Esiste un mercato globale, ma non un'architettura di regole che gli dia stabilità e trasparenza. Questo fatto crea un alto potenziale di disordine nell'economia mondiale complessiva. La crisi finanziaria in Asia del 1997 ne é una prova. Il suo impatto comporterà una riduzione della crescita dell'economia globale di circa l'1% nel 1998 (stimata dal Fondo monetario internazionale al 3,2% contro il 4,1% del 1997). In Indonesia, per dire, questo significa una disoccupazione del 15%. Ma vuol dire anche meno esportazioni dall'Europa verso l'Asia, per la caduta della domanda locale, o più crediti inesigibili per le aziende del Nordest che operano in quell'area. Certo, le crisi sono anche grandi opportunità speculative. Per esempio, in una Corea la cui moneta, il won, si é svalutata di circa il 50%, é chiaro che posso comprare a metà prezzo, se ho un portafoglio di dollari, un'azienda automobilistica o di televisioni o di frigoriferi, ad alta tecnologia e qualità. E ci guadagno il quadruplo esportando questi beni da lì nel mercato a valuta stabile. Ma ciò crea ulteriore instabilità perché i paesi toccati da questa competizione sul piano dei prezzi saranno a loro volta forzati a svalutare per resistervi. E se si innesca una sequenza di svalutazioni competitive si creano i presupposti per una recessione mondiale prolungata e brutale. Pur detto così schematicamente, il problema é chiaro: a nessun paese che é rilevante nel circuito dell'economia globale può essere più permesso di generare una instabilità finanziaria che poi inneschi un effetto domino del tipo detto sopra. La soluzione di questo problema non é più rimandabile.

Ed infatti la questione é oggetto, in questa settimana, della riunione dei ministri finanziari e governatori delle banche centrali dei paesi del G7. Il loro compito é quello di trovare un accordo su nuovi, e più efficaci, sistemi di regolazione del mercato internazionale in modo tale da poterli ratificare nel vertice G7, a livello di capi di governo, che si terrà a Birmingham nella metà di maggio.

Il problema é complicatissimo perché quando si parla di regolazione globale in realtà si introduce un sistema di vincoli alle sovranità nazionali. Prendiamo il caso del Giappone che presenta in grande le stesse caratteristiche di opacità bancaria e regolativa che, più in piccolo, hanno fatto già saltare i sistemi finanziari di Corea, Malesia, Indonesia e Thailandia. Il suo sistema finanziario si basa sul sistema del "keiretsu". E' una sorta di consociativismo, spesso con caratteristiche "mafiose", che intreccia banche, imprese e politica in un unico agglomerato inestricabile. Questo, in estrema sintesi, crea bolle finanziarie che poi scoppiano perché non sorrette da valori reali. E dopo lo scoppio le imprese non trovano più il capitale che serve loro per operare sia per la crisi delle banche sia per la sfiducia dei risparmiatori che operano in quella moneta. Ed infatti qualcosa come 16mila aziende sono fallite negli ultimi mesi. Per uscire da questa crisi il Giappone ha due strade: o svaluta lo yen contro il dollaro oppure risana alla radice il prorio sistema di intrecci perversi tra politica, banche ed aziende. La prima opzione scatenerebbe una crisi mondiale. Ed infatti gli Stati Uniti sono terrorizzati e stanno premendo come non mai affinché il Giappone attui la riforma interna e, con questa, ricrei la fiducia nello yen riportandone in alto i valori sul dollaro. Ma questa riforma significa rompere gli interessi dei maggiori gruppi di potere nipponici. Non é facile.

Quindi i regolatori mondiali devono inventare degli strumenti stabilità finanziaria che, allo stesso tempo, forzino i paesi disordinati a mettere ordine in casa, ma anche rispettino la complessità politica interna di questi, non forzandoli a fare in tempi brevi riforme interne molto difficili in termini di consenso. E' un bel dilemma. Lo strumento già esistente, il Fondo monetario internazionale, non é riuscito a risolverlo. Ce l'ha fatta, intanto, a tamponare la crisi asiatica sul piano macroeconomico ricapitalizzando i paesi asiatici (minori) in crisi per circa un centinaio di miliardi di dollari. Ed in cambio ha preteso pesantissime - e sacrosante- riforme interne da questi. Ma tale metodo ha creato recessioni e crisi sociali. Inoltre paesi più grandi, come il Giappone, certamente non si fanno condizionare dal Fondo perché hanno la forza per resistervi (infatti stanno intervendo direttamente gli Stati Uniti con pressioni bilaterali). In sintesi, lo strumento attuale é efficace solo a metà: i paesi più grandi possono snobbarlo, quelli più piccoli devono accettarne le condizioni, ma queste sono troppo pesanti e, alla fine, non riescono ad essere applicate e ciò crea i presupposti per crisi ulteriori, oltre ad altre distorsioni tecniche. Evidentemente ci vuole più consenso politico preventivo tra tutti i paesi per permettere il funzionamento ad uno strumento tecnico di regolazione che implica condizionamenti di sovranità. E il saperlo trovare, nei prossimi mesi per il caso del Giappone, e nei prossimi anni in generale, deciderà se avremo ordine o disordine mondiale.

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Ed infatti la questione é oggetto, in questa settimana, della riunione dei ministri finanziari e governatori delle banche centrali dei paesi del G7. Il loro compito é quello di trovare un accordo su nuovi, e più efficaci, sistemi di regolazione del mercato internazionale in modo tale da poterli ratificare nel vertice G7, a livello di capi di governo, che si terrà a Birmingham nella metà di maggio.

Il problema é complicatissimo perché quando si parla di regolazione globale in realtà si introduce un sistema di vincoli alle sovranità nazionali. Prendiamo il caso del Giappone che presenta in grande le stesse caratteristiche di opacità bancaria e regolativa che, più in piccolo, hanno fatto già saltare i sistemi finanziari di Corea, Malesia, Indonesia e Thailandia. Il suo sistema finanziario si basa sul sistema del "keiretsu". E' una sorta di consociativismo, spesso con caratteristiche "mafiose", che intreccia banche, imprese e politica in un unico agglomerato inestricabile. Questo, in estrema sintesi, crea bolle finanziarie che poi scoppiano perché non sorrette da valori reali. E dopo lo scoppio le imprese non trovano più il capitale che serve loro per operare sia per la crisi delle banche sia per la sfiducia dei risparmiatori che operano in quella moneta. Ed infatti qualcosa come 16mila aziende sono fallite negli ultimi mesi. Per uscire da questa crisi il Giappone ha due strade: o svaluta lo yen contro il dollaro oppure risana alla radice il prorio sistema di intrecci perversi tra politica, banche ed aziende. La prima opzione scatenerebbe una crisi mondiale. Ed infatti gli Stati Uniti sono terrorizzati e stanno premendo come non mai affinché il Giappone attui la riforma interna e, con questa, ricrei la fiducia nello yen riportandone in alto i valori sul dollaro. Ma questa riforma significa rompere gli interessi dei maggiori gruppi di potere nipponici. Non é facile.

Quindi i regolatori mondiali devono inventare degli strumenti stabilità finanziaria che, allo stesso tempo, forzino i paesi disordinati a mettere ordine in casa, ma anche rispettino la complessità politica interna di questi, non forzandoli a fare in tempi brevi riforme interne molto difficili in termini di consenso. E' un bel dilemma. Lo strumento già esistente, il Fondo monetario internazionale, non é riuscito a risolverlo. Ce l'ha fatta, intanto, a tamponare la crisi asiatica sul piano macroeconomico ricapitalizzando i paesi asiatici (minori) in crisi per circa un centinaio di miliardi di dollari. Ed in cambio ha preteso pesantissime - e sacrosante- riforme interne da questi. Ma tale metodo ha creato recessioni e crisi sociali. Inoltre paesi più grandi, come il Giappone, certamente non si fanno condizionare dal Fondo perché hanno la forza per resistervi (infatti stanno intervendo direttamente gli Stati Uniti con pressioni bilaterali). In sintesi, lo strumento attuale é efficace solo a metà: i paesi più grandi possono snobbarlo, quelli più piccoli devono accettarne le condizioni, ma queste sono troppo pesanti e, alla fine, non riescono ad essere applicate e ciò crea i presupposti per crisi ulteriori, oltre ad altre distorsioni tecniche. Evidentemente ci vuole più consenso politico preventivo tra tutti i paesi per permettere il funzionamento ad uno strumento tecnico di regolazione che implica condizionamenti di sovranità. E il saperlo trovare, nei prossimi mesi per il caso del Giappone, e nei prossimi anni in generale, deciderà se avremo ordine o disordine mondiale.

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Ed infatti la questione é oggetto, in questa settimana, della riunione dei ministri finanziari e governatori delle banche centrali dei paesi del G7. Il loro compito é quello di trovare un accordo su nuovi, e più efficaci, sistemi di regolazione del mercato internazionale in modo tale da poterli ratificare nel vertice G7, a livello di capi di governo, che si terrà a Birmingham nella metà di maggio.

Il problema é complicatissimo perché quando si parla di regolazione globale in realtà si introduce un sistema di vincoli alle sovranità nazionali. Prendiamo il caso del Giappone che presenta in grande le stesse caratteristiche di opacità bancaria e regolativa che, più in piccolo, hanno fatto già saltare i sistemi finanziari di Corea, Malesia, Indonesia e Thailandia. Il suo sistema finanziario si basa sul sistema del "keiretsu". E' una sorta di consociativismo, spesso con caratteristiche "mafiose", che intreccia banche, imprese e politica in un unico agglomerato inestricabile. Questo, in estrema sintesi, crea bolle finanziarie che poi scoppiano perché non sorrette da valori reali. E dopo lo scoppio le imprese non trovano più il capitale che serve loro per operare sia per la crisi delle banche sia per la sfiducia dei risparmiatori che operano in quella moneta. Ed infatti qualcosa come 16mila aziende sono fallite negli ultimi mesi. Per uscire da questa crisi il Giappone ha due strade: o svaluta lo yen contro il dollaro oppure risana alla radice il prorio sistema di intrecci perversi tra politica, banche ed aziende. La prima opzione scatenerebbe una crisi mondiale. Ed infatti gli Stati Uniti sono terrorizzati e stanno premendo come non mai affinché il Giappone attui la riforma interna e, con questa, ricrei la fiducia nello yen riportandone in alto i valori sul dollaro. Ma questa riforma significa rompere gli interessi dei maggiori gruppi di potere nipponici. Non é facile.

Quindi i regolatori mondiali devono inventare degli strumenti stabilità finanziaria che, allo stesso tempo, forzino i paesi disordinati a mettere ordine in casa, ma anche rispettino la complessità politica interna di questi, non forzandoli a fare in tempi brevi riforme interne molto difficili in termini di consenso. E' un bel dilemma. Lo strumento già esistente, il Fondo monetario internazionale, non é riuscito a risolverlo. Ce l'ha fatta, intanto, a tamponare la crisi asiatica sul piano macroeconomico ricapitalizzando i paesi asiatici (minori) in crisi per circa un centinaio di miliardi di dollari. Ed in cambio ha preteso pesantissime - e sacrosante- riforme interne da questi. Ma tale metodo ha creato recessioni e crisi sociali. Inoltre paesi più grandi, come il Giappone, certamente non si fanno condizionare dal Fondo perché hanno la forza per resistervi (infatti stanno intervendo direttamente gli Stati Uniti con pressioni bilaterali). In sintesi, lo strumento attuale é efficace solo a metà: i paesi più grandi possono snobbarlo, quelli più piccoli devono accettarne le condizioni, ma queste sono troppo pesanti e, alla fine, non riescono ad essere applicate e ciò crea i presupposti per crisi ulteriori, oltre ad altre distorsioni tecniche. Evidentemente ci vuole più consenso politico preventivo tra tutti i paesi per permettere il funzionamento ad uno strumento tecnico di regolazione che implica condizionamenti di sovranità. E il saperlo trovare, nei prossimi mesi per il caso del Giappone, e nei prossimi anni in generale, deciderà se avremo ordine o disordine mondiale.

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L' Arena

1998-4-16

16/4/1998

La difficile ricerca di un ordine mondiale

Esiste un mercato globale, ma non un'architettura di regole che gli dia stabilità e trasparenza. Questo fatto crea un alto potenziale di disordine nell'economia mondiale complessiva. La crisi finanziaria in Asia del 1997 ne é una prova. Il suo impatto comporterà una riduzione della crescita dell'economia globale di circa l'1% nel 1998 (stimata dal Fondo monetario internazionale al 3,2% contro il 4,1% del 1997). In Indonesia, per dire, questo significa una disoccupazione del 15%. Ma vuol dire anche meno esportazioni dall'Europa verso l'Asia, per la caduta della domanda locale, o più crediti inesigibili per le aziende del Nordest che operano in quell'area. Certo, le crisi sono anche grandi opportunità speculative. Per esempio, in una Corea la cui moneta, il won, si é svalutata di circa il 50%, é chiaro che posso comprare a metà prezzo, se ho un portafoglio di dollari, un'azienda automobilistica o di televisioni o di frigoriferi, ad alta tecnologia e qualità. E ci guadagno il quadruplo esportando questi beni da lì nel mercato a valuta stabile. Ma ciò crea ulteriore instabilità perché i paesi toccati da questa competizione sul piano dei prezzi saranno a loro volta forzati a svalutare per resistervi. E se si innesca una sequenza di svalutazioni competitive si creano i presupposti per una recessione mondiale prolungata e brutale. Pur detto così schematicamente, il problema é chiaro: a nessun paese che é rilevante nel circuito dell'economia globale può essere più permesso di generare una instabilità finanziaria che poi inneschi un effetto domino del tipo detto sopra. La soluzione di questo problema non é più rimandabile.

Ed infatti la questione é oggetto, in questa settimana, della riunione dei ministri finanziari e governatori delle banche centrali dei paesi del G7. Il loro compito é quello di trovare un accordo su nuovi, e più efficaci, sistemi di regolazione del mercato internazionale in modo tale da poterli ratificare nel vertice G7, a livello di capi di governo, che si terrà a Birmingham nella metà di maggio.

Il problema é complicatissimo perché quando si parla di regolazione globale in realtà si introduce un sistema di vincoli alle sovranità nazionali. Prendiamo il caso del Giappone che presenta in grande le stesse caratteristiche di opacità bancaria e regolativa che, più in piccolo, hanno fatto già saltare i sistemi finanziari di Corea, Malesia, Indonesia e Thailandia. Il suo sistema finanziario si basa sul sistema del "keiretsu". E' una sorta di consociativismo, spesso con caratteristiche "mafiose", che intreccia banche, imprese e politica in un unico agglomerato inestricabile. Questo, in estrema sintesi, crea bolle finanziarie che poi scoppiano perché non sorrette da valori reali. E dopo lo scoppio le imprese non trovano più il capitale che serve loro per operare sia per la crisi delle banche sia per la sfiducia dei risparmiatori che operano in quella moneta. Ed infatti qualcosa come 16mila aziende sono fallite negli ultimi mesi. Per uscire da questa crisi il Giappone ha due strade: o svaluta lo yen contro il dollaro oppure risana alla radice il prorio sistema di intrecci perversi tra politica, banche ed aziende. La prima opzione scatenerebbe una crisi mondiale. Ed infatti gli Stati Uniti sono terrorizzati e stanno premendo come non mai affinché il Giappone attui la riforma interna e, con questa, ricrei la fiducia nello yen riportandone in alto i valori sul dollaro. Ma questa riforma significa rompere gli interessi dei maggiori gruppi di potere nipponici. Non é facile.

Quindi i regolatori mondiali devono inventare degli strumenti stabilità finanziaria che, allo stesso tempo, forzino i paesi disordinati a mettere ordine in casa, ma anche rispettino la complessità politica interna di questi, non forzandoli a fare in tempi brevi riforme interne molto difficili in termini di consenso. E' un bel dilemma. Lo strumento già esistente, il Fondo monetario internazionale, non é riuscito a risolverlo. Ce l'ha fatta, intanto, a tamponare la crisi asiatica sul piano macroeconomico ricapitalizzando i paesi asiatici (minori) in crisi per circa un centinaio di miliardi di dollari. Ed in cambio ha preteso pesantissime - e sacrosante- riforme interne da questi. Ma tale metodo ha creato recessioni e crisi sociali. Inoltre paesi più grandi, come il Giappone, certamente non si fanno condizionare dal Fondo perché hanno la forza per resistervi (infatti stanno intervendo direttamente gli Stati Uniti con pressioni bilaterali). In sintesi, lo strumento attuale é efficace solo a metà: i paesi più grandi possono snobbarlo, quelli più piccoli devono accettarne le condizioni, ma queste sono troppo pesanti e, alla fine, non riescono ad essere applicate e ciò crea i presupposti per crisi ulteriori, oltre ad altre distorsioni tecniche. Evidentemente ci vuole più consenso politico preventivo tra tutti i paesi per permettere il funzionamento ad uno strumento tecnico di regolazione che implica condizionamenti di sovranità. E il saperlo trovare, nei prossimi mesi per il caso del Giappone, e nei prossimi anni in generale, deciderà se avremo ordine o disordine mondiale.

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