Ci sarà ripresa dell'economia europea nel secondo semestre dell'anno? Da qualche giorno la maggior parte degli analisti dicono di sì modificando l'atteggiamento pessimistico che avevano tenuto fino ad ora. Cosa é successo di nuovo? Solo che l'indice di fiducia delle imprese tedesche é aumentato, di un'inezia, dopo tempo immemorabile che era depresso. Certamente é un dato importante, ma pur sempre psicologico e non "reale". Se, invece, andiamo a vedere i dati effettivi non troviamo grandi segni di ripresa né in Italia né in Germania che, congiuntamente, contribuiscono a formare più del 50% del Pil dell'eurozona. Certamente queste due economie portanti hanno superato il momento recessivo in cui erano cadute ai primi del 1999. Ma, appunto, ci sono segni di rimbalzo, non che la crescita possa prendere piede in forma stabile e prorompente. Infatti lo scenario più ottimista registra questo miglioramento correggendo al rialzo solo di un po' la previsione di crescita del Pil tedesco per il 1999. Dal 1,5% che si stimava fino ad un mese fa a circa l'1,8%. Da una parte ciò é buon segno perché l'economia tedesca mostra segni di un lenta accelerazione che, se prosegue, potrà farla girare nel 2000 ad un ritmo di crescita di poco superiore al 2%. D'altra parte un tale livello é comunque basso e non sufficiente a modificare quell'andamento stagnante che ormai dura da anni. Poiché il sistema tedesco é quello più importante nell'area europea, se lì la locomotiva va, ma solo a mezza velocità, anche nel resto del continente la ripresa certamente ci sarà, ma non in forma di crescita risolutiva.

Il problema é che la ripresa é spinta da fattori esterni e non interni. L'economia mondiale torna a tirare e quindi favorisce le esportazioni. Ma i consumi interni stagnano perché gli investimenti su nuove attività sono compromessi dalle alte tasse e dalla rigidità del mercato del lavoro. Fino a che la depressione economica indotta da questi fattori durerà non c'é speranza che l'economia europea possa puntare a crescite veramante sostanziose in grado di rissorbire la disoccupazione e rimettere in moto i consumli interni. Per capirci meglio, senza la rigidità e pesi statalisti l'eurozona potrebbe crescere, in momenti di tiro dell'economia globale, di circa il 5% ed oltre. Con tali pesi, invece, può puntare ad un massimo del 2 o 2,5% nei momenti migliori del ciclo internazionale. Che é, per esempio, il tasso di crecsita atteso per la Francia. Superiore a quello italiano e tedesco in quanto, pur di sinistra, il governo sta agendo in modo molto pragmatico (abbandono delle 35 ore e di altre stranezze sindacali) e creando incentivi notevoli per l'innovazione tecnologica. Con una complicazione. La crescita spinta principalmente dalle esportazioni non produce nuova occupazione. Le aziende interessate fanno lavorare di più le persone che già hanno e non ne assumono di nuove, se non occasionalmente. E per questo motivo, infatti, tutti gli scenari non prevedono che il tasso di disoccupazione scenda nei prossimi due anni pur stimando una crescita media attorno al 2%. L'occupazione viene generata da una più generale ondata di nuovi investimenti sul mercato interno. Ma, appunto, questa non verrà fino a che le tasse non verranno ridotte e le regole occupazionali rese più flessibili. Questo é il punto, o eurodilemma. Si sa che per crescere e fare occupazione bisogna riformare gli Stati assistenziali in Francia, Germania ed Italia, ma si sa anche che tale cambiamento é ferocemente osteggiato da forze sindacali molto potenti anche perché in grado di ricattare sul piano del consenso i governi di sinistra dell'eurozona. Tale dilemma é stato provvisoriamente risolto lasciando scivolare il valore di cambio dell'euro per favorire le esportazioni e permettere, almeno, di raggiungere quel tetto di crescita attorno al 2% che é possibile in questi sistemi ingessati. E proprio questa mossa fa capire il livello di disperazione al quale i governi sono arrivati qualche mese fa. Compromettere il valore dell'euro, e con esso il sistema finanziario continentale, per far girare le esportazioni visto che il resto é bloccato. Queste considerazioni portano alla conclusione che é giusto prendere atto del nuovo ottimismo, ma senza dimenticare che fino a quando i paesi centrali dell'eurozona non saranno liberalizzati l'Europa intera resterà endemicamente depressa. E tale argomento serva per contrastare i sindacalisti e quei politici di sinistra che usano ed useranno il lieve miglioramento economico, comunque benvenuto, per sostenere che non é poi così urgente riformare lo Stato assistenziale.

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Il problema é che la ripresa é spinta da fattori esterni e non interni. L'economia mondiale torna a tirare e quindi favorisce le esportazioni. Ma i consumi interni stagnano perché gli investimenti su nuove attività sono compromessi dalle alte tasse e dalla rigidità del mercato del lavoro. Fino a che la depressione economica indotta da questi fattori durerà non c'é speranza che l'economia europea possa puntare a crescite veramante sostanziose in grado di rissorbire la disoccupazione e rimettere in moto i consumli interni. Per capirci meglio, senza la rigidità e pesi statalisti l'eurozona potrebbe crescere, in momenti di tiro dell'economia globale, di circa il 5% ed oltre. Con tali pesi, invece, può puntare ad un massimo del 2 o 2,5% nei momenti migliori del ciclo internazionale. Che é, per esempio, il tasso di crecsita atteso per la Francia. Superiore a quello italiano e tedesco in quanto, pur di sinistra, il governo sta agendo in modo molto pragmatico (abbandono delle 35 ore e di altre stranezze sindacali) e creando incentivi notevoli per l'innovazione tecnologica. Con una complicazione. La crescita spinta principalmente dalle esportazioni non produce nuova occupazione. Le aziende interessate fanno lavorare di più le persone che già hanno e non ne assumono di nuove, se non occasionalmente. E per questo motivo, infatti, tutti gli scenari non prevedono che il tasso di disoccupazione scenda nei prossimi due anni pur stimando una crescita media attorno al 2%. L'occupazione viene generata da una più generale ondata di nuovi investimenti sul mercato interno. Ma, appunto, questa non verrà fino a che le tasse non verranno ridotte e le regole occupazionali rese più flessibili. Questo é il punto, o eurodilemma. Si sa che per crescere e fare occupazione bisogna riformare gli Stati assistenziali in Francia, Germania ed Italia, ma si sa anche che tale cambiamento é ferocemente osteggiato da forze sindacali molto potenti anche perché in grado di ricattare sul piano del consenso i governi di sinistra dell'eurozona. Tale dilemma é stato provvisoriamente risolto lasciando scivolare il valore di cambio dell'euro per favorire le esportazioni e permettere, almeno, di raggiungere quel tetto di crescita attorno al 2% che é possibile in questi sistemi ingessati. E proprio questa mossa fa capire il livello di disperazione al quale i governi sono arrivati qualche mese fa. Compromettere il valore dell'euro, e con esso il sistema finanziario continentale, per far girare le esportazioni visto che il resto é bloccato. Queste considerazioni portano alla conclusione che é giusto prendere atto del nuovo ottimismo, ma senza dimenticare che fino a quando i paesi centrali dell'eurozona non saranno liberalizzati l'Europa intera resterà endemicamente depressa. E tale argomento serva per contrastare i sindacalisti e quei politici di sinistra che usano ed useranno il lieve miglioramento economico, comunque benvenuto, per sostenere che non é poi così urgente riformare lo Stato assistenziale.

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Il problema é che la ripresa é spinta da fattori esterni e non interni. L'economia mondiale torna a tirare e quindi favorisce le esportazioni. Ma i consumi interni stagnano perché gli investimenti su nuove attività sono compromessi dalle alte tasse e dalla rigidità del mercato del lavoro. Fino a che la depressione economica indotta da questi fattori durerà non c'é speranza che l'economia europea possa puntare a crescite veramante sostanziose in grado di rissorbire la disoccupazione e rimettere in moto i consumli interni. Per capirci meglio, senza la rigidità e pesi statalisti l'eurozona potrebbe crescere, in momenti di tiro dell'economia globale, di circa il 5% ed oltre. Con tali pesi, invece, può puntare ad un massimo del 2 o 2,5% nei momenti migliori del ciclo internazionale. Che é, per esempio, il tasso di crecsita atteso per la Francia. Superiore a quello italiano e tedesco in quanto, pur di sinistra, il governo sta agendo in modo molto pragmatico (abbandono delle 35 ore e di altre stranezze sindacali) e creando incentivi notevoli per l'innovazione tecnologica. Con una complicazione. La crescita spinta principalmente dalle esportazioni non produce nuova occupazione. Le aziende interessate fanno lavorare di più le persone che già hanno e non ne assumono di nuove, se non occasionalmente. E per questo motivo, infatti, tutti gli scenari non prevedono che il tasso di disoccupazione scenda nei prossimi due anni pur stimando una crescita media attorno al 2%. L'occupazione viene generata da una più generale ondata di nuovi investimenti sul mercato interno. Ma, appunto, questa non verrà fino a che le tasse non verranno ridotte e le regole occupazionali rese più flessibili. Questo é il punto, o eurodilemma. Si sa che per crescere e fare occupazione bisogna riformare gli Stati assistenziali in Francia, Germania ed Italia, ma si sa anche che tale cambiamento é ferocemente osteggiato da forze sindacali molto potenti anche perché in grado di ricattare sul piano del consenso i governi di sinistra dell'eurozona. Tale dilemma é stato provvisoriamente risolto lasciando scivolare il valore di cambio dell'euro per favorire le esportazioni e permettere, almeno, di raggiungere quel tetto di crescita attorno al 2% che é possibile in questi sistemi ingessati. E proprio questa mossa fa capire il livello di disperazione al quale i governi sono arrivati qualche mese fa. Compromettere il valore dell'euro, e con esso il sistema finanziario continentale, per far girare le esportazioni visto che il resto é bloccato. Queste considerazioni portano alla conclusione che é giusto prendere atto del nuovo ottimismo, ma senza dimenticare che fino a quando i paesi centrali dell'eurozona non saranno liberalizzati l'Europa intera resterà endemicamente depressa. E tale argomento serva per contrastare i sindacalisti e quei politici di sinistra che usano ed useranno il lieve miglioramento economico, comunque benvenuto, per sostenere che non é poi così urgente riformare lo Stato assistenziale.

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L' Arena

1999-7-21

21/7/1999

L'euroripresa c'è, ma solo a metà e non risolutiva

Ci sarà ripresa dell'economia europea nel secondo semestre dell'anno? Da qualche giorno la maggior parte degli analisti dicono di sì modificando l'atteggiamento pessimistico che avevano tenuto fino ad ora. Cosa é successo di nuovo? Solo che l'indice di fiducia delle imprese tedesche é aumentato, di un'inezia, dopo tempo immemorabile che era depresso. Certamente é un dato importante, ma pur sempre psicologico e non "reale". Se, invece, andiamo a vedere i dati effettivi non troviamo grandi segni di ripresa né in Italia né in Germania che, congiuntamente, contribuiscono a formare più del 50% del Pil dell'eurozona. Certamente queste due economie portanti hanno superato il momento recessivo in cui erano cadute ai primi del 1999. Ma, appunto, ci sono segni di rimbalzo, non che la crescita possa prendere piede in forma stabile e prorompente. Infatti lo scenario più ottimista registra questo miglioramento correggendo al rialzo solo di un po' la previsione di crescita del Pil tedesco per il 1999. Dal 1,5% che si stimava fino ad un mese fa a circa l'1,8%. Da una parte ciò é buon segno perché l'economia tedesca mostra segni di un lenta accelerazione che, se prosegue, potrà farla girare nel 2000 ad un ritmo di crescita di poco superiore al 2%. D'altra parte un tale livello é comunque basso e non sufficiente a modificare quell'andamento stagnante che ormai dura da anni. Poiché il sistema tedesco é quello più importante nell'area europea, se lì la locomotiva va, ma solo a mezza velocità, anche nel resto del continente la ripresa certamente ci sarà, ma non in forma di crescita risolutiva.

Il problema é che la ripresa é spinta da fattori esterni e non interni. L'economia mondiale torna a tirare e quindi favorisce le esportazioni. Ma i consumi interni stagnano perché gli investimenti su nuove attività sono compromessi dalle alte tasse e dalla rigidità del mercato del lavoro. Fino a che la depressione economica indotta da questi fattori durerà non c'é speranza che l'economia europea possa puntare a crescite veramante sostanziose in grado di rissorbire la disoccupazione e rimettere in moto i consumli interni. Per capirci meglio, senza la rigidità e pesi statalisti l'eurozona potrebbe crescere, in momenti di tiro dell'economia globale, di circa il 5% ed oltre. Con tali pesi, invece, può puntare ad un massimo del 2 o 2,5% nei momenti migliori del ciclo internazionale. Che é, per esempio, il tasso di crecsita atteso per la Francia. Superiore a quello italiano e tedesco in quanto, pur di sinistra, il governo sta agendo in modo molto pragmatico (abbandono delle 35 ore e di altre stranezze sindacali) e creando incentivi notevoli per l'innovazione tecnologica. Con una complicazione. La crescita spinta principalmente dalle esportazioni non produce nuova occupazione. Le aziende interessate fanno lavorare di più le persone che già hanno e non ne assumono di nuove, se non occasionalmente. E per questo motivo, infatti, tutti gli scenari non prevedono che il tasso di disoccupazione scenda nei prossimi due anni pur stimando una crescita media attorno al 2%. L'occupazione viene generata da una più generale ondata di nuovi investimenti sul mercato interno. Ma, appunto, questa non verrà fino a che le tasse non verranno ridotte e le regole occupazionali rese più flessibili. Questo é il punto, o eurodilemma. Si sa che per crescere e fare occupazione bisogna riformare gli Stati assistenziali in Francia, Germania ed Italia, ma si sa anche che tale cambiamento é ferocemente osteggiato da forze sindacali molto potenti anche perché in grado di ricattare sul piano del consenso i governi di sinistra dell'eurozona. Tale dilemma é stato provvisoriamente risolto lasciando scivolare il valore di cambio dell'euro per favorire le esportazioni e permettere, almeno, di raggiungere quel tetto di crescita attorno al 2% che é possibile in questi sistemi ingessati. E proprio questa mossa fa capire il livello di disperazione al quale i governi sono arrivati qualche mese fa. Compromettere il valore dell'euro, e con esso il sistema finanziario continentale, per far girare le esportazioni visto che il resto é bloccato. Queste considerazioni portano alla conclusione che é giusto prendere atto del nuovo ottimismo, ma senza dimenticare che fino a quando i paesi centrali dell'eurozona non saranno liberalizzati l'Europa intera resterà endemicamente depressa. E tale argomento serva per contrastare i sindacalisti e quei politici di sinistra che usano ed useranno il lieve miglioramento economico, comunque benvenuto, per sostenere che non é poi così urgente riformare lo Stato assistenziale.

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