Prima che spariscano dalla memoria le immagini del catastrofico terremoto in Turchia e' salutare chiederci quanto l'Italia sia preparata ad affrontare emergenze del genere. Di faglie - come quella particolarmente turbolenta dell'Anatolia settentrionale - ne abbiamo anche noi a bizzeffe. E buona parte della popolazione italiana, non ultima quella del Nordest, e' esposta a sismi di possibile grande magnitudo (ricordate quello del Friuli, 1976). Cio' rende la posizione di parecchi di noi potenzialmente simile a quella dei cittadini di Izmit, Gormuk e dintorni che sono rimasti a decine di migliaia sotto le macerie. E dobbiamo condividere in certa parte le ansie dei 12 milioni di abitanti di Istanbul - sulla medesima faglia e molto vicina, solo un po' piu' a ovest, all'epicentro del terremoto recente - che, in vista di probabili sismi futuri, temono l'inefficienza del loro governo nelle politiche di prevenzione e di gestione delle emergenze di massa. Hanno, infatti, appena visto in diretta case crollare come carta perche' erano costruite piu' con sabbia che con cemento, sintomo di corruzione politica e di arretratezza nel definire standard di sicurezza urbanistica, e tanta gente morire perche' i soccorsi erano in ritardo, indicatore della piu' assoluta mancanza di preparazione in caso di emergenza. In Italia, poiche' piu' sviluppata, sono in atto dei sistemi evoluti di prevenzione (standard edilizi e mappa analitica del rischio sismico) e di gestione delle emergenze. Ma siamo certi di essere piu' al sicuro dei turchi?

Valutarlo non e' poi cosi' difficile. Avete mai ricevuto a casa un piano di emergenza comunale che vi dica, in caso di grossi guai, dove andare, cosa fare e a chi rivolgersi? Avete mai visto un qualche tecnico ispezionare le strutture dell'edificio in cui abitate, specialmente se molto vecchio, per saggiarne la resistenza ad eventuali sismi? Avete visto esercitazioni di protezione civile nei vostri dintorni? Avete una minima idea dei rischi - sia naturali che di incidenti industriali (chimici soprattutto) ai quali e' esposto il territorio dove abitate e lavorate? Sono certo che i piu' di voi devono per forza rispondere no a tutte queste domande. Eppure nei paesi piu' sviluppati le risposte sarebbero positive, specialmente in America e Giappone. Certo, spesso gli incidenti ed eventi naturali riescono ad eludere anche i piu' raffinati sistemi di prevenzione. Per esempio, nel terremoto di Kobe in Giappone - area all'avanguardia per monitoraggio preventivo, standard antisismici e per i piani di protezione civile - e' successo di tutto fino al punto di diventare un'onta sulla dignita' nazionale. E anche negli Stati Uniti spesso tutte le precauzioni non riescono ad evitare morti e distruzioni, specialmente durante i frequentissimi uragani, tornado ed alluvioni, nonostante tutti gli sforzi di un sistema preventivo avanzatissimo e diffuso territorialmente. Ma questi sono errori in paesi che cercano seriamente di ridurre al minimo i pericoli per i cittadini. E, complessivamente, ci riescono. In Italia tali sforzi non si vedono, per lo meno non nella misura che sarebbe consona al nostro livello di sviluppo economico. Ed e' uno dei paesi piu' esposti al mondo al rischio di alluvioni e terremoti. Non vorrei importare la "sindrome di Istanbul" o ansie esagerate. Tuttavia la sensazione non ingiustificata che le immagini viste in Turchia potrebbero ripetersi da noi portano ad invocare un movimento di opinione pubblica che chieda la messa in opera di un sistema nazionale di sicurezza civile realmente operativo ed efficiente. Con quali requisiti? Tre: (a) definire la vulnerabilita' degli insediamenti e delle infrastrutture in relazione ai diversi rischi specifici di un territorio; (b) generare per ogni area un piano ed istituzioni di emergenza capaci di intervenire tempestivamente in fase di soccorso; (c) creare preventivamente una legislazione quadro che acceleri la ricostruzione degli insediamenti e delle attivita' economiche in casi di grandi eventi distruttivi. Questi concetti sono gia' stati acquisiti da tempo in Italia. Ma non sono stati realizzati concretamente pur essendoci un accettabile servizio di protezione civile gestito dai corpi dello Stato ed un ottimo sistema di volontariato. Cio' e' successo, a mio avviso, principalmente perche' le Regioni ed i Comuni e le altre istituzioni locali non hanno sufficienti risorse e ben definiti compiti autonomi di sicurezza civile. Infatti la gestione di questa resta prevalentemente nelle mani della struttura centrale dello Stato. Ma la prevenzione dei rischi e la buona gestione delle emergenze comincia proprio dalla minima unita' territoriale, il quartiere, la frazione, il comune. In conclusione, se vogliamo ridurre la nostra vulnerabilita' agli eventi estremi dobbiamo, per prima cosa, premere per una maggiore capacita' di autogoverno delle istituzioni locali e per un sistema nazionale di sicurezza che si appoggi su di loro. Il sindaco abita vicino a noi mentre il ministro no. A chi dareste i maggiori poteri per la sicurezza del territorio dove vivete?

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Valutarlo non e' poi cosi' difficile. Avete mai ricevuto a casa un piano di emergenza comunale che vi dica, in caso di grossi guai, dove andare, cosa fare e a chi rivolgersi? Avete mai visto un qualche tecnico ispezionare le strutture dell'edificio in cui abitate, specialmente se molto vecchio, per saggiarne la resistenza ad eventuali sismi? Avete visto esercitazioni di protezione civile nei vostri dintorni? Avete una minima idea dei rischi - sia naturali che di incidenti industriali (chimici soprattutto) ai quali e' esposto il territorio dove abitate e lavorate? Sono certo che i piu' di voi devono per forza rispondere no a tutte queste domande. Eppure nei paesi piu' sviluppati le risposte sarebbero positive, specialmente in America e Giappone. Certo, spesso gli incidenti ed eventi naturali riescono ad eludere anche i piu' raffinati sistemi di prevenzione. Per esempio, nel terremoto di Kobe in Giappone - area all'avanguardia per monitoraggio preventivo, standard antisismici e per i piani di protezione civile - e' successo di tutto fino al punto di diventare un'onta sulla dignita' nazionale. E anche negli Stati Uniti spesso tutte le precauzioni non riescono ad evitare morti e distruzioni, specialmente durante i frequentissimi uragani, tornado ed alluvioni, nonostante tutti gli sforzi di un sistema preventivo avanzatissimo e diffuso territorialmente. Ma questi sono errori in paesi che cercano seriamente di ridurre al minimo i pericoli per i cittadini. E, complessivamente, ci riescono. In Italia tali sforzi non si vedono, per lo meno non nella misura che sarebbe consona al nostro livello di sviluppo economico. Ed e' uno dei paesi piu' esposti al mondo al rischio di alluvioni e terremoti. Non vorrei importare la "sindrome di Istanbul" o ansie esagerate. Tuttavia la sensazione non ingiustificata che le immagini viste in Turchia potrebbero ripetersi da noi portano ad invocare un movimento di opinione pubblica che chieda la messa in opera di un sistema nazionale di sicurezza civile realmente operativo ed efficiente. Con quali requisiti? Tre: (a) definire la vulnerabilita' degli insediamenti e delle infrastrutture in relazione ai diversi rischi specifici di un territorio; (b) generare per ogni area un piano ed istituzioni di emergenza capaci di intervenire tempestivamente in fase di soccorso; (c) creare preventivamente una legislazione quadro che acceleri la ricostruzione degli insediamenti e delle attivita' economiche in casi di grandi eventi distruttivi. Questi concetti sono gia' stati acquisiti da tempo in Italia. Ma non sono stati realizzati concretamente pur essendoci un accettabile servizio di protezione civile gestito dai corpi dello Stato ed un ottimo sistema di volontariato. Cio' e' successo, a mio avviso, principalmente perche' le Regioni ed i Comuni e le altre istituzioni locali non hanno sufficienti risorse e ben definiti compiti autonomi di sicurezza civile. Infatti la gestione di questa resta prevalentemente nelle mani della struttura centrale dello Stato. Ma la prevenzione dei rischi e la buona gestione delle emergenze comincia proprio dalla minima unita' territoriale, il quartiere, la frazione, il comune. In conclusione, se vogliamo ridurre la nostra vulnerabilita' agli eventi estremi dobbiamo, per prima cosa, premere per una maggiore capacita' di autogoverno delle istituzioni locali e per un sistema nazionale di sicurezza che si appoggi su di loro. Il sindaco abita vicino a noi mentre il ministro no. A chi dareste i maggiori poteri per la sicurezza del territorio dove vivete?

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Valutarlo non e' poi cosi' difficile. Avete mai ricevuto a casa un piano di emergenza comunale che vi dica, in caso di grossi guai, dove andare, cosa fare e a chi rivolgersi? Avete mai visto un qualche tecnico ispezionare le strutture dell'edificio in cui abitate, specialmente se molto vecchio, per saggiarne la resistenza ad eventuali sismi? Avete visto esercitazioni di protezione civile nei vostri dintorni? Avete una minima idea dei rischi - sia naturali che di incidenti industriali (chimici soprattutto) ai quali e' esposto il territorio dove abitate e lavorate? Sono certo che i piu' di voi devono per forza rispondere no a tutte queste domande. Eppure nei paesi piu' sviluppati le risposte sarebbero positive, specialmente in America e Giappone. Certo, spesso gli incidenti ed eventi naturali riescono ad eludere anche i piu' raffinati sistemi di prevenzione. Per esempio, nel terremoto di Kobe in Giappone - area all'avanguardia per monitoraggio preventivo, standard antisismici e per i piani di protezione civile - e' successo di tutto fino al punto di diventare un'onta sulla dignita' nazionale. E anche negli Stati Uniti spesso tutte le precauzioni non riescono ad evitare morti e distruzioni, specialmente durante i frequentissimi uragani, tornado ed alluvioni, nonostante tutti gli sforzi di un sistema preventivo avanzatissimo e diffuso territorialmente. Ma questi sono errori in paesi che cercano seriamente di ridurre al minimo i pericoli per i cittadini. E, complessivamente, ci riescono. In Italia tali sforzi non si vedono, per lo meno non nella misura che sarebbe consona al nostro livello di sviluppo economico. Ed e' uno dei paesi piu' esposti al mondo al rischio di alluvioni e terremoti. Non vorrei importare la "sindrome di Istanbul" o ansie esagerate. Tuttavia la sensazione non ingiustificata che le immagini viste in Turchia potrebbero ripetersi da noi portano ad invocare un movimento di opinione pubblica che chieda la messa in opera di un sistema nazionale di sicurezza civile realmente operativo ed efficiente. Con quali requisiti? Tre: (a) definire la vulnerabilita' degli insediamenti e delle infrastrutture in relazione ai diversi rischi specifici di un territorio; (b) generare per ogni area un piano ed istituzioni di emergenza capaci di intervenire tempestivamente in fase di soccorso; (c) creare preventivamente una legislazione quadro che acceleri la ricostruzione degli insediamenti e delle attivita' economiche in casi di grandi eventi distruttivi. Questi concetti sono gia' stati acquisiti da tempo in Italia. Ma non sono stati realizzati concretamente pur essendoci un accettabile servizio di protezione civile gestito dai corpi dello Stato ed un ottimo sistema di volontariato. Cio' e' successo, a mio avviso, principalmente perche' le Regioni ed i Comuni e le altre istituzioni locali non hanno sufficienti risorse e ben definiti compiti autonomi di sicurezza civile. Infatti la gestione di questa resta prevalentemente nelle mani della struttura centrale dello Stato. Ma la prevenzione dei rischi e la buona gestione delle emergenze comincia proprio dalla minima unita' territoriale, il quartiere, la frazione, il comune. In conclusione, se vogliamo ridurre la nostra vulnerabilita' agli eventi estremi dobbiamo, per prima cosa, premere per una maggiore capacita' di autogoverno delle istituzioni locali e per un sistema nazionale di sicurezza che si appoggi su di loro. Il sindaco abita vicino a noi mentre il ministro no. A chi dareste i maggiori poteri per la sicurezza del territorio dove vivete?

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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

1999-8-26

26/8/1999

Sicurezza: non siamo la Turchia, ma neanche l'America

Prima che spariscano dalla memoria le immagini del catastrofico terremoto in Turchia e' salutare chiederci quanto l'Italia sia preparata ad affrontare emergenze del genere. Di faglie - come quella particolarmente turbolenta dell'Anatolia settentrionale - ne abbiamo anche noi a bizzeffe. E buona parte della popolazione italiana, non ultima quella del Nordest, e' esposta a sismi di possibile grande magnitudo (ricordate quello del Friuli, 1976). Cio' rende la posizione di parecchi di noi potenzialmente simile a quella dei cittadini di Izmit, Gormuk e dintorni che sono rimasti a decine di migliaia sotto le macerie. E dobbiamo condividere in certa parte le ansie dei 12 milioni di abitanti di Istanbul - sulla medesima faglia e molto vicina, solo un po' piu' a ovest, all'epicentro del terremoto recente - che, in vista di probabili sismi futuri, temono l'inefficienza del loro governo nelle politiche di prevenzione e di gestione delle emergenze di massa. Hanno, infatti, appena visto in diretta case crollare come carta perche' erano costruite piu' con sabbia che con cemento, sintomo di corruzione politica e di arretratezza nel definire standard di sicurezza urbanistica, e tanta gente morire perche' i soccorsi erano in ritardo, indicatore della piu' assoluta mancanza di preparazione in caso di emergenza. In Italia, poiche' piu' sviluppata, sono in atto dei sistemi evoluti di prevenzione (standard edilizi e mappa analitica del rischio sismico) e di gestione delle emergenze. Ma siamo certi di essere piu' al sicuro dei turchi?

Valutarlo non e' poi cosi' difficile. Avete mai ricevuto a casa un piano di emergenza comunale che vi dica, in caso di grossi guai, dove andare, cosa fare e a chi rivolgersi? Avete mai visto un qualche tecnico ispezionare le strutture dell'edificio in cui abitate, specialmente se molto vecchio, per saggiarne la resistenza ad eventuali sismi? Avete visto esercitazioni di protezione civile nei vostri dintorni? Avete una minima idea dei rischi - sia naturali che di incidenti industriali (chimici soprattutto) ai quali e' esposto il territorio dove abitate e lavorate? Sono certo che i piu' di voi devono per forza rispondere no a tutte queste domande. Eppure nei paesi piu' sviluppati le risposte sarebbero positive, specialmente in America e Giappone. Certo, spesso gli incidenti ed eventi naturali riescono ad eludere anche i piu' raffinati sistemi di prevenzione. Per esempio, nel terremoto di Kobe in Giappone - area all'avanguardia per monitoraggio preventivo, standard antisismici e per i piani di protezione civile - e' successo di tutto fino al punto di diventare un'onta sulla dignita' nazionale. E anche negli Stati Uniti spesso tutte le precauzioni non riescono ad evitare morti e distruzioni, specialmente durante i frequentissimi uragani, tornado ed alluvioni, nonostante tutti gli sforzi di un sistema preventivo avanzatissimo e diffuso territorialmente. Ma questi sono errori in paesi che cercano seriamente di ridurre al minimo i pericoli per i cittadini. E, complessivamente, ci riescono. In Italia tali sforzi non si vedono, per lo meno non nella misura che sarebbe consona al nostro livello di sviluppo economico. Ed e' uno dei paesi piu' esposti al mondo al rischio di alluvioni e terremoti. Non vorrei importare la "sindrome di Istanbul" o ansie esagerate. Tuttavia la sensazione non ingiustificata che le immagini viste in Turchia potrebbero ripetersi da noi portano ad invocare un movimento di opinione pubblica che chieda la messa in opera di un sistema nazionale di sicurezza civile realmente operativo ed efficiente. Con quali requisiti? Tre: (a) definire la vulnerabilita' degli insediamenti e delle infrastrutture in relazione ai diversi rischi specifici di un territorio; (b) generare per ogni area un piano ed istituzioni di emergenza capaci di intervenire tempestivamente in fase di soccorso; (c) creare preventivamente una legislazione quadro che acceleri la ricostruzione degli insediamenti e delle attivita' economiche in casi di grandi eventi distruttivi. Questi concetti sono gia' stati acquisiti da tempo in Italia. Ma non sono stati realizzati concretamente pur essendoci un accettabile servizio di protezione civile gestito dai corpi dello Stato ed un ottimo sistema di volontariato. Cio' e' successo, a mio avviso, principalmente perche' le Regioni ed i Comuni e le altre istituzioni locali non hanno sufficienti risorse e ben definiti compiti autonomi di sicurezza civile. Infatti la gestione di questa resta prevalentemente nelle mani della struttura centrale dello Stato. Ma la prevenzione dei rischi e la buona gestione delle emergenze comincia proprio dalla minima unita' territoriale, il quartiere, la frazione, il comune. In conclusione, se vogliamo ridurre la nostra vulnerabilita' agli eventi estremi dobbiamo, per prima cosa, premere per una maggiore capacita' di autogoverno delle istituzioni locali e per un sistema nazionale di sicurezza che si appoggi su di loro. Il sindaco abita vicino a noi mentre il ministro no. A chi dareste i maggiori poteri per la sicurezza del territorio dove vivete?

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