Dall'inizio dell'anno il prezzo del petrolio e' raddoppiato. E continua a salire. Attualmente oscilla attorno ai 24 dollari. Era poco sopra i 10 nel gennaio 1999. C'e' il rischio che questa impennata scassi le economie americana ed europea nonostante la loro capacita' di tenere sotto controllo l'inflazione. Riportare il prezzo del petrolio a maggiore moderazione non e' tanto una questione economica quanto di politica internazionale.

Vediamo, prima, il problema. L'ultimo dato, di agosto, sull'aumento dei prezzi negli Stati Uniti mostra che - esclusi quelli volatili dell'energia e dei prodotti alimentari - questi sono saliti solo dello 0,1%. Cio' vuol dire che il sistema economico americano riesce a crescere senza inflazione strutturale (core inflation). Infatti questa e' al minimo storico dal 1966 in poi. Ma se aggiungiamo alla figura l'aumento dei prodotti petroliferi, allora l'inflazione e' maggiore. E cio' crea il paradosso di costringere l'autorita' monetaria, per altro gia' eccessivamente ansiosa al riguardo del rischio inflazionistico, a predisporsi ad aumentare i tassi monetari e, cosi', raffreddare l'economia mentre questa dimostra di saper crescere senza, pur in fase di piena occupazione, creare tensioni eccessive dei prezzi. Il mercato finanziario teme il rialzo dei tassi e cio comporta un declino dei valori borsisitici in America e, per effetto domino, nel resto del mondo. Tale fenomeno a sua volta rischia di impattare sull'economia reale planetaria rallentandola proprio nel momento in cui si sta riprendendo dalla crisi del 1997-98. Tale quadro e' ancor piu' preoccupante in Europa. L'economia e' meno efficiente e cio' comporta che l'inflazione strutturale sia meno domata che in America. Negli anni recenti e' stata molto bassa piu' per assenza di crescita che non per virtu'. Ma ora, anche se lentamente, si rimette a crescere. Quindi c'e' il rischio di avere una maggiore inflazione strutturale combinata con quella generata contingentemente dall'aumento del petrolio. Con la complicazione che il suo prezzo e' definito in dollari. Per favorire le esportazioni dell'eurozona, la Bce tiene i bassi i tassi dell'euro anche se la principale leva di compressione del suo valore dipende dal fatto che l'economia europea e' asfittica e non attrae gli investimenti. Comunque, i tassi monetari minimi favoriscono il credito alle imprese e, quindi, la crescita. Ma se l'inflazione sale trainata da un incontrollato rialzo del petrolio prima o poi la Bce dovra' rialzare i tassi per limitarla. E togliendo liquidita' al mercato rischiera' di interrompere la pur poca e tanto sospirata ripresa europea.

Il prezzo del petrolio sale perche' il cartello dei paesi produttori (Opec) si e' messo d'accordo di venderne di meno e quindi di renderlo piu' prezioso. Da una parte questa mossa ha senso. Negli ultimi anni il prezzo e' arrivato troppo in basso e cio' ha creato delle crisi finanziarie nei paesi produttori, Russia, Messico, Venezuela, e ridotto gli introiti di altri che dipendono quasi esclusivamente dalle rendite petrolifere, quali i paesi arabi, l'Iran, la Nigeria, ecc. E' utile anche per l'economia planetaria generale che questi paesi mantengano un certo buon reddito. Ma adesso il cartello ha esagerato nella direzione opposta riducendo troppo l'offerta di greggio, tra l'altro in un momento in cui la domanda di petrolio torna ad aumentare. La questione e' politica. Stabilito che possiamo accettare un prezzo equo, cioe' sostenibile dai paesi produttori di petrolio, d'altra parte non possiamo lasciarli liberi di andare troppo oltre. Tale prezzo equo - cioe' remunerativo per i produttori e non problematico per i consumatori - dovrebbe oscillare tra i 14 e i 18 dollari al barile. Tutto quello che c'e' in piu' diventa una tassa odiosa che dobbiamo pagare a paesi per lo piu' non democratici, incapaci di evolvere dall'economia primitiva delle materie prime a quella industriale piu' evoluta e che, in piu', si permettono di creare un monopolio di fatto mentre il mercato globale basa la sua crescita sulla possibilita' di abolirli piu' e prima possibile. Per dirla secca, non ho alcuna intenzione di accettare piu' disoccupazione in Italia affinche' lo sceicco - grazie ai maggiori introiti petroliferi - faccia la bella vita a Montecarlo o finanzi piu' terroristi islamici. Mentre posso accettare un sforzo in piu' affinche', per esempio, il programma di alfabetizzazione in Messico trovi piu' denari petroliferi per essere realizzato, entro la misura di prezzo detta sopra. Come mai i governi occidentali, pur avendo fatto la guerra contro l'Irak proprio per difendere il basso prezzo del petrolio, ora stanno zitti? Non lo so - e dobbiamo approfondire - ma e' certamente ora di mandare all'Opec un messaggio forte.

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Vediamo, prima, il problema. L'ultimo dato, di agosto, sull'aumento dei prezzi negli Stati Uniti mostra che - esclusi quelli volatili dell'energia e dei prodotti alimentari - questi sono saliti solo dello 0,1%. Cio' vuol dire che il sistema economico americano riesce a crescere senza inflazione strutturale (core inflation). Infatti questa e' al minimo storico dal 1966 in poi. Ma se aggiungiamo alla figura l'aumento dei prodotti petroliferi, allora l'inflazione e' maggiore. E cio' crea il paradosso di costringere l'autorita' monetaria, per altro gia' eccessivamente ansiosa al riguardo del rischio inflazionistico, a predisporsi ad aumentare i tassi monetari e, cosi', raffreddare l'economia mentre questa dimostra di saper crescere senza, pur in fase di piena occupazione, creare tensioni eccessive dei prezzi. Il mercato finanziario teme il rialzo dei tassi e cio comporta un declino dei valori borsisitici in America e, per effetto domino, nel resto del mondo. Tale fenomeno a sua volta rischia di impattare sull'economia reale planetaria rallentandola proprio nel momento in cui si sta riprendendo dalla crisi del 1997-98. Tale quadro e' ancor piu' preoccupante in Europa. L'economia e' meno efficiente e cio' comporta che l'inflazione strutturale sia meno domata che in America. Negli anni recenti e' stata molto bassa piu' per assenza di crescita che non per virtu'. Ma ora, anche se lentamente, si rimette a crescere. Quindi c'e' il rischio di avere una maggiore inflazione strutturale combinata con quella generata contingentemente dall'aumento del petrolio. Con la complicazione che il suo prezzo e' definito in dollari. Per favorire le esportazioni dell'eurozona, la Bce tiene i bassi i tassi dell'euro anche se la principale leva di compressione del suo valore dipende dal fatto che l'economia europea e' asfittica e non attrae gli investimenti. Comunque, i tassi monetari minimi favoriscono il credito alle imprese e, quindi, la crescita. Ma se l'inflazione sale trainata da un incontrollato rialzo del petrolio prima o poi la Bce dovra' rialzare i tassi per limitarla. E togliendo liquidita' al mercato rischiera' di interrompere la pur poca e tanto sospirata ripresa europea.

Il prezzo del petrolio sale perche' il cartello dei paesi produttori (Opec) si e' messo d'accordo di venderne di meno e quindi di renderlo piu' prezioso. Da una parte questa mossa ha senso. Negli ultimi anni il prezzo e' arrivato troppo in basso e cio' ha creato delle crisi finanziarie nei paesi produttori, Russia, Messico, Venezuela, e ridotto gli introiti di altri che dipendono quasi esclusivamente dalle rendite petrolifere, quali i paesi arabi, l'Iran, la Nigeria, ecc. E' utile anche per l'economia planetaria generale che questi paesi mantengano un certo buon reddito. Ma adesso il cartello ha esagerato nella direzione opposta riducendo troppo l'offerta di greggio, tra l'altro in un momento in cui la domanda di petrolio torna ad aumentare. La questione e' politica. Stabilito che possiamo accettare un prezzo equo, cioe' sostenibile dai paesi produttori di petrolio, d'altra parte non possiamo lasciarli liberi di andare troppo oltre. Tale prezzo equo - cioe' remunerativo per i produttori e non problematico per i consumatori - dovrebbe oscillare tra i 14 e i 18 dollari al barile. Tutto quello che c'e' in piu' diventa una tassa odiosa che dobbiamo pagare a paesi per lo piu' non democratici, incapaci di evolvere dall'economia primitiva delle materie prime a quella industriale piu' evoluta e che, in piu', si permettono di creare un monopolio di fatto mentre il mercato globale basa la sua crescita sulla possibilita' di abolirli piu' e prima possibile. Per dirla secca, non ho alcuna intenzione di accettare piu' disoccupazione in Italia affinche' lo sceicco - grazie ai maggiori introiti petroliferi - faccia la bella vita a Montecarlo o finanzi piu' terroristi islamici. Mentre posso accettare un sforzo in piu' affinche', per esempio, il programma di alfabetizzazione in Messico trovi piu' denari petroliferi per essere realizzato, entro la misura di prezzo detta sopra. Come mai i governi occidentali, pur avendo fatto la guerra contro l'Irak proprio per difendere il basso prezzo del petrolio, ora stanno zitti? Non lo so - e dobbiamo approfondire - ma e' certamente ora di mandare all'Opec un messaggio forte.

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Vediamo, prima, il problema. L'ultimo dato, di agosto, sull'aumento dei prezzi negli Stati Uniti mostra che - esclusi quelli volatili dell'energia e dei prodotti alimentari - questi sono saliti solo dello 0,1%. Cio' vuol dire che il sistema economico americano riesce a crescere senza inflazione strutturale (core inflation). Infatti questa e' al minimo storico dal 1966 in poi. Ma se aggiungiamo alla figura l'aumento dei prodotti petroliferi, allora l'inflazione e' maggiore. E cio' crea il paradosso di costringere l'autorita' monetaria, per altro gia' eccessivamente ansiosa al riguardo del rischio inflazionistico, a predisporsi ad aumentare i tassi monetari e, cosi', raffreddare l'economia mentre questa dimostra di saper crescere senza, pur in fase di piena occupazione, creare tensioni eccessive dei prezzi. Il mercato finanziario teme il rialzo dei tassi e cio comporta un declino dei valori borsisitici in America e, per effetto domino, nel resto del mondo. Tale fenomeno a sua volta rischia di impattare sull'economia reale planetaria rallentandola proprio nel momento in cui si sta riprendendo dalla crisi del 1997-98. Tale quadro e' ancor piu' preoccupante in Europa. L'economia e' meno efficiente e cio' comporta che l'inflazione strutturale sia meno domata che in America. Negli anni recenti e' stata molto bassa piu' per assenza di crescita che non per virtu'. Ma ora, anche se lentamente, si rimette a crescere. Quindi c'e' il rischio di avere una maggiore inflazione strutturale combinata con quella generata contingentemente dall'aumento del petrolio. Con la complicazione che il suo prezzo e' definito in dollari. Per favorire le esportazioni dell'eurozona, la Bce tiene i bassi i tassi dell'euro anche se la principale leva di compressione del suo valore dipende dal fatto che l'economia europea e' asfittica e non attrae gli investimenti. Comunque, i tassi monetari minimi favoriscono il credito alle imprese e, quindi, la crescita. Ma se l'inflazione sale trainata da un incontrollato rialzo del petrolio prima o poi la Bce dovra' rialzare i tassi per limitarla. E togliendo liquidita' al mercato rischiera' di interrompere la pur poca e tanto sospirata ripresa europea.

Il prezzo del petrolio sale perche' il cartello dei paesi produttori (Opec) si e' messo d'accordo di venderne di meno e quindi di renderlo piu' prezioso. Da una parte questa mossa ha senso. Negli ultimi anni il prezzo e' arrivato troppo in basso e cio' ha creato delle crisi finanziarie nei paesi produttori, Russia, Messico, Venezuela, e ridotto gli introiti di altri che dipendono quasi esclusivamente dalle rendite petrolifere, quali i paesi arabi, l'Iran, la Nigeria, ecc. E' utile anche per l'economia planetaria generale che questi paesi mantengano un certo buon reddito. Ma adesso il cartello ha esagerato nella direzione opposta riducendo troppo l'offerta di greggio, tra l'altro in un momento in cui la domanda di petrolio torna ad aumentare. La questione e' politica. Stabilito che possiamo accettare un prezzo equo, cioe' sostenibile dai paesi produttori di petrolio, d'altra parte non possiamo lasciarli liberi di andare troppo oltre. Tale prezzo equo - cioe' remunerativo per i produttori e non problematico per i consumatori - dovrebbe oscillare tra i 14 e i 18 dollari al barile. Tutto quello che c'e' in piu' diventa una tassa odiosa che dobbiamo pagare a paesi per lo piu' non democratici, incapaci di evolvere dall'economia primitiva delle materie prime a quella industriale piu' evoluta e che, in piu', si permettono di creare un monopolio di fatto mentre il mercato globale basa la sua crescita sulla possibilita' di abolirli piu' e prima possibile. Per dirla secca, non ho alcuna intenzione di accettare piu' disoccupazione in Italia affinche' lo sceicco - grazie ai maggiori introiti petroliferi - faccia la bella vita a Montecarlo o finanzi piu' terroristi islamici. Mentre posso accettare un sforzo in piu' affinche', per esempio, il programma di alfabetizzazione in Messico trovi piu' denari petroliferi per essere realizzato, entro la misura di prezzo detta sopra. Come mai i governi occidentali, pur avendo fatto la guerra contro l'Irak proprio per difendere il basso prezzo del petrolio, ora stanno zitti? Non lo so - e dobbiamo approfondire - ma e' certamente ora di mandare all'Opec un messaggio forte.

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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

1999-9-16

16/9/1999

Se non diamo una calmata all'Opec rischiamo seri guai economici

Dall'inizio dell'anno il prezzo del petrolio e' raddoppiato. E continua a salire. Attualmente oscilla attorno ai 24 dollari. Era poco sopra i 10 nel gennaio 1999. C'e' il rischio che questa impennata scassi le economie americana ed europea nonostante la loro capacita' di tenere sotto controllo l'inflazione. Riportare il prezzo del petrolio a maggiore moderazione non e' tanto una questione economica quanto di politica internazionale.

Vediamo, prima, il problema. L'ultimo dato, di agosto, sull'aumento dei prezzi negli Stati Uniti mostra che - esclusi quelli volatili dell'energia e dei prodotti alimentari - questi sono saliti solo dello 0,1%. Cio' vuol dire che il sistema economico americano riesce a crescere senza inflazione strutturale (core inflation). Infatti questa e' al minimo storico dal 1966 in poi. Ma se aggiungiamo alla figura l'aumento dei prodotti petroliferi, allora l'inflazione e' maggiore. E cio' crea il paradosso di costringere l'autorita' monetaria, per altro gia' eccessivamente ansiosa al riguardo del rischio inflazionistico, a predisporsi ad aumentare i tassi monetari e, cosi', raffreddare l'economia mentre questa dimostra di saper crescere senza, pur in fase di piena occupazione, creare tensioni eccessive dei prezzi. Il mercato finanziario teme il rialzo dei tassi e cio comporta un declino dei valori borsisitici in America e, per effetto domino, nel resto del mondo. Tale fenomeno a sua volta rischia di impattare sull'economia reale planetaria rallentandola proprio nel momento in cui si sta riprendendo dalla crisi del 1997-98. Tale quadro e' ancor piu' preoccupante in Europa. L'economia e' meno efficiente e cio' comporta che l'inflazione strutturale sia meno domata che in America. Negli anni recenti e' stata molto bassa piu' per assenza di crescita che non per virtu'. Ma ora, anche se lentamente, si rimette a crescere. Quindi c'e' il rischio di avere una maggiore inflazione strutturale combinata con quella generata contingentemente dall'aumento del petrolio. Con la complicazione che il suo prezzo e' definito in dollari. Per favorire le esportazioni dell'eurozona, la Bce tiene i bassi i tassi dell'euro anche se la principale leva di compressione del suo valore dipende dal fatto che l'economia europea e' asfittica e non attrae gli investimenti. Comunque, i tassi monetari minimi favoriscono il credito alle imprese e, quindi, la crescita. Ma se l'inflazione sale trainata da un incontrollato rialzo del petrolio prima o poi la Bce dovra' rialzare i tassi per limitarla. E togliendo liquidita' al mercato rischiera' di interrompere la pur poca e tanto sospirata ripresa europea.

Il prezzo del petrolio sale perche' il cartello dei paesi produttori (Opec) si e' messo d'accordo di venderne di meno e quindi di renderlo piu' prezioso. Da una parte questa mossa ha senso. Negli ultimi anni il prezzo e' arrivato troppo in basso e cio' ha creato delle crisi finanziarie nei paesi produttori, Russia, Messico, Venezuela, e ridotto gli introiti di altri che dipendono quasi esclusivamente dalle rendite petrolifere, quali i paesi arabi, l'Iran, la Nigeria, ecc. E' utile anche per l'economia planetaria generale che questi paesi mantengano un certo buon reddito. Ma adesso il cartello ha esagerato nella direzione opposta riducendo troppo l'offerta di greggio, tra l'altro in un momento in cui la domanda di petrolio torna ad aumentare. La questione e' politica. Stabilito che possiamo accettare un prezzo equo, cioe' sostenibile dai paesi produttori di petrolio, d'altra parte non possiamo lasciarli liberi di andare troppo oltre. Tale prezzo equo - cioe' remunerativo per i produttori e non problematico per i consumatori - dovrebbe oscillare tra i 14 e i 18 dollari al barile. Tutto quello che c'e' in piu' diventa una tassa odiosa che dobbiamo pagare a paesi per lo piu' non democratici, incapaci di evolvere dall'economia primitiva delle materie prime a quella industriale piu' evoluta e che, in piu', si permettono di creare un monopolio di fatto mentre il mercato globale basa la sua crescita sulla possibilita' di abolirli piu' e prima possibile. Per dirla secca, non ho alcuna intenzione di accettare piu' disoccupazione in Italia affinche' lo sceicco - grazie ai maggiori introiti petroliferi - faccia la bella vita a Montecarlo o finanzi piu' terroristi islamici. Mentre posso accettare un sforzo in piu' affinche', per esempio, il programma di alfabetizzazione in Messico trovi piu' denari petroliferi per essere realizzato, entro la misura di prezzo detta sopra. Come mai i governi occidentali, pur avendo fatto la guerra contro l'Irak proprio per difendere il basso prezzo del petrolio, ora stanno zitti? Non lo so - e dobbiamo approfondire - ma e' certamente ora di mandare all'Opec un messaggio forte.

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