La maggior parte degli analisti prevede bel tempo per l'economia globale nel 2000. Alcuni, tuttavia, vedono anche nuove nuvole e tempeste avvicinarsi all'orizzonte.

Valutiamo, prima, la situazione delle tre locomotive mondiali. La crescita americana esce in notevole accelerazione dal 1999 (circa il 5% nell'ultimo trimestre) e con una inflazione che rimane bassa. Nonostante il Giappone sia tuttora in fase di convalescenza dopo la recessione degli anni scorsi, la sua crescita sta riprendendo a tirare quella di tutto il sistema asiatico. L'eurozona, anche se strutturalmente depressa da protezionismi, alte tasse e rigidità sindacali che la rendono poco competitiva, potrà trarre vantaggi esportativi dal miglioramento dell'economia mondiale. Questo volano avrà un riverbero anche su quello dei consumi interni, facendolo girare un po' di più e portando la crescita media del Pil almeno attorno al 2,5%, anche se non a a quel 3% ed oltre profetizzato dai più ottimisti. Non é molto, ma certamente - in prospettiva - molto meglio di adesso. Quanto e fino a quando? Come appena detto l'Europa potrebbe deludere in quanto per crescere molto dovrebbe cambiare il modello politico che ne soffoca l'economia. Non si vedono segni di riforma nonostante le aspettative ottimistiche. L'America sta cumulando squilibri a causa dell'eccesso di crescita in relazione alle altre aree mondiali meno brillanti. Questi potrebbero manifestarsi in forma di crisi improvvisa. Quando? Difficilmente prima dell'autunno del 2000 (epoca delle elezioni presidenziali), ma nei mesi successivi tutto é possibile, con riverberi pesanti sul resto del mondo. Tokyo sta stimolando la crescita interna in modo artificiale, cioé pompando nell'economia denaro pubblico preso a debito. Ma nel 2001 non potrà più farlo perché ha già raggiunto i limiti massimi di deficit. Se per allora non si sarà rimessa in moto l'economia "naturale", allora il rischio di un nuovo flop nipponico (e di nuova depressione in Asia) sarà molto alto. In sintesi, fino all'estate del 2000 il tempo sarà probabilmente sereno, ma subito dopo potrebbero esserci tempeste. Cautela.

Ci sono, poi, nuvole di nuovo tipo. Preoccupa la crescente difficoltà di trovare accordi che facciano girare sempre più veloce la globalizzazione. Sta montando il conflitto tra europei ed americani su molti fronti commerciali, i primi su rigide posizioni protezioniste, i secondi che vogliono liberalizzare solo i settori dove le industrie statunitensi sono più forti delle altre. Un eventuale scontro su questo piano potrebbe rallentare la formazione del mercato globale e, quindi, metterlo in crisi. La probabilità specifica che ciò avvenga é, per fortuna, molto bassa. Ma sta aumentando quella generale di sempre maggiori incomprensioni tra europei ed americani. E ciò apre lo scenario a nuove brutte sorprese. Che potrebbero toccare anche i pilastri più importanti dell'architettura politica che regge il mercato mondiale. Le crisi finanziarie globali del recente passato sono state risolte abbastanza bene perché é stato massimo, anche se non sempre adeguato, il coinvolgimento di garanzia del Fondo monetario internazionale e degli Stati Uniti dietro di questo. Da qualche settimana gli americani segnalano che vorrebbero ridurre l'impegno del Fondo nell'agire come ospedale per tutti i malanni dell'economia finanziaria mondiale. E' un problema squisitamente politico. Temono che la maggiore integrazione degli europei tolga loro il potere di guidare, in posizione di totale dominio, il Fondo. E, per questo, gli americani hanno la tentazione di depotenziare tale strumento internazionale allo scopo di poter essere più liberi di far pesare il loro potere unilaterale in modi informali. Cioé decidere volta per volta, e non su base costante, quali paesi aiutare. Se ciò avvenissse, allora nascerebbe una nuova incertezza nel mercato perché verrebbe a mancare la sicurezza che in caso di grossi di guai c'é il salvatore di ultima istanza. Va detto che é molto improbabile che si verifichi una situazione del genere. Ma non possiamo sottovalutare le prese di posizioni statunitensi nella direzione negativa. Da qui la fonte di nuova incertezza sul piano globale.

Concludiamo con il nostro paese. Qui l'incertezza non é nuova, ma sempre la stessa e con cause ben note. L'Italia é l'economia europea che é andata peggio negli ultimi tre anni. Cresce metà degli altri e tende a fare il doppio di inflazione. Finirà il 1999 con una crescita del Pil attorno ad un - del tutto insufficiente (per fare nuova occupazione) - uno per cento. Probabilmente nel 2000 non cambieranno le cause, prevalentemente politiche, della stagnazione italiana. La maggiore effervescenza dell'economia europea tirerà comunque la nostra e quindi, per aspirazione dall'esterno, si può prevedere che cresceremo un po' di più, forse attorno al 2%, difficile raggiungere il 3% profetizzato dal governo. Servirà a galleggiare, ma non a navigare. E continuerà il degrado del nostro paese, nascosto nei dati governativi, ma non in quelli scientifici: per mancanza di competitività la base industriale del paese si sta riducendo e la povertà é raddoppiata dal 1996 in poi. Evidentemente la politica italiana é come un tappo per lo sviluppo. Il miglior augurio? Agitate tanto la bottiglia, ma tanto, per far saltare questo tappo con un bel botto liberatorio.

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Valutiamo, prima, la situazione delle tre locomotive mondiali. La crescita americana esce in notevole accelerazione dal 1999 (circa il 5% nell'ultimo trimestre) e con una inflazione che rimane bassa. Nonostante il Giappone sia tuttora in fase di convalescenza dopo la recessione degli anni scorsi, la sua crescita sta riprendendo a tirare quella di tutto il sistema asiatico. L'eurozona, anche se strutturalmente depressa da protezionismi, alte tasse e rigidità sindacali che la rendono poco competitiva, potrà trarre vantaggi esportativi dal miglioramento dell'economia mondiale. Questo volano avrà un riverbero anche su quello dei consumi interni, facendolo girare un po' di più e portando la crescita media del Pil almeno attorno al 2,5%, anche se non a a quel 3% ed oltre profetizzato dai più ottimisti. Non é molto, ma certamente - in prospettiva - molto meglio di adesso. Quanto e fino a quando? Come appena detto l'Europa potrebbe deludere in quanto per crescere molto dovrebbe cambiare il modello politico che ne soffoca l'economia. Non si vedono segni di riforma nonostante le aspettative ottimistiche. L'America sta cumulando squilibri a causa dell'eccesso di crescita in relazione alle altre aree mondiali meno brillanti. Questi potrebbero manifestarsi in forma di crisi improvvisa. Quando? Difficilmente prima dell'autunno del 2000 (epoca delle elezioni presidenziali), ma nei mesi successivi tutto é possibile, con riverberi pesanti sul resto del mondo. Tokyo sta stimolando la crescita interna in modo artificiale, cioé pompando nell'economia denaro pubblico preso a debito. Ma nel 2001 non potrà più farlo perché ha già raggiunto i limiti massimi di deficit. Se per allora non si sarà rimessa in moto l'economia "naturale", allora il rischio di un nuovo flop nipponico (e di nuova depressione in Asia) sarà molto alto. In sintesi, fino all'estate del 2000 il tempo sarà probabilmente sereno, ma subito dopo potrebbero esserci tempeste. Cautela.

Ci sono, poi, nuvole di nuovo tipo. Preoccupa la crescente difficoltà di trovare accordi che facciano girare sempre più veloce la globalizzazione. Sta montando il conflitto tra europei ed americani su molti fronti commerciali, i primi su rigide posizioni protezioniste, i secondi che vogliono liberalizzare solo i settori dove le industrie statunitensi sono più forti delle altre. Un eventuale scontro su questo piano potrebbe rallentare la formazione del mercato globale e, quindi, metterlo in crisi. La probabilità specifica che ciò avvenga é, per fortuna, molto bassa. Ma sta aumentando quella generale di sempre maggiori incomprensioni tra europei ed americani. E ciò apre lo scenario a nuove brutte sorprese. Che potrebbero toccare anche i pilastri più importanti dell'architettura politica che regge il mercato mondiale. Le crisi finanziarie globali del recente passato sono state risolte abbastanza bene perché é stato massimo, anche se non sempre adeguato, il coinvolgimento di garanzia del Fondo monetario internazionale e degli Stati Uniti dietro di questo. Da qualche settimana gli americani segnalano che vorrebbero ridurre l'impegno del Fondo nell'agire come ospedale per tutti i malanni dell'economia finanziaria mondiale. E' un problema squisitamente politico. Temono che la maggiore integrazione degli europei tolga loro il potere di guidare, in posizione di totale dominio, il Fondo. E, per questo, gli americani hanno la tentazione di depotenziare tale strumento internazionale allo scopo di poter essere più liberi di far pesare il loro potere unilaterale in modi informali. Cioé decidere volta per volta, e non su base costante, quali paesi aiutare. Se ciò avvenissse, allora nascerebbe una nuova incertezza nel mercato perché verrebbe a mancare la sicurezza che in caso di grossi di guai c'é il salvatore di ultima istanza. Va detto che é molto improbabile che si verifichi una situazione del genere. Ma non possiamo sottovalutare le prese di posizioni statunitensi nella direzione negativa. Da qui la fonte di nuova incertezza sul piano globale.

Concludiamo con il nostro paese. Qui l'incertezza non é nuova, ma sempre la stessa e con cause ben note. L'Italia é l'economia europea che é andata peggio negli ultimi tre anni. Cresce metà degli altri e tende a fare il doppio di inflazione. Finirà il 1999 con una crescita del Pil attorno ad un - del tutto insufficiente (per fare nuova occupazione) - uno per cento. Probabilmente nel 2000 non cambieranno le cause, prevalentemente politiche, della stagnazione italiana. La maggiore effervescenza dell'economia europea tirerà comunque la nostra e quindi, per aspirazione dall'esterno, si può prevedere che cresceremo un po' di più, forse attorno al 2%, difficile raggiungere il 3% profetizzato dal governo. Servirà a galleggiare, ma non a navigare. E continuerà il degrado del nostro paese, nascosto nei dati governativi, ma non in quelli scientifici: per mancanza di competitività la base industriale del paese si sta riducendo e la povertà é raddoppiata dal 1996 in poi. Evidentemente la politica italiana é come un tappo per lo sviluppo. Il miglior augurio? Agitate tanto la bottiglia, ma tanto, per far saltare questo tappo con un bel botto liberatorio.

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Valutiamo, prima, la situazione delle tre locomotive mondiali. La crescita americana esce in notevole accelerazione dal 1999 (circa il 5% nell'ultimo trimestre) e con una inflazione che rimane bassa. Nonostante il Giappone sia tuttora in fase di convalescenza dopo la recessione degli anni scorsi, la sua crescita sta riprendendo a tirare quella di tutto il sistema asiatico. L'eurozona, anche se strutturalmente depressa da protezionismi, alte tasse e rigidità sindacali che la rendono poco competitiva, potrà trarre vantaggi esportativi dal miglioramento dell'economia mondiale. Questo volano avrà un riverbero anche su quello dei consumi interni, facendolo girare un po' di più e portando la crescita media del Pil almeno attorno al 2,5%, anche se non a a quel 3% ed oltre profetizzato dai più ottimisti. Non é molto, ma certamente - in prospettiva - molto meglio di adesso. Quanto e fino a quando? Come appena detto l'Europa potrebbe deludere in quanto per crescere molto dovrebbe cambiare il modello politico che ne soffoca l'economia. Non si vedono segni di riforma nonostante le aspettative ottimistiche. L'America sta cumulando squilibri a causa dell'eccesso di crescita in relazione alle altre aree mondiali meno brillanti. Questi potrebbero manifestarsi in forma di crisi improvvisa. Quando? Difficilmente prima dell'autunno del 2000 (epoca delle elezioni presidenziali), ma nei mesi successivi tutto é possibile, con riverberi pesanti sul resto del mondo. Tokyo sta stimolando la crescita interna in modo artificiale, cioé pompando nell'economia denaro pubblico preso a debito. Ma nel 2001 non potrà più farlo perché ha già raggiunto i limiti massimi di deficit. Se per allora non si sarà rimessa in moto l'economia "naturale", allora il rischio di un nuovo flop nipponico (e di nuova depressione in Asia) sarà molto alto. In sintesi, fino all'estate del 2000 il tempo sarà probabilmente sereno, ma subito dopo potrebbero esserci tempeste. Cautela.

Ci sono, poi, nuvole di nuovo tipo. Preoccupa la crescente difficoltà di trovare accordi che facciano girare sempre più veloce la globalizzazione. Sta montando il conflitto tra europei ed americani su molti fronti commerciali, i primi su rigide posizioni protezioniste, i secondi che vogliono liberalizzare solo i settori dove le industrie statunitensi sono più forti delle altre. Un eventuale scontro su questo piano potrebbe rallentare la formazione del mercato globale e, quindi, metterlo in crisi. La probabilità specifica che ciò avvenga é, per fortuna, molto bassa. Ma sta aumentando quella generale di sempre maggiori incomprensioni tra europei ed americani. E ciò apre lo scenario a nuove brutte sorprese. Che potrebbero toccare anche i pilastri più importanti dell'architettura politica che regge il mercato mondiale. Le crisi finanziarie globali del recente passato sono state risolte abbastanza bene perché é stato massimo, anche se non sempre adeguato, il coinvolgimento di garanzia del Fondo monetario internazionale e degli Stati Uniti dietro di questo. Da qualche settimana gli americani segnalano che vorrebbero ridurre l'impegno del Fondo nell'agire come ospedale per tutti i malanni dell'economia finanziaria mondiale. E' un problema squisitamente politico. Temono che la maggiore integrazione degli europei tolga loro il potere di guidare, in posizione di totale dominio, il Fondo. E, per questo, gli americani hanno la tentazione di depotenziare tale strumento internazionale allo scopo di poter essere più liberi di far pesare il loro potere unilaterale in modi informali. Cioé decidere volta per volta, e non su base costante, quali paesi aiutare. Se ciò avvenissse, allora nascerebbe una nuova incertezza nel mercato perché verrebbe a mancare la sicurezza che in caso di grossi di guai c'é il salvatore di ultima istanza. Va detto che é molto improbabile che si verifichi una situazione del genere. Ma non possiamo sottovalutare le prese di posizioni statunitensi nella direzione negativa. Da qui la fonte di nuova incertezza sul piano globale.

Concludiamo con il nostro paese. Qui l'incertezza non é nuova, ma sempre la stessa e con cause ben note. L'Italia é l'economia europea che é andata peggio negli ultimi tre anni. Cresce metà degli altri e tende a fare il doppio di inflazione. Finirà il 1999 con una crescita del Pil attorno ad un - del tutto insufficiente (per fare nuova occupazione) - uno per cento. Probabilmente nel 2000 non cambieranno le cause, prevalentemente politiche, della stagnazione italiana. La maggiore effervescenza dell'economia europea tirerà comunque la nostra e quindi, per aspirazione dall'esterno, si può prevedere che cresceremo un po' di più, forse attorno al 2%, difficile raggiungere il 3% profetizzato dal governo. Servirà a galleggiare, ma non a navigare. E continuerà il degrado del nostro paese, nascosto nei dati governativi, ma non in quelli scientifici: per mancanza di competitività la base industriale del paese si sta riducendo e la povertà é raddoppiata dal 1996 in poi. Evidentemente la politica italiana é come un tappo per lo sviluppo. Il miglior augurio? Agitate tanto la bottiglia, ma tanto, per far saltare questo tappo con un bel botto liberatorio.

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L' Arena

1999-12-21

21/12/1999

Il barometro economico 2000 indica bel tempo fino all'estate, ma rischio di tempeste dopo

La maggior parte degli analisti prevede bel tempo per l'economia globale nel 2000. Alcuni, tuttavia, vedono anche nuove nuvole e tempeste avvicinarsi all'orizzonte.

Valutiamo, prima, la situazione delle tre locomotive mondiali. La crescita americana esce in notevole accelerazione dal 1999 (circa il 5% nell'ultimo trimestre) e con una inflazione che rimane bassa. Nonostante il Giappone sia tuttora in fase di convalescenza dopo la recessione degli anni scorsi, la sua crescita sta riprendendo a tirare quella di tutto il sistema asiatico. L'eurozona, anche se strutturalmente depressa da protezionismi, alte tasse e rigidità sindacali che la rendono poco competitiva, potrà trarre vantaggi esportativi dal miglioramento dell'economia mondiale. Questo volano avrà un riverbero anche su quello dei consumi interni, facendolo girare un po' di più e portando la crescita media del Pil almeno attorno al 2,5%, anche se non a a quel 3% ed oltre profetizzato dai più ottimisti. Non é molto, ma certamente - in prospettiva - molto meglio di adesso. Quanto e fino a quando? Come appena detto l'Europa potrebbe deludere in quanto per crescere molto dovrebbe cambiare il modello politico che ne soffoca l'economia. Non si vedono segni di riforma nonostante le aspettative ottimistiche. L'America sta cumulando squilibri a causa dell'eccesso di crescita in relazione alle altre aree mondiali meno brillanti. Questi potrebbero manifestarsi in forma di crisi improvvisa. Quando? Difficilmente prima dell'autunno del 2000 (epoca delle elezioni presidenziali), ma nei mesi successivi tutto é possibile, con riverberi pesanti sul resto del mondo. Tokyo sta stimolando la crescita interna in modo artificiale, cioé pompando nell'economia denaro pubblico preso a debito. Ma nel 2001 non potrà più farlo perché ha già raggiunto i limiti massimi di deficit. Se per allora non si sarà rimessa in moto l'economia "naturale", allora il rischio di un nuovo flop nipponico (e di nuova depressione in Asia) sarà molto alto. In sintesi, fino all'estate del 2000 il tempo sarà probabilmente sereno, ma subito dopo potrebbero esserci tempeste. Cautela.

Ci sono, poi, nuvole di nuovo tipo. Preoccupa la crescente difficoltà di trovare accordi che facciano girare sempre più veloce la globalizzazione. Sta montando il conflitto tra europei ed americani su molti fronti commerciali, i primi su rigide posizioni protezioniste, i secondi che vogliono liberalizzare solo i settori dove le industrie statunitensi sono più forti delle altre. Un eventuale scontro su questo piano potrebbe rallentare la formazione del mercato globale e, quindi, metterlo in crisi. La probabilità specifica che ciò avvenga é, per fortuna, molto bassa. Ma sta aumentando quella generale di sempre maggiori incomprensioni tra europei ed americani. E ciò apre lo scenario a nuove brutte sorprese. Che potrebbero toccare anche i pilastri più importanti dell'architettura politica che regge il mercato mondiale. Le crisi finanziarie globali del recente passato sono state risolte abbastanza bene perché é stato massimo, anche se non sempre adeguato, il coinvolgimento di garanzia del Fondo monetario internazionale e degli Stati Uniti dietro di questo. Da qualche settimana gli americani segnalano che vorrebbero ridurre l'impegno del Fondo nell'agire come ospedale per tutti i malanni dell'economia finanziaria mondiale. E' un problema squisitamente politico. Temono che la maggiore integrazione degli europei tolga loro il potere di guidare, in posizione di totale dominio, il Fondo. E, per questo, gli americani hanno la tentazione di depotenziare tale strumento internazionale allo scopo di poter essere più liberi di far pesare il loro potere unilaterale in modi informali. Cioé decidere volta per volta, e non su base costante, quali paesi aiutare. Se ciò avvenissse, allora nascerebbe una nuova incertezza nel mercato perché verrebbe a mancare la sicurezza che in caso di grossi di guai c'é il salvatore di ultima istanza. Va detto che é molto improbabile che si verifichi una situazione del genere. Ma non possiamo sottovalutare le prese di posizioni statunitensi nella direzione negativa. Da qui la fonte di nuova incertezza sul piano globale.

Concludiamo con il nostro paese. Qui l'incertezza non é nuova, ma sempre la stessa e con cause ben note. L'Italia é l'economia europea che é andata peggio negli ultimi tre anni. Cresce metà degli altri e tende a fare il doppio di inflazione. Finirà il 1999 con una crescita del Pil attorno ad un - del tutto insufficiente (per fare nuova occupazione) - uno per cento. Probabilmente nel 2000 non cambieranno le cause, prevalentemente politiche, della stagnazione italiana. La maggiore effervescenza dell'economia europea tirerà comunque la nostra e quindi, per aspirazione dall'esterno, si può prevedere che cresceremo un po' di più, forse attorno al 2%, difficile raggiungere il 3% profetizzato dal governo. Servirà a galleggiare, ma non a navigare. E continuerà il degrado del nostro paese, nascosto nei dati governativi, ma non in quelli scientifici: per mancanza di competitività la base industriale del paese si sta riducendo e la povertà é raddoppiata dal 1996 in poi. Evidentemente la politica italiana é come un tappo per lo sviluppo. Il miglior augurio? Agitate tanto la bottiglia, ma tanto, per far saltare questo tappo con un bel botto liberatorio.

(c) 1999 Carlo Pelanda
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