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Carlo A. Pelanda
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Milano Finanza

2016-1-15

15/1/2016

Il requisito di difesa attiva della stabilità

L’aumento del rischio politico e/o economico in un numero crescente di aree del pianeta rende più importante la stabilità come fattore competitivo per l’attrazione di capitali e l’allocazione di investimenti. Ciò implica che la stabilità politica, la credibilità finanziaria e la consistenza delle istituzioni diano un premio (geo)economico maggiore che nel passato alle nazioni che mostrano alti punteggi su tali indici ed una punizione peggiore a quelle in coda. Semplificando, negli ultimi due anni è cambiato il rapporto costi/benefici dell’ordine: gli investimenti in stabilità, che imponendo variazioni di modello interno e di politica estera si traducono in costi politici e di consenso, hanno un rendimento prospettico molto elevato. L’analisi dei flussi globali di capitale conferma tale immagine. Ma la polarizzazione del globo tra aree stabili e instabili pone nuovi problemi di “geopolitica economica”. L’area stabile è formata da America settentrionale, Europa occidentale, Giappone, Australia, ecc., cioè quella parte del mondo che è in via di diventare un mercato integrato attraverso i trattati di libero scambio, con molti elementi di mercato unico: TPP (12 nazioni del Pacifico); TTIP (tra Ue e Usa); CETA (Tra Canada e Ue); NAFTA (Tra Usa, Canada e Messico). La simulazione proiettiva mostra uno scenario dove le nazioni più ricche, democratiche e stabili si aggregano e mettono un confine con il resto del mondo più povero o più instabile. In questa tendenza bisogna valutare se la parte stabile del pianeta (che come qui individuata vale circa il 67% del Pil mondiale) possa restare tale se aumenta il disordine esterno. La risposta è negativa. Anche nel caso più “morbido” di un disordine non-catastrofico in Cina, America meridionale, Russia, Africa e Asia centrale i flussi di capitale si concentrerebbero comunque in quella più stabile, costringendo le nazioni instabili ad azioni di protezionismo finanziario ed economico che poi le impoverirebbero con la conseguenza sia di conflitti interni sia di posture esterne aggressive con impatto destabilizzante sull’area stabile. Pertanto la difesa della stabilità nel mondo ricco non potrà essere passiva, cioè un isolamento. Dovrà, invece, essere attiva: condizionare le nazioni a rischio in modi inclusivi e/o dissuasivi, comunque interventisti. La necessaria integrazione economica del mondo ricco implica quella politica per organizzare la forza militare ed economica sufficiente per controllare il pianeta. Il punto: i trattati economici ora in negoziazione comportano la formazione di un nuovo impero o Nova Pax.

(c) 2016 Carlo Pelanda
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