Alan Greenspan, presidente della Banca centrale statunitense (Federal Reserve), e' stato fino a poco tempo fa considerato come una sorta di semidio. In assenza di leader mondiali di grande qualita' - con la complicazione della poca credibilita' di Clinton alla guida della nazione piu' potente - il mercato globale lo ha di fatto eletto guida del sistema economico planetario. In particolare quando, nel secondo semestre del 1998, quest'ultimo e' stato salvato dal pericolo di un tracollo grazie al pronto e coraggioso intervento di Greenspan. Abbasso' i tassi del dollaro, inondo' di liquidita' il mercato interno statunitense e questo - pur unica economia crescente in un mondo tutto a tendenza recessiva - resto' in boom. E assorbi' le esportazioni da tutti gli altri paesi permettendo loro - soprattutto quelli asiatici - di rimbalzare velocemente. Applausi. Che Greenspan per altro e' abituato da tempo a ricevere in patria perche' e' considerato il lucido e saggio nume tutelare della sorprendente crescita che dura ininterrotta da quasi otto anni. Ma da alcuni mesi sono cominciate le critiche al suo operato. E queste sono aumentate in America - pur sottovoce perche' nessuno se la sente di contestarlo apertamente - a seguito della sua decisione di aumentare i tassi del dollaro. E' un fatto americano e a noi europei interessa poco, potreste dire. Qualche superficialone potrebbe anche sostenere che se il dollaro e l'economia americana andassero in crisi allora i capitali di investimento tornerebbero in quell'Europa stagnante che da tempo hanno abbandonato. Quindi ben vengano i dubbi sulla capacita' di Greenspan di mantenere forte il dollaro e crescente l'economia statunitense. In realta' una crisi spontanea nel sistema americano, o generata da errori di politica monetaria, rischierebbe di mandare in depressione tutto il resto del mondo, noi compresi. L'economia globale dipende ancora troppo dalle sorti di quella basata sul dollaro. Quindi e' anche per noi importante capire se Greenspan sia in grado di pilotare la nave oppure no.

Quelli - in aumento - che lo criticano sotengono che ha fatto un pericolosissimo errore nel rialzare i tassi pur in assenza di dati reali che indichino un aumento dell'inflazione. E temono che tale mossa, riducendo la liquidita' disponibile per i consumi e gli investimenti, rischi di mandare in recessione l'economia. Dall'altra parte Greenspan ritiene che l'inflazione, anche se ora non si vede, e' in agguato in quanto nel sistema c'e' piena occupazione (4,2% di disoccupazione) e prima o poi cio' comportera' un aumento dei prezzi. Quindi bisogna raffreddare la crescita economica. E va fatto in anticipo perche' gli strumenti di politica monetaria ci mettono qualche mese prima di sortire effetti. I critici ribattono che da anni l'economia americana e' in questa situazione, ma di inflazione se ne e' vista poca. Greenspan controribatte che la crescita senza inflazione e' dovuta ad una combinazione di fattori eccezionali (incremento anomalo della produttivita', costi bassi delle merci importate dal mercato globale, prezzo minimo del petrolio, dollaro fortissimo) che non puo' durare. Ma altri analisti sostengono che non si puo' decidere su base puramente ipotetica e che bisogna aspettare i dati reali. Ma, appunto, Greenspan non vuole attenderli e li anticipa sulla base di una sua credenza teoretica. E qui sta il punto centrale della questione. Non si puo' ancora dire se Greenspan abbia ragione o torto, ma e' certo che le sue decisioni sono guidate da teorie e non da fatti. Lui le chiama "azioni preventive" presentandole come un sofisticato progresso della gestione monetaria. Ma parecchi ricercatori ed analisti sono perplessi. Anche perche' il mercato globale che si sta formando in questi anni ha gia' dato molte sorprese smontando con l'apparire di nuovi fenomeni le teorie e credenze economiche tradizionali. In particolare, si scontrano due scuole. La prima ritiene che la globalizzazione e un'economia trainata dall'innovazione tecnologica sono fattori che riducono strutturalmente le pressioni inflazionistiche e quindi la necessita' di brutali restrizioni monetarie per evitarla. La seconda non ci crede restando ancorata alle vecchie teorie. E Greenspan fa parte di questa. Che funziona bene per rimettere in crescita un'economia nei guai, ma che potrebbe essere meno efficace, o perfino controproducente, per fare l'opposto, cioe' gestire un'economia in crescita continua e prorompente. Come quella americana, appunto.

In sintesi, possiamo ancora fidarci di Greenspan? Personalmente ho seri dubbi sulle teorie che adotta, ma, d'altra parte, sono sicuro che e' capace di agire velocemente nel senso giusto se queste si dimostrano sbagliate. Cosa vuol dire, in termini di scenario? Che il metodo gestionale di Greenspan potrebbe innescare una crisi nell'economia americana, ma anche raddrizzarla velocemente evitando che la crisi stessa si realizzi. Quindi, nonostante i dubbi su Greenspan, e' al momento ancora piu' probabile che la crescita americana - e di conseguenza quella mondiale - continuera' e che il dollaro restera' moneta abbastanza forte.

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Quelli - in aumento - che lo criticano sotengono che ha fatto un pericolosissimo errore nel rialzare i tassi pur in assenza di dati reali che indichino un aumento dell'inflazione. E temono che tale mossa, riducendo la liquidita' disponibile per i consumi e gli investimenti, rischi di mandare in recessione l'economia. Dall'altra parte Greenspan ritiene che l'inflazione, anche se ora non si vede, e' in agguato in quanto nel sistema c'e' piena occupazione (4,2% di disoccupazione) e prima o poi cio' comportera' un aumento dei prezzi. Quindi bisogna raffreddare la crescita economica. E va fatto in anticipo perche' gli strumenti di politica monetaria ci mettono qualche mese prima di sortire effetti. I critici ribattono che da anni l'economia americana e' in questa situazione, ma di inflazione se ne e' vista poca. Greenspan controribatte che la crescita senza inflazione e' dovuta ad una combinazione di fattori eccezionali (incremento anomalo della produttivita', costi bassi delle merci importate dal mercato globale, prezzo minimo del petrolio, dollaro fortissimo) che non puo' durare. Ma altri analisti sostengono che non si puo' decidere su base puramente ipotetica e che bisogna aspettare i dati reali. Ma, appunto, Greenspan non vuole attenderli e li anticipa sulla base di una sua credenza teoretica. E qui sta il punto centrale della questione. Non si puo' ancora dire se Greenspan abbia ragione o torto, ma e' certo che le sue decisioni sono guidate da teorie e non da fatti. Lui le chiama "azioni preventive" presentandole come un sofisticato progresso della gestione monetaria. Ma parecchi ricercatori ed analisti sono perplessi. Anche perche' il mercato globale che si sta formando in questi anni ha gia' dato molte sorprese smontando con l'apparire di nuovi fenomeni le teorie e credenze economiche tradizionali. In particolare, si scontrano due scuole. La prima ritiene che la globalizzazione e un'economia trainata dall'innovazione tecnologica sono fattori che riducono strutturalmente le pressioni inflazionistiche e quindi la necessita' di brutali restrizioni monetarie per evitarla. La seconda non ci crede restando ancorata alle vecchie teorie. E Greenspan fa parte di questa. Che funziona bene per rimettere in crescita un'economia nei guai, ma che potrebbe essere meno efficace, o perfino controproducente, per fare l'opposto, cioe' gestire un'economia in crescita continua e prorompente. Come quella americana, appunto.

In sintesi, possiamo ancora fidarci di Greenspan? Personalmente ho seri dubbi sulle teorie che adotta, ma, d'altra parte, sono sicuro che e' capace di agire velocemente nel senso giusto se queste si dimostrano sbagliate. Cosa vuol dire, in termini di scenario? Che il metodo gestionale di Greenspan potrebbe innescare una crisi nell'economia americana, ma anche raddrizzarla velocemente evitando che la crisi stessa si realizzi. Quindi, nonostante i dubbi su Greenspan, e' al momento ancora piu' probabile che la crescita americana - e di conseguenza quella mondiale - continuera' e che il dollaro restera' moneta abbastanza forte.

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Quelli - in aumento - che lo criticano sotengono che ha fatto un pericolosissimo errore nel rialzare i tassi pur in assenza di dati reali che indichino un aumento dell'inflazione. E temono che tale mossa, riducendo la liquidita' disponibile per i consumi e gli investimenti, rischi di mandare in recessione l'economia. Dall'altra parte Greenspan ritiene che l'inflazione, anche se ora non si vede, e' in agguato in quanto nel sistema c'e' piena occupazione (4,2% di disoccupazione) e prima o poi cio' comportera' un aumento dei prezzi. Quindi bisogna raffreddare la crescita economica. E va fatto in anticipo perche' gli strumenti di politica monetaria ci mettono qualche mese prima di sortire effetti. I critici ribattono che da anni l'economia americana e' in questa situazione, ma di inflazione se ne e' vista poca. Greenspan controribatte che la crescita senza inflazione e' dovuta ad una combinazione di fattori eccezionali (incremento anomalo della produttivita', costi bassi delle merci importate dal mercato globale, prezzo minimo del petrolio, dollaro fortissimo) che non puo' durare. Ma altri analisti sostengono che non si puo' decidere su base puramente ipotetica e che bisogna aspettare i dati reali. Ma, appunto, Greenspan non vuole attenderli e li anticipa sulla base di una sua credenza teoretica. E qui sta il punto centrale della questione. Non si puo' ancora dire se Greenspan abbia ragione o torto, ma e' certo che le sue decisioni sono guidate da teorie e non da fatti. Lui le chiama "azioni preventive" presentandole come un sofisticato progresso della gestione monetaria. Ma parecchi ricercatori ed analisti sono perplessi. Anche perche' il mercato globale che si sta formando in questi anni ha gia' dato molte sorprese smontando con l'apparire di nuovi fenomeni le teorie e credenze economiche tradizionali. In particolare, si scontrano due scuole. La prima ritiene che la globalizzazione e un'economia trainata dall'innovazione tecnologica sono fattori che riducono strutturalmente le pressioni inflazionistiche e quindi la necessita' di brutali restrizioni monetarie per evitarla. La seconda non ci crede restando ancorata alle vecchie teorie. E Greenspan fa parte di questa. Che funziona bene per rimettere in crescita un'economia nei guai, ma che potrebbe essere meno efficace, o perfino controproducente, per fare l'opposto, cioe' gestire un'economia in crescita continua e prorompente. Come quella americana, appunto.

In sintesi, possiamo ancora fidarci di Greenspan? Personalmente ho seri dubbi sulle teorie che adotta, ma, d'altra parte, sono sicuro che e' capace di agire velocemente nel senso giusto se queste si dimostrano sbagliate. Cosa vuol dire, in termini di scenario? Che il metodo gestionale di Greenspan potrebbe innescare una crisi nell'economia americana, ma anche raddrizzarla velocemente evitando che la crisi stessa si realizzi. Quindi, nonostante i dubbi su Greenspan, e' al momento ancora piu' probabile che la crescita americana - e di conseguenza quella mondiale - continuera' e che il dollaro restera' moneta abbastanza forte.

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1999-8-25

25/8/1999

I dubbi su Greenspan

Alan Greenspan, presidente della Banca centrale statunitense (Federal Reserve), e' stato fino a poco tempo fa considerato come una sorta di semidio. In assenza di leader mondiali di grande qualita' - con la complicazione della poca credibilita' di Clinton alla guida della nazione piu' potente - il mercato globale lo ha di fatto eletto guida del sistema economico planetario. In particolare quando, nel secondo semestre del 1998, quest'ultimo e' stato salvato dal pericolo di un tracollo grazie al pronto e coraggioso intervento di Greenspan. Abbasso' i tassi del dollaro, inondo' di liquidita' il mercato interno statunitense e questo - pur unica economia crescente in un mondo tutto a tendenza recessiva - resto' in boom. E assorbi' le esportazioni da tutti gli altri paesi permettendo loro - soprattutto quelli asiatici - di rimbalzare velocemente. Applausi. Che Greenspan per altro e' abituato da tempo a ricevere in patria perche' e' considerato il lucido e saggio nume tutelare della sorprendente crescita che dura ininterrotta da quasi otto anni. Ma da alcuni mesi sono cominciate le critiche al suo operato. E queste sono aumentate in America - pur sottovoce perche' nessuno se la sente di contestarlo apertamente - a seguito della sua decisione di aumentare i tassi del dollaro. E' un fatto americano e a noi europei interessa poco, potreste dire. Qualche superficialone potrebbe anche sostenere che se il dollaro e l'economia americana andassero in crisi allora i capitali di investimento tornerebbero in quell'Europa stagnante che da tempo hanno abbandonato. Quindi ben vengano i dubbi sulla capacita' di Greenspan di mantenere forte il dollaro e crescente l'economia statunitense. In realta' una crisi spontanea nel sistema americano, o generata da errori di politica monetaria, rischierebbe di mandare in depressione tutto il resto del mondo, noi compresi. L'economia globale dipende ancora troppo dalle sorti di quella basata sul dollaro. Quindi e' anche per noi importante capire se Greenspan sia in grado di pilotare la nave oppure no.

Quelli - in aumento - che lo criticano sotengono che ha fatto un pericolosissimo errore nel rialzare i tassi pur in assenza di dati reali che indichino un aumento dell'inflazione. E temono che tale mossa, riducendo la liquidita' disponibile per i consumi e gli investimenti, rischi di mandare in recessione l'economia. Dall'altra parte Greenspan ritiene che l'inflazione, anche se ora non si vede, e' in agguato in quanto nel sistema c'e' piena occupazione (4,2% di disoccupazione) e prima o poi cio' comportera' un aumento dei prezzi. Quindi bisogna raffreddare la crescita economica. E va fatto in anticipo perche' gli strumenti di politica monetaria ci mettono qualche mese prima di sortire effetti. I critici ribattono che da anni l'economia americana e' in questa situazione, ma di inflazione se ne e' vista poca. Greenspan controribatte che la crescita senza inflazione e' dovuta ad una combinazione di fattori eccezionali (incremento anomalo della produttivita', costi bassi delle merci importate dal mercato globale, prezzo minimo del petrolio, dollaro fortissimo) che non puo' durare. Ma altri analisti sostengono che non si puo' decidere su base puramente ipotetica e che bisogna aspettare i dati reali. Ma, appunto, Greenspan non vuole attenderli e li anticipa sulla base di una sua credenza teoretica. E qui sta il punto centrale della questione. Non si puo' ancora dire se Greenspan abbia ragione o torto, ma e' certo che le sue decisioni sono guidate da teorie e non da fatti. Lui le chiama "azioni preventive" presentandole come un sofisticato progresso della gestione monetaria. Ma parecchi ricercatori ed analisti sono perplessi. Anche perche' il mercato globale che si sta formando in questi anni ha gia' dato molte sorprese smontando con l'apparire di nuovi fenomeni le teorie e credenze economiche tradizionali. In particolare, si scontrano due scuole. La prima ritiene che la globalizzazione e un'economia trainata dall'innovazione tecnologica sono fattori che riducono strutturalmente le pressioni inflazionistiche e quindi la necessita' di brutali restrizioni monetarie per evitarla. La seconda non ci crede restando ancorata alle vecchie teorie. E Greenspan fa parte di questa. Che funziona bene per rimettere in crescita un'economia nei guai, ma che potrebbe essere meno efficace, o perfino controproducente, per fare l'opposto, cioe' gestire un'economia in crescita continua e prorompente. Come quella americana, appunto.

In sintesi, possiamo ancora fidarci di Greenspan? Personalmente ho seri dubbi sulle teorie che adotta, ma, d'altra parte, sono sicuro che e' capace di agire velocemente nel senso giusto se queste si dimostrano sbagliate. Cosa vuol dire, in termini di scenario? Che il metodo gestionale di Greenspan potrebbe innescare una crisi nell'economia americana, ma anche raddrizzarla velocemente evitando che la crisi stessa si realizzi. Quindi, nonostante i dubbi su Greenspan, e' al momento ancora piu' probabile che la crescita americana - e di conseguenza quella mondiale - continuera' e che il dollaro restera' moneta abbastanza forte.

(c) 1999 Carlo Pelanda
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