In particolare quella pensionistica, sanitaria ed assistenziale in genere che, al momento, appare incontenibile. Costringerli al pareggio di bilancio significa forzarli a fare una buona volta le riforme necessarie. Per esempio, "pareggio di bilancio" nel caso italiano significa dover tagliare circa 60mila miliardi di spesa pubblica all'anno. E' una cifra che non si può ricavare con trucchi contabili come fatto finora. Né si possono alzare le tasse perché sono già arrivate ad un massimo oltre il quale c'é il collasso del sistema economico. Appunto, per ottenere il pareggio bisognerebbe cambiare radicalmente la struttura che crea spreco ed eccesso di assistenzialismo. Ovviamente un governo di sinistra, il cui elettorato tra vantaggi da sprechi e protezionismi, non ha alcuna intenzione di sottostare a questo obbligo e preferisce indebolire l'euro. Ma non calcola che tale indebolimento poi potrebbe, in prospettiva, comportare un rialzo dei tassi che farebbe saltare tutto. Ecco perché, in questa euromateria, arrivare al pareggio significa in realtà vincere la partita.

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Per alcuni lettori potrebbe essere difficile cogliere la rilevanza della questione. In effetti non é tra le più facili. Il punto é che l'euro é una moneta unica a cui non corrisponde un governo altrettanto unitario tra i paesi che lo adottano. Non c'é, a tale scala, alcun precedente nella storia. Il resto del mondo vuol capire se questo nuovo animale monetario sia credibile e solido nel tempo oppure no. In assenza di un governo sovranazionale, quelli nazionali devono dimostrare che sono in grado di rispettare una disciplina comune. Se lo fanno, allora l'euro avrà credibilità e non dovrà pagare prezzi aggiuntivi per costruirsela. Se non lo fanno, allora ci sarà un costo notevole per compensare la mancanza di credibilità. Quale prezzo? L'aumento dei tassi oltre il livello che sarebbe necessario in una data contingenza economica e/o politiche monetarie più restrittive. E chi paga tale prezzo? L'economia reale. Che sarebbe sacrificata nei suoi requisiti di sviluppo (tassi minimi e politica monetaria espansiva) per ridare credibilità a quella finanziaria. Anche se lo scenario di valutazione finale della consistenza dell'euromoneta é posposto al 2002 (quando diventerà cartacea) se non oltre questa data, in realtà l'esame é già in atto. Uno Stato fa fatica a tagliare decine di migliaia di miliardi di lire in poco tempo. Quindi, se non si comincia oggi, non é che si possa arrivare al pareggio di bilancio tutto di un colpo. Ed il fatto che i conti pubblici degli europaesi non seguano il ritmo giusto é fatto che tende già adesso comincia ad indebolire la moneta.

Per invertire questa iniziale tendenza gli Stati europei devono dimostrare la loro capacità di tenere sotto controllo la spesa pubblica. In particolare quella pensionistica, sanitaria ed assistenziale in genere che, al momento, appare incontenibile. Costringerli al pareggio di bilancio significa forzarli a fare una buona volta le riforme necessarie. Per esempio, "pareggio di bilancio" nel caso italiano significa dover tagliare circa 60mila miliardi di spesa pubblica all'anno. E' una cifra che non si può ricavare con trucchi contabili come fatto finora. Né si possono alzare le tasse perché sono già arrivate ad un massimo oltre il quale c'é il collasso del sistema economico. Appunto, per ottenere il pareggio bisognerebbe cambiare radicalmente la struttura che crea spreco ed eccesso di assistenzialismo. Ovviamente un governo di sinistra, il cui elettorato tra vantaggi da sprechi e protezionismi, non ha alcuna intenzione di sottostare a questo obbligo e preferisce indebolire l'euro. Ma non calcola che tale indebolimento poi potrebbe, in prospettiva, comportare un rialzo dei tassi che farebbe saltare tutto. Ecco perché, in questa euromateria, arrivare al pareggio significa in realtà vincere la partita.

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Per alcuni lettori potrebbe essere difficile cogliere la rilevanza della questione. In effetti non é tra le più facili. Il punto é che l'euro é una moneta unica a cui non corrisponde un governo altrettanto unitario tra i paesi che lo adottano. Non c'é, a tale scala, alcun precedente nella storia. Il resto del mondo vuol capire se questo nuovo animale monetario sia credibile e solido nel tempo oppure no. In assenza di un governo sovranazionale, quelli nazionali devono dimostrare che sono in grado di rispettare una disciplina comune. Se lo fanno, allora l'euro avrà credibilità e non dovrà pagare prezzi aggiuntivi per costruirsela. Se non lo fanno, allora ci sarà un costo notevole per compensare la mancanza di credibilità. Quale prezzo? L'aumento dei tassi oltre il livello che sarebbe necessario in una data contingenza economica e/o politiche monetarie più restrittive. E chi paga tale prezzo? L'economia reale. Che sarebbe sacrificata nei suoi requisiti di sviluppo (tassi minimi e politica monetaria espansiva) per ridare credibilità a quella finanziaria. Anche se lo scenario di valutazione finale della consistenza dell'euromoneta é posposto al 2002 (quando diventerà cartacea) se non oltre questa data, in realtà l'esame é già in atto. Uno Stato fa fatica a tagliare decine di migliaia di miliardi di lire in poco tempo. Quindi, se non si comincia oggi, non é che si possa arrivare al pareggio di bilancio tutto di un colpo. Ed il fatto che i conti pubblici degli europaesi non seguano il ritmo giusto é fatto che tende già adesso comincia ad indebolire la moneta.

Per invertire questa iniziale tendenza gli Stati europei devono dimostrare la loro capacità di tenere sotto controllo la spesa pubblica. In particolare quella pensionistica, sanitaria ed assistenziale in genere che, al momento, appare incontenibile. Costringerli al pareggio di bilancio significa forzarli a fare una buona volta le riforme necessarie. Per esempio, "pareggio di bilancio" nel caso italiano significa dover tagliare circa 60mila miliardi di spesa pubblica all'anno. E' una cifra che non si può ricavare con trucchi contabili come fatto finora. Né si possono alzare le tasse perché sono già arrivate ad un massimo oltre il quale c'é il collasso del sistema economico. Appunto, per ottenere il pareggio bisognerebbe cambiare radicalmente la struttura che crea spreco ed eccesso di assistenzialismo. Ovviamente un governo di sinistra, il cui elettorato tra vantaggi da sprechi e protezionismi, non ha alcuna intenzione di sottostare a questo obbligo e preferisce indebolire l'euro. Ma non calcola che tale indebolimento poi potrebbe, in prospettiva, comportare un rialzo dei tassi che farebbe saltare tutto. Ecco perché, in questa euromateria, arrivare al pareggio significa in realtà vincere la partita.

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Carlo A. Pelanda
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1999-3-15

15/3/1999

C'è un eurocampionato dove chi pareggia vince

La credibilità della moneta unica, indipendentemente dalle sue oscillazioni contingenti, è determinata dal rispetto della promessa fatta dagli eurogoverni di arrivare al pareggio di bilancio entro il 2002. Va detto che tale promessa ha una forma ambigua. Mentre ha forza di trattato internazionale il "patto di stabilità" (firmato nel giugno 1997 ad Amsterdam) che obbliga i singoli paesi a contenere il deficit annuo entro la soglia del 3% del Pil, l'impegno di portare i conti di ogni Stato in equilibrio nei prossimi tre anni ha una natura formale meno vincolante, cioé quella di "impegno programmatico". Ed i paesi europei, per lo più governati dalla sinistra, stanno di fatto prendendo una strada che renderà impossibile rispettare la promessa di pareggio di bilancio e che, perfino, troverà difficile stare entro i termini del limite del 3%. Infatti la Commissione Europea ha espresso allarme per l'andamento tendenziale dei conti pubblici di: Germania, Francia, Italia, Olanda e Austria. Questi paesi rappresentano più del 70% del Pil di Eurolandia. Quindi tutta l'eurozona può essere considerata a rischio di violazione dei fondamenti di stabilità monetaria. Ma gli allarmi "tecnici" della Commissione devono venire confermati dal gruppo Ecofin (cioé il tavolo che riunisce i ministri economici degli europaesi) per poter trasformarsi in fatti "politici", cioé rilevanti. Ed il fatto grave é che, su questo tema, "cane non mangia cane". Poiché i governi hanno interesse a mantenere una certa flessibilità di deficit in quanto ciò permette loro di procrastinare le difficilissime riforme di efficienza degli Stati sociali, allora diventano complici l'uno dell'altro per nascondere la violazione. In una precedente riunione dell'Ecofin é toccato all'Italia trovarsi sotto esame. L'insostenibilità dei conti pubblici presentati era talmente evidente da rendere impossibile, perfino nel clima di complicità detto, il chiudere un occhio. Tuttavia Ciampi se l'é cavata solo con una ramanzina e con l'umiliante richiesta di raccontare meno bugie quando stila i bilanci previsionali dello Stato, dove ha il vizietto di gonfiare artificialmente il Pil futuro per nascondere gli squilibri della finanza pubblica. Infatti, qualche giuorno fa, ha corretto la crescita del Pil attesa nel 1999 da sopra il 2% ad un più realistico 1,5%. Gli altri paesi inadempienti non avranno manco questa piccola rampogna, a parte qualche parola per far finta di essere rigorosi di fronte ad osservatori costernati, nel mercato, del come gli eurogoverni di sinistra aggirino allegramente gli impegni fondativi che si sono dati.

Per alcuni lettori potrebbe essere difficile cogliere la rilevanza della questione. In effetti non é tra le più facili. Il punto é che l'euro é una moneta unica a cui non corrisponde un governo altrettanto unitario tra i paesi che lo adottano. Non c'é, a tale scala, alcun precedente nella storia. Il resto del mondo vuol capire se questo nuovo animale monetario sia credibile e solido nel tempo oppure no. In assenza di un governo sovranazionale, quelli nazionali devono dimostrare che sono in grado di rispettare una disciplina comune. Se lo fanno, allora l'euro avrà credibilità e non dovrà pagare prezzi aggiuntivi per costruirsela. Se non lo fanno, allora ci sarà un costo notevole per compensare la mancanza di credibilità. Quale prezzo? L'aumento dei tassi oltre il livello che sarebbe necessario in una data contingenza economica e/o politiche monetarie più restrittive. E chi paga tale prezzo? L'economia reale. Che sarebbe sacrificata nei suoi requisiti di sviluppo (tassi minimi e politica monetaria espansiva) per ridare credibilità a quella finanziaria. Anche se lo scenario di valutazione finale della consistenza dell'euromoneta é posposto al 2002 (quando diventerà cartacea) se non oltre questa data, in realtà l'esame é già in atto. Uno Stato fa fatica a tagliare decine di migliaia di miliardi di lire in poco tempo. Quindi, se non si comincia oggi, non é che si possa arrivare al pareggio di bilancio tutto di un colpo. Ed il fatto che i conti pubblici degli europaesi non seguano il ritmo giusto é fatto che tende già adesso comincia ad indebolire la moneta.

Per invertire questa iniziale tendenza gli Stati europei devono dimostrare la loro capacità di tenere sotto controllo la spesa pubblica. In particolare quella pensionistica, sanitaria ed assistenziale in genere che, al momento, appare incontenibile. Costringerli al pareggio di bilancio significa forzarli a fare una buona volta le riforme necessarie. Per esempio, "pareggio di bilancio" nel caso italiano significa dover tagliare circa 60mila miliardi di spesa pubblica all'anno. E' una cifra che non si può ricavare con trucchi contabili come fatto finora. Né si possono alzare le tasse perché sono già arrivate ad un massimo oltre il quale c'é il collasso del sistema economico. Appunto, per ottenere il pareggio bisognerebbe cambiare radicalmente la struttura che crea spreco ed eccesso di assistenzialismo. Ovviamente un governo di sinistra, il cui elettorato tra vantaggi da sprechi e protezionismi, non ha alcuna intenzione di sottostare a questo obbligo e preferisce indebolire l'euro. Ma non calcola che tale indebolimento poi potrebbe, in prospettiva, comportare un rialzo dei tassi che farebbe saltare tutto. Ecco perché, in questa euromateria, arrivare al pareggio significa in realtà vincere la partita.

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