La Borsa americana e', al momento, in discesa. Quelle europee vengono influenzate da questa e non hanno forza propria per rimbalzare verso l'alto. Risparmiatori ed investitori stanno seriamente cominciando a temere che dopo anni di "toro", cioe' di irrefrenabile tendenza rialzista dei valori azionari si stia passando verso un ciclo ribassista, cioe' di "orso". Sono timori fondati?

La risposta va trovata principalmente negli andamenti del sistema statunitense che determina in modo preponderante quelli del sistema finanziario globale. La Borsa e' discendente per il timore che l'autorita' monetaria americana (Fed) alzi per la terza volta i tassi a breve. Tale evento, che aumenta il costo del capitale di credito e ne rende disponibile di meno per investimenti e consumi, comporterebbe un rallentamento della crescita e quindi dei profitti delle imprese quotate in Borsa. Molti risparmiatori temono questa prospettiva e tendono a rifugiarsi nei titoli a reddito fisso. Altri, con atteggiamento piu' speculativo, trasferiscono i loro investimenti nel mercato giapponese che - pur ancora incerta la sua ripresa - mostra chiari sintomi di crescita e di rivalutazione dello yen. Complessivamente, meno capitale va a cercare remunerazione nella Borsa americana. Anche perche' il timore del rialzo dei tassi e' arrivato in un momento in cui stava affacciandosi la sensazione che i valori azionari fossero sopravalutati e che, in ogni caso, sarebbe stato difficile ottenere guadagni ulteriori. Per tutti questi motivi c'e' anche un po' meno domanda di dollari dall'estero per investirli in Borsa. Il parziale declino della moneta americana (piu' sullo yen che sull'euro, il secondo ancora fortemente depresso) a sua volta disincentiva i risparmiatori ed investitori globali a muoversi sul mercato finanziario denominato in questa moneta. E cio', appunto, riduce ancor di piu' l'afflusso di capitali per investimenti azionari. Tali sintomi, pur non ancora "orso", ne sono tuttavia tipici precursori. Dobbiamo rassegnarci al fatto che la Borsa americana non riuscira' piu' a tirare la crescita finanziaria mondiale?

No, in base alla seguente analisi. La crescita dell'economia reale statunitense, pur rallentando, e' ancora forte. Nel prossimo autunno le aziende manifatturiere torneranno a riempire i loro magazzini. In base all'indice di ottimismo dei consumatori si puo' prevedere che gli acquisti non scenderanno nella cruciale stagione pre-natalizia. Gli ordini di nuove case o di ristrutturazione di quelle vecchie (settore portante della crescita economica) non accennano a diminuire. La disocuppazione e ai minimi storici (4,2%) e infatti il costo del lavoro tende ad aumentare. La produttivita' cresce di meno del recente passato, ma cresce, sintomo che le imprese stanno continuando ad investire in tecnologie ed innovazione per ottenere sempre piu' efficienza. In generale, le aziende quotate prevedono nuovi profitti. Complessivamente, l'economia reale e' in piena salute. Paradossalmente proprio questo fatto - che implica una tendenza inflazionistica - deprime i valori azionari per la sua conseguenza di indurre ad un rialzo dei tassi. Tuttavia bisogna considerare che un anno fa i tassi erano piu' alti, l'economia ugualmente esplosiva, ma la Borsa era irresistibilmente rialzista. Cio' fa pensare che un ulteriore rialzo dei tassi, che se avviene li porterebbe a dove erano nel luglio del 1998 (prima dei ribassi di emergenza a seguito della crisi finanziaria gloable) non dovrebbe risultare incompatibile ne' con la crescita dell'economia reale ne' tantomeno con quella borsistica. Infatti, probabilmente, il mercato non teme tanto l'aumento dei tassi di per se quanto la situazione di attesa e di incertezza. Questa non permette di fare piani di investimento e toglie al mercato la "direzione". E lo si vede nelle oscillazioni borsistiche degli ultimi giorni. A ogni picco di ribasso segue uno di rialzo, alla minima notizia positiva. Cio' e' sintomo che il mercato non sente ancora l'"orso", non lo vuole, ma neanche ha il coraggio di prendere decisioni rialziste forti perche', appunto, non vede la direzione. Probabilmente la Fed ha voluto cercare esplicitamente questo effetto per calmierare i valori borsistici troppo alti, senza per altro farli cadere troppo. Tuttavia, e questo e' il punto piu' importante, l'incertezza sui tassi durera' al massimo fino ad ottobre. Dopo questa data e' difficile che verrano modificati per lungo tempo (al rialzo). Da allora in poi il mercato potra' basarsi su riferimenti certi e stabili. E tornera' a scommettere su una direzione. Vista la forza dell'economia reale americana, la freccia dovra' per forza tornare verso l'alto. In sintesi, non e' ancora "orso", ma solo una pausa nella corsa del toro.

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La risposta va trovata principalmente negli andamenti del sistema statunitense che determina in modo preponderante quelli del sistema finanziario globale. La Borsa e' discendente per il timore che l'autorita' monetaria americana (Fed) alzi per la terza volta i tassi a breve. Tale evento, che aumenta il costo del capitale di credito e ne rende disponibile di meno per investimenti e consumi, comporterebbe un rallentamento della crescita e quindi dei profitti delle imprese quotate in Borsa. Molti risparmiatori temono questa prospettiva e tendono a rifugiarsi nei titoli a reddito fisso. Altri, con atteggiamento piu' speculativo, trasferiscono i loro investimenti nel mercato giapponese che - pur ancora incerta la sua ripresa - mostra chiari sintomi di crescita e di rivalutazione dello yen. Complessivamente, meno capitale va a cercare remunerazione nella Borsa americana. Anche perche' il timore del rialzo dei tassi e' arrivato in un momento in cui stava affacciandosi la sensazione che i valori azionari fossero sopravalutati e che, in ogni caso, sarebbe stato difficile ottenere guadagni ulteriori. Per tutti questi motivi c'e' anche un po' meno domanda di dollari dall'estero per investirli in Borsa. Il parziale declino della moneta americana (piu' sullo yen che sull'euro, il secondo ancora fortemente depresso) a sua volta disincentiva i risparmiatori ed investitori globali a muoversi sul mercato finanziario denominato in questa moneta. E cio', appunto, riduce ancor di piu' l'afflusso di capitali per investimenti azionari. Tali sintomi, pur non ancora "orso", ne sono tuttavia tipici precursori. Dobbiamo rassegnarci al fatto che la Borsa americana non riuscira' piu' a tirare la crescita finanziaria mondiale?

No, in base alla seguente analisi. La crescita dell'economia reale statunitense, pur rallentando, e' ancora forte. Nel prossimo autunno le aziende manifatturiere torneranno a riempire i loro magazzini. In base all'indice di ottimismo dei consumatori si puo' prevedere che gli acquisti non scenderanno nella cruciale stagione pre-natalizia. Gli ordini di nuove case o di ristrutturazione di quelle vecchie (settore portante della crescita economica) non accennano a diminuire. La disocuppazione e ai minimi storici (4,2%) e infatti il costo del lavoro tende ad aumentare. La produttivita' cresce di meno del recente passato, ma cresce, sintomo che le imprese stanno continuando ad investire in tecnologie ed innovazione per ottenere sempre piu' efficienza. In generale, le aziende quotate prevedono nuovi profitti. Complessivamente, l'economia reale e' in piena salute. Paradossalmente proprio questo fatto - che implica una tendenza inflazionistica - deprime i valori azionari per la sua conseguenza di indurre ad un rialzo dei tassi. Tuttavia bisogna considerare che un anno fa i tassi erano piu' alti, l'economia ugualmente esplosiva, ma la Borsa era irresistibilmente rialzista. Cio' fa pensare che un ulteriore rialzo dei tassi, che se avviene li porterebbe a dove erano nel luglio del 1998 (prima dei ribassi di emergenza a seguito della crisi finanziaria gloable) non dovrebbe risultare incompatibile ne' con la crescita dell'economia reale ne' tantomeno con quella borsistica. Infatti, probabilmente, il mercato non teme tanto l'aumento dei tassi di per se quanto la situazione di attesa e di incertezza. Questa non permette di fare piani di investimento e toglie al mercato la "direzione". E lo si vede nelle oscillazioni borsistiche degli ultimi giorni. A ogni picco di ribasso segue uno di rialzo, alla minima notizia positiva. Cio' e' sintomo che il mercato non sente ancora l'"orso", non lo vuole, ma neanche ha il coraggio di prendere decisioni rialziste forti perche', appunto, non vede la direzione. Probabilmente la Fed ha voluto cercare esplicitamente questo effetto per calmierare i valori borsistici troppo alti, senza per altro farli cadere troppo. Tuttavia, e questo e' il punto piu' importante, l'incertezza sui tassi durera' al massimo fino ad ottobre. Dopo questa data e' difficile che verrano modificati per lungo tempo (al rialzo). Da allora in poi il mercato potra' basarsi su riferimenti certi e stabili. E tornera' a scommettere su una direzione. Vista la forza dell'economia reale americana, la freccia dovra' per forza tornare verso l'alto. In sintesi, non e' ancora "orso", ma solo una pausa nella corsa del toro.

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La risposta va trovata principalmente negli andamenti del sistema statunitense che determina in modo preponderante quelli del sistema finanziario globale. La Borsa e' discendente per il timore che l'autorita' monetaria americana (Fed) alzi per la terza volta i tassi a breve. Tale evento, che aumenta il costo del capitale di credito e ne rende disponibile di meno per investimenti e consumi, comporterebbe un rallentamento della crescita e quindi dei profitti delle imprese quotate in Borsa. Molti risparmiatori temono questa prospettiva e tendono a rifugiarsi nei titoli a reddito fisso. Altri, con atteggiamento piu' speculativo, trasferiscono i loro investimenti nel mercato giapponese che - pur ancora incerta la sua ripresa - mostra chiari sintomi di crescita e di rivalutazione dello yen. Complessivamente, meno capitale va a cercare remunerazione nella Borsa americana. Anche perche' il timore del rialzo dei tassi e' arrivato in un momento in cui stava affacciandosi la sensazione che i valori azionari fossero sopravalutati e che, in ogni caso, sarebbe stato difficile ottenere guadagni ulteriori. Per tutti questi motivi c'e' anche un po' meno domanda di dollari dall'estero per investirli in Borsa. Il parziale declino della moneta americana (piu' sullo yen che sull'euro, il secondo ancora fortemente depresso) a sua volta disincentiva i risparmiatori ed investitori globali a muoversi sul mercato finanziario denominato in questa moneta. E cio', appunto, riduce ancor di piu' l'afflusso di capitali per investimenti azionari. Tali sintomi, pur non ancora "orso", ne sono tuttavia tipici precursori. Dobbiamo rassegnarci al fatto che la Borsa americana non riuscira' piu' a tirare la crescita finanziaria mondiale?

No, in base alla seguente analisi. La crescita dell'economia reale statunitense, pur rallentando, e' ancora forte. Nel prossimo autunno le aziende manifatturiere torneranno a riempire i loro magazzini. In base all'indice di ottimismo dei consumatori si puo' prevedere che gli acquisti non scenderanno nella cruciale stagione pre-natalizia. Gli ordini di nuove case o di ristrutturazione di quelle vecchie (settore portante della crescita economica) non accennano a diminuire. La disocuppazione e ai minimi storici (4,2%) e infatti il costo del lavoro tende ad aumentare. La produttivita' cresce di meno del recente passato, ma cresce, sintomo che le imprese stanno continuando ad investire in tecnologie ed innovazione per ottenere sempre piu' efficienza. In generale, le aziende quotate prevedono nuovi profitti. Complessivamente, l'economia reale e' in piena salute. Paradossalmente proprio questo fatto - che implica una tendenza inflazionistica - deprime i valori azionari per la sua conseguenza di indurre ad un rialzo dei tassi. Tuttavia bisogna considerare che un anno fa i tassi erano piu' alti, l'economia ugualmente esplosiva, ma la Borsa era irresistibilmente rialzista. Cio' fa pensare che un ulteriore rialzo dei tassi, che se avviene li porterebbe a dove erano nel luglio del 1998 (prima dei ribassi di emergenza a seguito della crisi finanziaria gloable) non dovrebbe risultare incompatibile ne' con la crescita dell'economia reale ne' tantomeno con quella borsistica. Infatti, probabilmente, il mercato non teme tanto l'aumento dei tassi di per se quanto la situazione di attesa e di incertezza. Questa non permette di fare piani di investimento e toglie al mercato la "direzione". E lo si vede nelle oscillazioni borsistiche degli ultimi giorni. A ogni picco di ribasso segue uno di rialzo, alla minima notizia positiva. Cio' e' sintomo che il mercato non sente ancora l'"orso", non lo vuole, ma neanche ha il coraggio di prendere decisioni rialziste forti perche', appunto, non vede la direzione. Probabilmente la Fed ha voluto cercare esplicitamente questo effetto per calmierare i valori borsistici troppo alti, senza per altro farli cadere troppo. Tuttavia, e questo e' il punto piu' importante, l'incertezza sui tassi durera' al massimo fino ad ottobre. Dopo questa data e' difficile che verrano modificati per lungo tempo (al rialzo). Da allora in poi il mercato potra' basarsi su riferimenti certi e stabili. E tornera' a scommettere su una direzione. Vista la forza dell'economia reale americana, la freccia dovra' per forza tornare verso l'alto. In sintesi, non e' ancora "orso", ma solo una pausa nella corsa del toro.

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L' Arena

1999-9-2

2/9/1999

Sembra orso, ma e' solo una sosta nella corsa del toro

La Borsa americana e', al momento, in discesa. Quelle europee vengono influenzate da questa e non hanno forza propria per rimbalzare verso l'alto. Risparmiatori ed investitori stanno seriamente cominciando a temere che dopo anni di "toro", cioe' di irrefrenabile tendenza rialzista dei valori azionari si stia passando verso un ciclo ribassista, cioe' di "orso". Sono timori fondati?

La risposta va trovata principalmente negli andamenti del sistema statunitense che determina in modo preponderante quelli del sistema finanziario globale. La Borsa e' discendente per il timore che l'autorita' monetaria americana (Fed) alzi per la terza volta i tassi a breve. Tale evento, che aumenta il costo del capitale di credito e ne rende disponibile di meno per investimenti e consumi, comporterebbe un rallentamento della crescita e quindi dei profitti delle imprese quotate in Borsa. Molti risparmiatori temono questa prospettiva e tendono a rifugiarsi nei titoli a reddito fisso. Altri, con atteggiamento piu' speculativo, trasferiscono i loro investimenti nel mercato giapponese che - pur ancora incerta la sua ripresa - mostra chiari sintomi di crescita e di rivalutazione dello yen. Complessivamente, meno capitale va a cercare remunerazione nella Borsa americana. Anche perche' il timore del rialzo dei tassi e' arrivato in un momento in cui stava affacciandosi la sensazione che i valori azionari fossero sopravalutati e che, in ogni caso, sarebbe stato difficile ottenere guadagni ulteriori. Per tutti questi motivi c'e' anche un po' meno domanda di dollari dall'estero per investirli in Borsa. Il parziale declino della moneta americana (piu' sullo yen che sull'euro, il secondo ancora fortemente depresso) a sua volta disincentiva i risparmiatori ed investitori globali a muoversi sul mercato finanziario denominato in questa moneta. E cio', appunto, riduce ancor di piu' l'afflusso di capitali per investimenti azionari. Tali sintomi, pur non ancora "orso", ne sono tuttavia tipici precursori. Dobbiamo rassegnarci al fatto che la Borsa americana non riuscira' piu' a tirare la crescita finanziaria mondiale?

No, in base alla seguente analisi. La crescita dell'economia reale statunitense, pur rallentando, e' ancora forte. Nel prossimo autunno le aziende manifatturiere torneranno a riempire i loro magazzini. In base all'indice di ottimismo dei consumatori si puo' prevedere che gli acquisti non scenderanno nella cruciale stagione pre-natalizia. Gli ordini di nuove case o di ristrutturazione di quelle vecchie (settore portante della crescita economica) non accennano a diminuire. La disocuppazione e ai minimi storici (4,2%) e infatti il costo del lavoro tende ad aumentare. La produttivita' cresce di meno del recente passato, ma cresce, sintomo che le imprese stanno continuando ad investire in tecnologie ed innovazione per ottenere sempre piu' efficienza. In generale, le aziende quotate prevedono nuovi profitti. Complessivamente, l'economia reale e' in piena salute. Paradossalmente proprio questo fatto - che implica una tendenza inflazionistica - deprime i valori azionari per la sua conseguenza di indurre ad un rialzo dei tassi. Tuttavia bisogna considerare che un anno fa i tassi erano piu' alti, l'economia ugualmente esplosiva, ma la Borsa era irresistibilmente rialzista. Cio' fa pensare che un ulteriore rialzo dei tassi, che se avviene li porterebbe a dove erano nel luglio del 1998 (prima dei ribassi di emergenza a seguito della crisi finanziaria gloable) non dovrebbe risultare incompatibile ne' con la crescita dell'economia reale ne' tantomeno con quella borsistica. Infatti, probabilmente, il mercato non teme tanto l'aumento dei tassi di per se quanto la situazione di attesa e di incertezza. Questa non permette di fare piani di investimento e toglie al mercato la "direzione". E lo si vede nelle oscillazioni borsistiche degli ultimi giorni. A ogni picco di ribasso segue uno di rialzo, alla minima notizia positiva. Cio' e' sintomo che il mercato non sente ancora l'"orso", non lo vuole, ma neanche ha il coraggio di prendere decisioni rialziste forti perche', appunto, non vede la direzione. Probabilmente la Fed ha voluto cercare esplicitamente questo effetto per calmierare i valori borsistici troppo alti, senza per altro farli cadere troppo. Tuttavia, e questo e' il punto piu' importante, l'incertezza sui tassi durera' al massimo fino ad ottobre. Dopo questa data e' difficile che verrano modificati per lungo tempo (al rialzo). Da allora in poi il mercato potra' basarsi su riferimenti certi e stabili. E tornera' a scommettere su una direzione. Vista la forza dell'economia reale americana, la freccia dovra' per forza tornare verso l'alto. In sintesi, non e' ancora "orso", ma solo una pausa nella corsa del toro.

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