Chi ha sulla coscienza le migliaia di kosovari che le truppe serbe hanno massacrato tra il 20 marzo, giorno in cui gli osservatori Osce hanno lasciato (in sole sei ore) il Kosovo, ed oggi? Certamente i serbi, ma anche noi, intesi come nazioni Nato. E non perché l'avvio dei bombardamenti abbia dato la scusa ai serbi per intensificare la pulizia etnica e la repressione. Ma perché non abbiamo bombardato nel posto giusto e nella quantità sufficiente. Inoltre l'azione militare é cominciata troppo tardi. Dal 20 al 24 c'é stato un momento di vuoto nella pressione internazionale (riempita di parole e dalla missione di Holbrooke a Belgrado) che é stato utilizzato dagli sterminatori di Milosevic.

Abbiamo fatto un errore oppure é stata una mossa esplicita per comunicare sottobanco una soluzione indecente, ma pratica, al leader serbo: riprenditi metà Kosovo, espelli gli albanesi, l'altra metà poi ce la molli e la finiamo così? Jamie Shea, portavoce Nato, ha dichiarato: "perfino noi siamo stati scioccati dall'enormità di quello che sta succedendo in Kosovo". Il ministro degli interni italiano, Jervolino, ci ha propinato la stessa versione. Dobbiamo credere a costoro? No. La Nato ha sotto osservazione, centimetro per centimetro, minuto per minuto, tutto quello che succede nel Kosovo e Jugoslavia intera (più Bosnia e dintorni). Satelliti "Key hole" che arrivano ad una capacità di risoluzione di 2 cm (cioé dallo spazio si può leggere un giornale che uno, a terra, sta aprendo). Altri meno potenti, ma che comunque mostrano gli eventi in corso con immagini televisive dettagliate. E tante altre fonti dati. Che la Nato ed il governo italiano non sapessero cosa stesse - e sta - succedendo non é credibile. Però fanno finta di essere sorpresi. Perché?

Probabilmente Milosevic, avendo notato la poca volontà della Nato di fare la guerra sul serio, ha deciso di cogliere l'opportunità per prendersi e bonificare più territorio kosovaro di quanto sperava in base al probabile accordo sottobanco detto sopra. E ciò ha creato un'emergenza umanitaria così evidente e televisiva da costringere la riluttante Nato a muoversi in maniera più incisiva per non essere accusata dall'opinione pubblica di lasciar morire i kosovari senza muovere un dito. Facciamo finalmente sul serio? Ancora no. Martedì notte il comandante operativo della Nato, generale Wesley C. Clark, ha avuto il permesso di passare alla fase tre (quelle uno e due, pur televisivamente spettacolari, sono state solo dimostrative). Significa colpire tutto il potenziale militare serbo e distruggerlo, nonché attaccare i vertici politici bombardando i ministeri - cioé i singoli dirigenti- di Belgrado. Se fatta seriamente, tale azione ha la possiblità di dissuadere i serbi da ulteriori repressioni in Kosovo e di costringerli al negoziato. Anche perché una "fase tre" eseguita in modo determinato farebbe capire che la Nato é disposta, poi, a passare alla fase quattro: attacco diretto contro l'integrità territoriale della repubblica federativa di Jugoslavia e contro la sopravvivenza politica di Milosevic. Poiché all'interno della Nato non c'é consenso politico proprio su questo livello di escalation-dissuasione, Clark ha avuto solo il permesso di attivare una moderatissima fase "due e mezzo". Italia e Grecia, filoserbe, si sono opposte all'opzione più dura. L'amministrazione Clinton é divisa al suo interno sul che cosa fare. Il risultato é che Milosevic avrà certamente dei danni, ma non così forti dal costringerlo, con le cattive, a mollare. E i kosovari continueranno a morire, i giovani maschi evirati e decapitati, le loro donne stuprate dai miliziani cetnici davanti agli occhi dei figli. Su un milione e ottocentomila kosovari, circa seicentomila sono in fuga, di questi centoventimila già usciti dai confini. Ma gli altri? Potrebbero essere trattenuti dai serbi come ostaggi a copertura contro i bombardamenti delle truppe impegnate in Kosovo o come merce di scambio per un futuro compromesso di spartizione. In sintesi, l'azione militare Nato non é sufficientemente intensa per raggiungere gli scopi dichiarati (tutela degli albanesi kosovari contro il piano serbo di pulizia etnica) e, alla fine, sarà Milosevic a decidere quando e come arrivare ad un compromesso. Di cui la Germania sta preparando il contenitore annunciando una conferenza di pace sul Kosovo proprio nel momento in cui la Nato comunicava la dimezzata escalation. Non pare una gran determinazione.

In conclusione, pur senza sottostimare l'enorme complessità del caso, sia chiaro che i kosovari morti li abbiamo anche noi sulla coscienza. Senza la decisione di togliere gli osservatori Osce, oppure attaccando con maggiore determinazione, molti di questi sarebbero ancora vivi. Serva per il futuro e per capire che una guerra o la si fa sul serio o e meglio neanche evocarla a parole.

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Abbiamo fatto un errore oppure é stata una mossa esplicita per comunicare sottobanco una soluzione indecente, ma pratica, al leader serbo: riprenditi metà Kosovo, espelli gli albanesi, l'altra metà poi ce la molli e la finiamo così? Jamie Shea, portavoce Nato, ha dichiarato: "perfino noi siamo stati scioccati dall'enormità di quello che sta succedendo in Kosovo". Il ministro degli interni italiano, Jervolino, ci ha propinato la stessa versione. Dobbiamo credere a costoro? No. La Nato ha sotto osservazione, centimetro per centimetro, minuto per minuto, tutto quello che succede nel Kosovo e Jugoslavia intera (più Bosnia e dintorni). Satelliti "Key hole" che arrivano ad una capacità di risoluzione di 2 cm (cioé dallo spazio si può leggere un giornale che uno, a terra, sta aprendo). Altri meno potenti, ma che comunque mostrano gli eventi in corso con immagini televisive dettagliate. E tante altre fonti dati. Che la Nato ed il governo italiano non sapessero cosa stesse - e sta - succedendo non é credibile. Però fanno finta di essere sorpresi. Perché?

Probabilmente Milosevic, avendo notato la poca volontà della Nato di fare la guerra sul serio, ha deciso di cogliere l'opportunità per prendersi e bonificare più territorio kosovaro di quanto sperava in base al probabile accordo sottobanco detto sopra. E ciò ha creato un'emergenza umanitaria così evidente e televisiva da costringere la riluttante Nato a muoversi in maniera più incisiva per non essere accusata dall'opinione pubblica di lasciar morire i kosovari senza muovere un dito. Facciamo finalmente sul serio? Ancora no. Martedì notte il comandante operativo della Nato, generale Wesley C. Clark, ha avuto il permesso di passare alla fase tre (quelle uno e due, pur televisivamente spettacolari, sono state solo dimostrative). Significa colpire tutto il potenziale militare serbo e distruggerlo, nonché attaccare i vertici politici bombardando i ministeri - cioé i singoli dirigenti- di Belgrado. Se fatta seriamente, tale azione ha la possiblità di dissuadere i serbi da ulteriori repressioni in Kosovo e di costringerli al negoziato. Anche perché una "fase tre" eseguita in modo determinato farebbe capire che la Nato é disposta, poi, a passare alla fase quattro: attacco diretto contro l'integrità territoriale della repubblica federativa di Jugoslavia e contro la sopravvivenza politica di Milosevic. Poiché all'interno della Nato non c'é consenso politico proprio su questo livello di escalation-dissuasione, Clark ha avuto solo il permesso di attivare una moderatissima fase "due e mezzo". Italia e Grecia, filoserbe, si sono opposte all'opzione più dura. L'amministrazione Clinton é divisa al suo interno sul che cosa fare. Il risultato é che Milosevic avrà certamente dei danni, ma non così forti dal costringerlo, con le cattive, a mollare. E i kosovari continueranno a morire, i giovani maschi evirati e decapitati, le loro donne stuprate dai miliziani cetnici davanti agli occhi dei figli. Su un milione e ottocentomila kosovari, circa seicentomila sono in fuga, di questi centoventimila già usciti dai confini. Ma gli altri? Potrebbero essere trattenuti dai serbi come ostaggi a copertura contro i bombardamenti delle truppe impegnate in Kosovo o come merce di scambio per un futuro compromesso di spartizione. In sintesi, l'azione militare Nato non é sufficientemente intensa per raggiungere gli scopi dichiarati (tutela degli albanesi kosovari contro il piano serbo di pulizia etnica) e, alla fine, sarà Milosevic a decidere quando e come arrivare ad un compromesso. Di cui la Germania sta preparando il contenitore annunciando una conferenza di pace sul Kosovo proprio nel momento in cui la Nato comunicava la dimezzata escalation. Non pare una gran determinazione.

In conclusione, pur senza sottostimare l'enorme complessità del caso, sia chiaro che i kosovari morti li abbiamo anche noi sulla coscienza. Senza la decisione di togliere gli osservatori Osce, oppure attaccando con maggiore determinazione, molti di questi sarebbero ancora vivi. Serva per il futuro e per capire che una guerra o la si fa sul serio o e meglio neanche evocarla a parole.

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Abbiamo fatto un errore oppure é stata una mossa esplicita per comunicare sottobanco una soluzione indecente, ma pratica, al leader serbo: riprenditi metà Kosovo, espelli gli albanesi, l'altra metà poi ce la molli e la finiamo così? Jamie Shea, portavoce Nato, ha dichiarato: "perfino noi siamo stati scioccati dall'enormità di quello che sta succedendo in Kosovo". Il ministro degli interni italiano, Jervolino, ci ha propinato la stessa versione. Dobbiamo credere a costoro? No. La Nato ha sotto osservazione, centimetro per centimetro, minuto per minuto, tutto quello che succede nel Kosovo e Jugoslavia intera (più Bosnia e dintorni). Satelliti "Key hole" che arrivano ad una capacità di risoluzione di 2 cm (cioé dallo spazio si può leggere un giornale che uno, a terra, sta aprendo). Altri meno potenti, ma che comunque mostrano gli eventi in corso con immagini televisive dettagliate. E tante altre fonti dati. Che la Nato ed il governo italiano non sapessero cosa stesse - e sta - succedendo non é credibile. Però fanno finta di essere sorpresi. Perché?

Probabilmente Milosevic, avendo notato la poca volontà della Nato di fare la guerra sul serio, ha deciso di cogliere l'opportunità per prendersi e bonificare più territorio kosovaro di quanto sperava in base al probabile accordo sottobanco detto sopra. E ciò ha creato un'emergenza umanitaria così evidente e televisiva da costringere la riluttante Nato a muoversi in maniera più incisiva per non essere accusata dall'opinione pubblica di lasciar morire i kosovari senza muovere un dito. Facciamo finalmente sul serio? Ancora no. Martedì notte il comandante operativo della Nato, generale Wesley C. Clark, ha avuto il permesso di passare alla fase tre (quelle uno e due, pur televisivamente spettacolari, sono state solo dimostrative). Significa colpire tutto il potenziale militare serbo e distruggerlo, nonché attaccare i vertici politici bombardando i ministeri - cioé i singoli dirigenti- di Belgrado. Se fatta seriamente, tale azione ha la possiblità di dissuadere i serbi da ulteriori repressioni in Kosovo e di costringerli al negoziato. Anche perché una "fase tre" eseguita in modo determinato farebbe capire che la Nato é disposta, poi, a passare alla fase quattro: attacco diretto contro l'integrità territoriale della repubblica federativa di Jugoslavia e contro la sopravvivenza politica di Milosevic. Poiché all'interno della Nato non c'é consenso politico proprio su questo livello di escalation-dissuasione, Clark ha avuto solo il permesso di attivare una moderatissima fase "due e mezzo". Italia e Grecia, filoserbe, si sono opposte all'opzione più dura. L'amministrazione Clinton é divisa al suo interno sul che cosa fare. Il risultato é che Milosevic avrà certamente dei danni, ma non così forti dal costringerlo, con le cattive, a mollare. E i kosovari continueranno a morire, i giovani maschi evirati e decapitati, le loro donne stuprate dai miliziani cetnici davanti agli occhi dei figli. Su un milione e ottocentomila kosovari, circa seicentomila sono in fuga, di questi centoventimila già usciti dai confini. Ma gli altri? Potrebbero essere trattenuti dai serbi come ostaggi a copertura contro i bombardamenti delle truppe impegnate in Kosovo o come merce di scambio per un futuro compromesso di spartizione. In sintesi, l'azione militare Nato non é sufficientemente intensa per raggiungere gli scopi dichiarati (tutela degli albanesi kosovari contro il piano serbo di pulizia etnica) e, alla fine, sarà Milosevic a decidere quando e come arrivare ad un compromesso. Di cui la Germania sta preparando il contenitore annunciando una conferenza di pace sul Kosovo proprio nel momento in cui la Nato comunicava la dimezzata escalation. Non pare una gran determinazione.

In conclusione, pur senza sottostimare l'enorme complessità del caso, sia chiaro che i kosovari morti li abbiamo anche noi sulla coscienza. Senza la decisione di togliere gli osservatori Osce, oppure attaccando con maggiore determinazione, molti di questi sarebbero ancora vivi. Serva per il futuro e per capire che una guerra o la si fa sul serio o e meglio neanche evocarla a parole.

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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

1999-3-31

31/3/1999

Guerra finta, morti veri

Chi ha sulla coscienza le migliaia di kosovari che le truppe serbe hanno massacrato tra il 20 marzo, giorno in cui gli osservatori Osce hanno lasciato (in sole sei ore) il Kosovo, ed oggi? Certamente i serbi, ma anche noi, intesi come nazioni Nato. E non perché l'avvio dei bombardamenti abbia dato la scusa ai serbi per intensificare la pulizia etnica e la repressione. Ma perché non abbiamo bombardato nel posto giusto e nella quantità sufficiente. Inoltre l'azione militare é cominciata troppo tardi. Dal 20 al 24 c'é stato un momento di vuoto nella pressione internazionale (riempita di parole e dalla missione di Holbrooke a Belgrado) che é stato utilizzato dagli sterminatori di Milosevic.

Abbiamo fatto un errore oppure é stata una mossa esplicita per comunicare sottobanco una soluzione indecente, ma pratica, al leader serbo: riprenditi metà Kosovo, espelli gli albanesi, l'altra metà poi ce la molli e la finiamo così? Jamie Shea, portavoce Nato, ha dichiarato: "perfino noi siamo stati scioccati dall'enormità di quello che sta succedendo in Kosovo". Il ministro degli interni italiano, Jervolino, ci ha propinato la stessa versione. Dobbiamo credere a costoro? No. La Nato ha sotto osservazione, centimetro per centimetro, minuto per minuto, tutto quello che succede nel Kosovo e Jugoslavia intera (più Bosnia e dintorni). Satelliti "Key hole" che arrivano ad una capacità di risoluzione di 2 cm (cioé dallo spazio si può leggere un giornale che uno, a terra, sta aprendo). Altri meno potenti, ma che comunque mostrano gli eventi in corso con immagini televisive dettagliate. E tante altre fonti dati. Che la Nato ed il governo italiano non sapessero cosa stesse - e sta - succedendo non é credibile. Però fanno finta di essere sorpresi. Perché?

Probabilmente Milosevic, avendo notato la poca volontà della Nato di fare la guerra sul serio, ha deciso di cogliere l'opportunità per prendersi e bonificare più territorio kosovaro di quanto sperava in base al probabile accordo sottobanco detto sopra. E ciò ha creato un'emergenza umanitaria così evidente e televisiva da costringere la riluttante Nato a muoversi in maniera più incisiva per non essere accusata dall'opinione pubblica di lasciar morire i kosovari senza muovere un dito. Facciamo finalmente sul serio? Ancora no. Martedì notte il comandante operativo della Nato, generale Wesley C. Clark, ha avuto il permesso di passare alla fase tre (quelle uno e due, pur televisivamente spettacolari, sono state solo dimostrative). Significa colpire tutto il potenziale militare serbo e distruggerlo, nonché attaccare i vertici politici bombardando i ministeri - cioé i singoli dirigenti- di Belgrado. Se fatta seriamente, tale azione ha la possiblità di dissuadere i serbi da ulteriori repressioni in Kosovo e di costringerli al negoziato. Anche perché una "fase tre" eseguita in modo determinato farebbe capire che la Nato é disposta, poi, a passare alla fase quattro: attacco diretto contro l'integrità territoriale della repubblica federativa di Jugoslavia e contro la sopravvivenza politica di Milosevic. Poiché all'interno della Nato non c'é consenso politico proprio su questo livello di escalation-dissuasione, Clark ha avuto solo il permesso di attivare una moderatissima fase "due e mezzo". Italia e Grecia, filoserbe, si sono opposte all'opzione più dura. L'amministrazione Clinton é divisa al suo interno sul che cosa fare. Il risultato é che Milosevic avrà certamente dei danni, ma non così forti dal costringerlo, con le cattive, a mollare. E i kosovari continueranno a morire, i giovani maschi evirati e decapitati, le loro donne stuprate dai miliziani cetnici davanti agli occhi dei figli. Su un milione e ottocentomila kosovari, circa seicentomila sono in fuga, di questi centoventimila già usciti dai confini. Ma gli altri? Potrebbero essere trattenuti dai serbi come ostaggi a copertura contro i bombardamenti delle truppe impegnate in Kosovo o come merce di scambio per un futuro compromesso di spartizione. In sintesi, l'azione militare Nato non é sufficientemente intensa per raggiungere gli scopi dichiarati (tutela degli albanesi kosovari contro il piano serbo di pulizia etnica) e, alla fine, sarà Milosevic a decidere quando e come arrivare ad un compromesso. Di cui la Germania sta preparando il contenitore annunciando una conferenza di pace sul Kosovo proprio nel momento in cui la Nato comunicava la dimezzata escalation. Non pare una gran determinazione.

In conclusione, pur senza sottostimare l'enorme complessità del caso, sia chiaro che i kosovari morti li abbiamo anche noi sulla coscienza. Senza la decisione di togliere gli osservatori Osce, oppure attaccando con maggiore determinazione, molti di questi sarebbero ancora vivi. Serva per il futuro e per capire che una guerra o la si fa sul serio o e meglio neanche evocarla a parole.

(c) 1999 Carlo Pelanda
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